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John Mayer Born and raised
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 14 giugno 2012 @ 16:00

John Mayer torna con un nuovo album più maturo, disincantato. Il chitarrista e cantante si spoglia del ruolo di idolo delle teenager e dimostra di saper suscitare anche emozioni profonde con sapienti orchestrazioni e testi ragionati.
Ogni volta che si prova a parlare di un nuovo album di Mayer si sente sempre forte l’impulso di iniziare a guardare per intero alla sua opera e al suo percorso artistico per poi arrivare puntualmente a dire che l’ultimo album è un’involuzione e che magari, cammin facendo, John abbia perso smalto e personalità. Come sempre, a proposito di questo talentuoso chitarrista (e di molti altri chitarristi con uno stile così personale), viene da dire "o si odia o si ama". Per non fare torto ai precedenti discorsi su Mayer, sarebbe opportuno anche qui iniziare partendo più da lontano per capire al meglio l’album attuale.

Il limite da sempre rimproverato al nostro chitarrista è la mancanza di una personalità decisa con lo strumento, nonostante sia ovvio riconoscergli un grandissimo talento condito anche da una orecchiabilità (dico soprattutto del cantato) che lo rende particolarmente facile da digerire.
Partendo da questo presupposto, è stato accusato di essere uno scopiazzatore di Stevie Ray Vaughan con quel catchy in più che non fa mai male alle vendite e al portafogli. La seconda accusa che spesso gli viene fatta è che "dovrebbe tornare al blues" come fu all’inizio, accompagnata dall’altra grande pecca di "una voce non adatta al genere blues".

Il quadro in cui ci si muove è questo. Ma queste accuse non sono pienamente condivisibili, seppur rispettabili.
A tutto ciò si potrebbe fare un’unica obiezione: John Mayer è in un processo di evoluzione continuo nel suo stile e nella composizione che ha sì provocato qualche brusca caduta (alcuni CD non all’altezza della sua capacità), ma forse sta iniziando a darci le prime soddisfazioni proprio adesso che è abbastanza maturo.
Quando si inizia a riconoscere un autore al primo tocco, alla prima nota, bisogna iniziare a comprendere che si sta parlando di un potenziale grande e forse di uno dei più ispirati giovani chitarristi-cantautori sulla scena.
Questo è accaduto: dopo due note, dopo due accordi, dopo un assolo, dopo aver prestato attenzione anche distrattamente, subito il pensiero "ma questo è John Mayer!" si insinua in testa e comincia a dare la misura della classe di questo autore e di quella capacità che hanno pochi eletti di poter dare un’impronta personale a tutto ciò che scrivono. Ma per rispondere a ogni critica basta analizzare Born and raised e capire dove Mayer ci ha portato con il suo discorso e la sua evoluzione personale.

Ci eravamo lasciati al 2009, quando era uscito Battle studies, album dalle sfumature molto pop che aveva scontentato un po’ tutti per i toni molto soft. Al di là delle critiche al precedente album è innegabile che John si sia preso tutto il suo tempo per regalarci il nuovo lavoro il 22 maggio 2012.
Born and raised ha avuto una gestazione travagliatissima, visto che Mayer ha dovuto combattere un granuloma alla gola per cui è stato operato e che gli ha procurato non pochi grattacapi. 

Il nuovo album prevede collaborazioni di grande spessore: prodotto da Don Was (che ha collaborato tra gli altri con Iggy Pop, con Bob Dylan, Elton John, Amos Lee e mille altri e in più da gennaio 2012 è presidente dell’etichetta jazz Blue Note), con Chuck Leavell (tastiere), Greg Leisz (Pedal steel), Chris Botti (tromba) e, udite udite, David Crosby e Graham Nash ai cori nella title-track. Parliamo dunque di un pieno di mostri sacri, di un insieme di grandissima classe.
C’è da dire però che tutto l’album è interamene composto da John Mayer e che in genere, quando la squadra ha tutto questo potenziale e questa esperienza, si è più portati a strafare e di conseguenza più esposti a un flop che sarebbe meno perdonabile vista la caratura dei personaggi in ballo.
Ma iniziamo a parlare di musica vera e propria.

Una considerazione va subito fatta: Born and raised non è un CD da un ascolto. Appena messo e lasciati andare i 46 minuti di questo album, sembra di sentire una serie di canzonette che scorrono via senza lasciare niente. Ma dopo averlo riascoltato già la seconda volta si inizia ad apprezzare una capacità di scrittura e degli arrangiamenti perfetti che fanno diventare orecchiabile qualcosa di ben elaborato e immediato (questa è prerogativa di chi "sente" lo strumento e lo padroneggia con estrema sicurezza).

Il prodotto è confezionato bene, gli arrangiamenti sono tutti azzeccatissimi e alla base comunque riconosciamo la grande sostanza e la grande bravura della scrittura di Mayer e della sua chitarra (e dell’armonica in qualche caso). È consigliato prestare orecchio una seconda volta ad ogni canzone, a ogni intro e al dispiegarsi della melodia, si inizierà ad apprezzare che classe e raffinatezza sono prerogativa di questo album che può essere ascoltato a più livelli e che però ha bisogno di attenzione per metabolizzarne le sfumature.

Innanzitutto diciamo che Mayer è cambiato. Per l’ennesima volta Mayer prende una sua personalissima strada che ci spiazza.
Lo troviamo qui che si avvicina al folk dei cantautori californiani e americani in generale, siamo spiazzati ma in sottofondo c’è quel rassicurante lavoro chitarristico che ci fa sentire sempre a casa, ci rende consapevoli di aver a che fare con un artista che si evolve senza aver paura di scontentare vecchi e nuovi fan, vista la sua consapevolezza.

Altro aspetto che si nota è la differente impostazione delle tematiche trattate e dei testi: Mayer è cresciuto, è colpito, è amareggiato, disilluso, non è più il giovane che cantava d’amore in maniera frivola o che diceva “Who says I can’t get stoned?” o “Your body is a wonderland”.
Quei testi appartengono a un passato in cui il nostro aveva l’aria strafottente da "io suono da dio e ho in mano il mondo" e a una visione del mondo adolescenziale e meno interessante.
I testi del nuovo album invece sono diversi, un Mayer con i piedi per terra, un Mayer che sentiamo più vicino, che riversa più vissuto nelle parole, che è più disilluso e più realista, più pragmatico, insomma un Mayer che per quanto riguarda la parte dei testi ha fatto un enorme balzo in avanti.
Il potere del nostro è di parlare con parole molto semplici di sentimenti abbastanza profondi (vi capiterà di dire "non avrei saputo esprimerlo meglio" riguardo a ogni canzone nell’album).


Già da "Queen of California" subito ci viene messo davanti il nuovo corso.
Accordi semplici, dal sapore country e riferimenti testuali a Joni Mitchell e Neil Young danno l’idea di dove Mayer vuole andare a parare durante il CD.
Subito dopo infatti arriva la pomposità e l’arrangiamento più orchestrale di "Age of worry" con apertura di chitarra suonata in fingerstyle per poi aggiungere archi e il resto degli strumenti: la canzone è forse un momento musicalmente debole dell’album e strizza un po’ l’occhio a quell’indie-folk alla Mumford & Sons che tanto successo ha avuto.
Iniziano però ad arrivare i momenti più seri dell’album con "Shadow days", con un’intro che scorre, una ritmica come ci ha abituato il nostro John (e iniziamo a sentirci musicalmente a casa, con lo stile che tanto apprezziamo).
Quello che colpisce è che qui i testi iniziano a farsi interessanti: sentiamo una persona lontanissima dal vecchio Mayer spavaldo e seduttore, è quasi un lato più amaro e più stanco e disilluso anche quando nel finale molto bello della canzone sussurra il ritornello su un assolo di chitarra rarefatto in sottofondo aiutato da un ottimo lavoro di tastiere.
Il tempo di abituarci al nuovo suono ed ecco che spunta una di quelle canzoni da "è tornato il vecchio Mayer": "Speak for me" è un pezzo acustico in cui Mayer conferma il tocco e la classe anche quando non ha in mano l’elettrica. Il suo modo di suonare che fa risaltare bassi e melodia la rende un pezzo di sicuro coinvolgimento nei concerti, già da immaginare con la tecnica che usa per "Neon" e il suo slap thumb.
Continua anche qui la vena malinconica di Mayer e anche un po' polemica ("and the music on the radio ain’t supposed to make me feel alone").
Ora, rimpiangete il vecchio Mayer blues? Niente paura, subito arriva "Something like Olivia" che ci ridà indietro i tempi passati.
E la voce di Mayer, un po’ più roca, rende ancora meglio su queste canzoni. Il testo non è in linea con la bellezza degli altri, ma la parte musicale lo rende uno degli episodi migliori dell’album, ripeto: c’è un tocco e una classe particolare, una plettrata tagliente da Vaughan per le masse che fa pensare ancora a tantissime potenzialità non espresse.
E ora il momento del lavoro migliore del CD: "Born and raised", canzone dalla vena malinconica, a partire dall’armonica che sospende per un attimo il tempo del CD e ci tira fuori dai minuti che scorrono, poi la ritmica con i frequenti hammer-on e pull-off che danno un sapore ancora più country. Sembra di essere persi nelle lande americane camminando senza meta (anche i cori della canzone aiutano in quest’effetto). Nelle parole qui Mayer ricorda il Johnny Cash (forse sto esagerando) più disilluso, con la sua amarezza che si fa forte ("It gets hard to fake what I won’t be", "I still have dreams, they’re not the same, they don’t fly as high as they used to").
Segue "If I ever get around living", dal sapore un po' nostalgico con un assolo finale proiettato già alla canzone successiva, "Love is a verb": il grande momento dell’album.
"Love is a verb" è bellissima, è il Mayer di "Slow dancing in a burning room", il Mayer che si riconosce al volo con il suo modo di suonare, accompagnato da una sapiente lavoro di tastiere, chitarra stoppata e legati che fanno riacquistare fluidità, gli assoli a volte solo abbozzati, quasi notturni, pentatoniche usate come dai grandi maestri del blues e però meno invasive come si conviene al tono del CD.
Il testo è ancora amaro e triste (qui la frase forse migliore del CD "You can’t get through love/On just a pile of IOUs") ma è la canzone per chi voleva il vecchio Mayer.
Ora arriva l’episodio di un Mayer che strizza l’occhio a Bob Dylan e ai cantautori: "Walt Grace’s submarine test, January 1967".
Introduzione di Chris Botti e della sua tromba, poi la chitarra che, con arpeggio da menestrello, è il sottofondo ideale di questa storia in musica, un altro momento bellissimo del CD.
La storia dell’inventore che ha un’idea folle ed è deriso dal resto della comunità è una bella allegoria, sottolineata sempre dai cori e dal ritornello che ha un’apertura melodica quasi di rilassamento, mentre nei versi continua l’arpeggio che va di pari passo con il testo incalzante della canzone: un pezzo veramente ottimo.
Ma non è tutto: rimaniamo spiazzati anche dal pezzo migliore dopo "Born and Raised": c’è "Whiskey, whiskey, whiskey", che parte con l’armonica e con una musica che va quasi "a sottrazione", lentamente la chitarra durante la canzone inizia a entrare prepotente, fino al pezzo finale in cui, distorta, ci regala la perfetta conclusione della canzone, mentre per le parole siamo ancora a un John Mayer che è adulto e molto critico verso se stesso, si continua a sentire una ferita in sottofondo: canzone bellissima.
Nella seguente "A face to call home" troviamo il naturale prosieguo di "Born and raised" e di "Shadow days": la canzone è però più rilassata e aiutata come al solito da un ottimo lavoro di chitarra elettrica, mentre a degna conclusione c’è “Born and raised: reprise”, che è un grande omaggio alla musica country, con i toni e i cori da prateria americana: una chicca e un regalo a fine CD.

In conclusione, questo CD di Mayer fa apprezzare capacità di scrittura e composizione di uno dei più talentuosi chitarristi e autori che ci siano in giro, degno erede dei grandi del passato, e qui Mayer ricorda tantissimo il George Harrison solista.
So che divide molto la critica e che per certi versi spesso era criticabile qualche scelta di stile pop-canzonetta che non gli si addiceva.
Il nuovo corso e il nuovo album hanno però dato una svolta grande, già a partire dai testi: un John Mayer ferito e cresciuto, più riflessivo e meno  da bambine urlanti sotto il palco.
La grande critica che gli si può muovere è l’eccessivo uso del mid-tempo in tutto l’album (in tutte le canzoni, c’è questa voglia di ballata che magari potrebbe stancare, ma non succede e bisogna dargliene atto) e la mancanza di qualche scelta coraggiosa in più, visto il talento ci piacerebbe sempre sentirlo osare anche strumentalmente qualcosa di più sorprendente (e sicuramente di idee ce ne sono, viste le sue capacità).
Dopo il secondo e terzo ascolto, dopo aver prestato orecchio attentamente, si può dire che questo è uno degli album migliori dell’anno nel suo genere e per gli amanti di un po’ di chitarra old style.
Ben tornato John, aspettavamo la tua rinascita.
album john mayer
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Commenti
Ottima recensione e bell'album...anche se ...
di siggy - user #287 dal 27/05/2002 | 14/06/2012 @ 17:53:30
Ottima recensione e bell'album...anche se io apprezzo più la vena di Try!
Rispondi
Grazie tantissimo...a grandi linee anch'io ...
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 14/06/2012 @ 20:45:20
Grazie tantissimo...a grandi linee anch'io preferisco Try!, però sono curioso di vedere se questo percorso di maturazione che è ancora nel suo farsi possa portare qualche succosa novità
Rispondi
Mayer è l'alex britti americano, ...
di Ghirmo - user #11530 dal 02/12/2006 | 14/06/2012 @ 18:24:26
Mayer è l'alex britti americano, o meglio ha molte similitudini con britti: suona in modo eccelso la chitarra, ma preferisce cantare e scrivere insulse canzoncine. ho ascoltato il disco di cui si parla, insieme a quello precedente. una noia mortale, mentre sto ascoltando attualmente quello live where the light is... beh il ragazzo è notevole, decisamente notevole, ma sui due ultimi dischi mi ha fatto scendere un bel poco di uallera. meno male che nel lettore ha trovato posto anche kenny wayne sheperd... tutt'altro tiro, anche in studio.
Rispondi
Hai ragione per quanto riguarda ...
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 14/06/2012 @ 20:50:13
Hai ragione per quanto riguarda la similitudine con Britti, entrambi suonano benissimo. Anch'io mi sono innamorato dello stile in "Where the light is", il primo incontro è stato con quel live. Però le soluzioni e gli arrangiamenti di questo cd non sono niente male. Come detto già nella recensione, se osasse un po' di più vedremmo grandi prodotti. Però dopo averlo riascoltato più di qualche volta emerge che non è banale per niente. Kenny W. Sheperd non lo conosco: vado subito a sentire qualcosa!
Rispondi
Ghirmo sei piuttosto duro con ...
di enrico73 - user #22985 dal 12/02/2010 | 15/06/2012 @ 08:29:39
Ghirmo sei piuttosto duro con Mayer. Non dire che a differenza di Britti scrive solo canzoncine. Perchè pure Britti ne ha scritte di canzoncine. E' uscito sempre con singoli piuttosto imbarazzanti. La vasca, e il primo singolo che ricordo:
"C'era una volta o forse erano due c'era una mucca, un asinello e un bue c'era una notte con una sola stella però era grande luminosa e bella e se ci va magari andiamo al mare cosi' nell'acqua potremo sguazzare e poi nuotare, fare il morto a galla controlleremo se la luna è ancora gialla".
O forse sono io che non riesco a vedere la profondità dei testi...
Poi il buon Britti a differenza di Mayer ha una voce piuttosto difficile da ascoltare per quel che mi riguarda. Per quel che riguarda Kenny Wayne di cui ho tutti gli album, che ho visto anche dal vivo quello è blues puro senza grandi innovazioni stilistiche, mentre Mayer è blues jazz pop più ricercato negli arrangiamenti. Vatti a rivedere qualche video live di Mayer e vedrai che di tiro ne ha molto sullo strumento.
Ti allego una versione di crossroads di Mayer e Clapton.

http://www.youtube.com/watch?v =Zh4n1bZi4d8
Rispondi
Enrico, sono d'accordo su ogni ...
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 15/06/2012 @ 09:27:45
Enrico, sono d'accordo su ogni singola parola...c'è una classe e un tocco riconoscibilissimo in Mayer e questo per me ne fa già un musicista sopra la media, è ovvio che se voglio sentire blues o blues-rock mi rivolgo ad altri autori. Però per me siamo sulla strada giusta se riuscirà a combinare i 2-3 Mayer di ogni cd in maniera equilibrata.
Rispondi
Mi dispiace ma non hai ...
di Ghirmo - user #11530 dal 02/12/2006 | 16/06/2012 @ 13:10:05
Mi dispiace ma non hai capito il mio pensiero, o meglio, forse non mi sono spiegato bene: ho detto che anche mayer, come britti, fa insulse canzoncine, quindi do per scontato che le canzoncine di britti siano come dici tu, imbarazzanti :). di mayer (che conosco da meno di un mese, solo perchè mi è capitato di provare la fender signature che porta il suo nome) ho ascoltato come detto, born and raised e battle studio, e il mio pensiero relativo a canzoni insulse e sdolcinate si è formato su quei dischi. ho poi ascoltato qualcosa live su youtube e il live where the light is, e li mi si è formata la similitudine con britti (con le dovute distanze o meno). due eccellenti chitarristi, ma che producono musica insulsa per teenager in studio. tutto qua :).
Rispondi
Il vecchio John Mayer manca ...
di BlackBlondie - user #11316 dal 02/11/2006 | 14/06/2012 @ 23:29:10
Il vecchio John Mayer manca un pò specialmente ai chitarristi più elettrici in questo album, ma io l'ho trovato molto bello. Esce fuori un gusto tipico di John e si sente il sapore della tradizione americana, e poi che cura in tutto e per tutto! Bella recensione :)
Rispondi
Grazie mille! D'accordissimo con ...
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 15/06/2012 @ 09:29:1
Grazie mille! D'accordissimo con te per la cura e l'attenzione riversata in questo cd
Rispondi
già scritto a riguardo
di bluesmanpie - user #9398 dal 11/01/2006 | 15/06/2012 @ 10:11:20
http://people.accordo.it/art icle.do?id=66149

avevo già scritto e commentato a riguardo, se qlc fosse interessato...

ciao

PIE
Rispondi
In linea di massima le ...
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 15/06/2012 @ 11:46:44
In linea di massima le impressioni sono le stesse che io ho anticipato a inizio recensione. Il fatto che John Mayer divida è ovvio e anche io l'ho giudicato sopra "SRV per le masse". Però diciamo che per me non è un semplice turnista, c'è comunque alla base un buon lavoro e un'orecchiabilità che non fanno mai male. Certo, ha del talento inespresso, ma penso che per ora non si possa permettere troppe scelte "personali" e ricercate, come spesso fa nei live (vedi la parte di "Where the light is" in cui suona con il trio, lì dovrebbe far cambiare idea a tutti). Però lo trovo un artista versatile e conscio della sua musica, e su acustica suona davvero molto bene.
Secondo me si deve partire dal concetto "capacità-cosa mi aspetto da lui", il fatto che sia un ottimo chitarrista gli permette di fare canzoni ragionate e di qualità, certo che se poi voglio il fingerstyle acustico mi rivolgo a Tommy Emmanuel o se voglio il blues vero mi rivolgo ad Albert King. Questo cd suona un po' G. Harrison, però diciamo che magari è un passo dell'evoluzione. E a me fa piacere vedere che comunque l'opera va man mano raffinandosi, penso che questo sia un bel passo, dal prossimo cd magari ci aspettiamo un bel capolavoro.
Poi è ovvio che a volte bisogna anche mangiare e piegarsi un po' alle masse...
però, ripeto, certe volte si parte prevenuti, come ad esempio nei commenti al tuo articolo, perchè magari è famoso o è stato con qualche attrice, e quindi si tende a smontare il "personaggio", però a me interessa poco questo, solo il fatto che dal live riesca a trasmettere molto...
Certo, magari qualche scelta un po' meno da "cavalco il gusto" e più coraggiosa non sarebbe male,
ma pensa che anche nel contesto blues le scelte innovatrici vere e proprio non sono tantissime, perchè dal blues mi aspetto determinate cose...penso che lì la differenza poi la faccia quel qualcosa in più che metti, restando nei canoni e negli stilemi.
A parte questo, anche il tuo articolo mi trova molto d'accordo, ma in mezzo al deserto attuale, cerchiamo di apprezzare un po' la classe e il talento
Rispondi
in mezzo al deserto attuale ...
di bluesmanpie - user #9398 dal 11/01/2006 | 15/06/2012 @ 11:59:47
in mezzo al deserto attuale è vero, però ogni tanto si trovano delle belle oasi: pensa a i North Mississippi Allstars e a tutto il loro giro (Burnside, Hill County Review, Alvin Youngblood Hart etc).

Anche il fatto che talento da vendere e successo si possono coniugare, come ci insegna il buon Derek Trucks.

JM è indubbiamente un ottimo chitarrista e le cose più interessanti le ha fatte in Trio!

anch'io nell'ultimo lavoro ho trovato influenze harrisoniane.

a presto

PIE
Rispondi
Complimenti
di davo - user #31664 dal 04/11/2011 | 15/06/2012 @ 10:52:52
Complimenti per la recensione, molto accurata.
Dal mio punto di vista quelli che molti considerano i punti di forza di Mayer diventano le sue debolezze: non mi piace particolarmente lo stile di cantato e neppure la chitarra riesce ad appassionarmi.
Il problema è che quando suona elettrico non sembra avere una sua personalità, è un po' un collage ben riuiscito dei grandi (SRV in primis), e quando si mette all'acustica è ancora più scontato, non si mette certo a fare roba alla CSNY...
Ha una bella vena compositiva, ma mi pare parecchio intermittente.
Sulla bravura tecnica non si discute ma forse Mayer è proprio il paradigma di certa musica attuale: ben prodotta, ben suonata, ben arrangiata ma di non troppa sostanza.
Rispondi
Grazie tante innanzitutto per i ...
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 15/06/2012 @ 11:51:59
Grazie tante innanzitutto per i complimenti.
Sono d'accordissimo, in special modo sulla tua parte finale, però bisogna riconoscere che se dietro agli arrangiamenti e alla produzione c'è una buona consapevolezza musicale, forse possiamo dargliene atto e dire che magari stia trovando una dimensione e una giusta strada...o si stia perdendo...non so, però per adesso questo è stato un cd che non mi aspettavo e forse un passo decisivo verso la maturazione
Rispondi
??
di Joe Ruspante - user #35104 dal 16/07/2012 | 16/07/2012 @ 15:05:46
Ti invito a resistere per 2.42 minuti ed ad ascoltare la sua prima performance acustica dopo l'uscita di questo suo ultimo album....dopo averlo fatto mi potresti dire cosa c'è di scontato?e sopratutto scontato in base a chi o a cosa??Per me questo è musica di sostanza.Un musicista,una sedia,una chitarra e lui che suona con una tecnica non proprio comune,e canta una canzone scritta e composta da lui..

http://www.youtube.com/watch?v =chLFi2cFxzo
Rispondi
Bellissima! Veramente Bravo! ...
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 16/07/2012 @ 16:37:10
Bellissima! Veramente Bravo!
Rispondi
La "tecnica non proprio comune" ...
di davo - user #31664 dal 04/11/2011 | 17/07/2012 @ 11:34:55
La "tecnica non proprio comune" mi pare semplicemente finger picking (ben eseguito e di gusto, non si discute), con un accompagnamento classico.
A mio parere è scontato perchè, come ho scritto prima, non ci trovo molta originalità nè, cosa ancora più importante, una personalità particolarmente spiccata. Ovviamente rispetto ai mezzi espressivi che indubbiamente possiede e a quello che altri fanno o hanno fatto.
Molte delle cose che JM suona le ascolto volentieri (soprattutto live) e questa non fa eccezione, ciò non toglie che alla fine del brano mi rimanga poco, a parte l'impressione di aver sentito suonare un bravo chitarrista, con una buona voce e così via...
Lo "ascolto" appunto ma mi è capitato raramente che mi "costringesse" a dedicargli attenzione come mi succede per altri musicisti.
Rispondi
allora è proprio vero che ...
di Joe Ruspante - user #35104 dal 16/07/2012 | 17/07/2012 @ 11:54:51
allora è proprio vero che ognuno percpisce le cose in modo diverso XD....Secondo me Mayer possiede un suo stile che incofondibile,che fonde i grandi del passato con la sua musica.Il fatto che prenda spunto da Vaughan,Clapton ecc ecc credo sia inevitabile,credo che se si palra di certi generi la musica ora mai è tutta fatta e gli innovatori ci sono gia stati.Se prendo per esempio Joe Bonamassa un altro chitarrista blues moderno che mi fa impazzire,sembra quasi sempre di sentire Eric Jhonson o Gary Moore nelle sue canzoni....credo sia inevitabile!Cmq i gusti non gusti!Io apprezzo questo CD che è tutto tranne che musica per teen ager come ha scritto qualcuno sopra,basta solo leggere i testi delle canzoni!Complimenti per la recensione.
Rispondi
Bellissima recensione. Lascio un mio ...
di francescoRELIVE - user #13581 dal 08/11/2007 | 15/06/2012 @ 11:49:30
Bellissima recensione.
Lascio un mio parere:
ho tutta la discografia di Mayer, uno dei miei preferiti (ma non mi piace hendrix, tantomento SRV... tanto per chiarire).
Ho ascoltato 10 secondi di ogni canzone di questo disco e poi skippavo in avanti alla prossima traccia.
Niente, non mi piaceva niente.
E di solito, quando non mi piace niente la voglia è sempre quella di riascoltare meglio tutto!
Dopo la recensione che ho letto... è il momento giusto di "applicarsi" su questo album ;)
Rispondi
Grazie mille Francesco, a mio ...
di giordy01 - user #22922 dal 09/02/2010 | 15/06/2012 @ 18:26:33
Grazie mille Francesco, a mio modesto parere devi dare un'altra occasione all'album. Ripeto: anch'io all'inizio ho detto "ma che cosa sono queste canzonette", ma bisogna forse ascoltarlo più volte per entrare nel mood.
Grazie ancora!
Rispondi
?
di SimoSilenzio - user #32036 dal 02/12/2011 | 15/06/2012 @ 20:26:15
"ho tutta la discografia di Mayer, uno dei miei preferiti (ma non mi piace hendrix, tantomento SRV... tanto per chiarire)"

è talmente contraddittoria che non riesco a fare un paragone con un altro settore ... !!!
Rispondi
effettivamente sembra strana la frase... ...
di francescoRELIVE - user #13581 dal 08/11/2007 | 16/06/2012 @ 02:19:03
effettivamente sembra strana la frase... ma non lo è!
:D penso sia un discorso di gusti... che ci posso fare?!

Rispondi
complimenti per la recensione, ma ...
di Toby - user #27677 dal 23/01/2011 | 15/06/2012 @ 20:49:47
Comincio con il farti i complimenti per la recensione.
Indubbiamente Mayer è un bravo chitarrista con una grande tecnica, ma manca di personalità “musicale”, secondo me.
Nei live è fantastico basta ascoltare “Try” o “Where the light is: Live in Los Angeles”, quest'ultimo un lavoro molto ben fatto un album dal vivo completo, ma quando entra in studio tende a copiare lo stile altri. Se ascolti “Continuum” ci senti Clapton se senti questo ci senti un po Stephen Stills o lo stile dei gruppi folk-rock anni sessanta della west Cost.
Ciao.
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In produzione solo dal 1955 al 1959, la ES225 cattura lo sguardo dei fan delle archtop Gibson con il suo mogano...

Lezioni di basso
La tecnica è al servizio della versatilità di dadoneri
Essere un musicista versatile non significa esclusivamente sapersi destreggiar senza problemi tra diversi generi...
In cinque come i King Crimson di redazione
Un’altra lezione per basso e batteria. Lorenzo Feliciati e Lucrezio De Seta ci propongono una serie di studi per...
Arpeggi: studiare & ascoltare di dadoneri
Basso. Lavoriamo su un metodo efficace e solido per colorare i nostri accompagnamenti con fill e fraseggi. Sarà...
I due che suonano in cinque di redazione
Lucrezio de Seta e Lorenzo Feliciati iniziano il loro ciclo di lezioni per batteria e basso. Una serie di appuntamenti...
Groove: pensare da batteristi di dadoneri
Basso. In questa lezione parliamo di groove e cercheremo di pensare come batteristi. Prima ancora di preoccuparci delle...

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