È uno dei temi che più divide i musicisti, forse anche più gettonato del sempreverde “analogico contro digitale”. Nei giorni scorsi mi è tornato alla mente dopo aver visto più volte uno specifico video girare sui social: era un’esibizione del chitarrista Pasquale Grasso che, con Emmet Cohen al piano, Kyle Poole alla batteria e Russell Hall al contrabbasso, si lanciava in una versione frenetica - indiavolata direi - dello standard jazz “Cherokee”.
Il video è vecchio di un anno, ma per qualche motivo negli ultimi giorni ha affollato i miei feed, con svariate notifiche di commenti e condivisioni.
I musicisti coinvolti sono eccellenti, non c’è che dire, eppure il tenore medio dei commenti era ipercritico. Le considerazioni erano per lo più rivolte alla velocità di esecuzione e alla quantità di note infilate negli assolo, ritenute superflue, vuote di significato da chi, probabilmente, ignora le mitragliate messe a punto oltre mezzo secolo fa da chi quel brano lo ha reso uno standard, oltre ad aver contribuito a codificare l’intero linguaggio del jazz e del bebop.
Per fare un nome, ecco Charlie Parker suonare lo stesso brano nel 1946.
Certo, il metronomo non è altrettanto veloce, ma di certo non è una ballad. Eppure, “Bird” aveva dimostrato in molteplici occasioni di saper sfoderare un pathos senza eguali nei passaggi lenti, tanto quanto un’espressività e una complessità rara in quelli veloci.
Forse la chiave è proprio lì, nella padronanza della tecnica musicale (intesa come conoscenza della teoria e relativa applicazione pratica) e della meccanica sullo strumento al servizio dell’espressività.
Facciamo un altro esempio, per restare nel genere. Il John Coltrane di “Naima” è un esempio di lirismo magistrale.
Sembra impensabile che, dallo stesso sassofono, sia potuto uscire un brano cervellotico, velocissimo, complicato all’inverosimile come “Countdown”. Eppure neanche lì c’è una singola nota fuori posto, e sfido chiunque a dire che quei fraseggi sono superflui o poveri di significato.
Torniamo in ambito chitarristico. Quando si pensa alla velocità di esecuzione, si sfocia spesso in vere e proprie esasperazioni ai limiti della parodia. Ho trovato sempre molto divertente, per esempio, una specifica citazione di Yngwie Malmsteen circa il detto “Less is More”, “meno è più” come invito a non strafare.
“Come può essere più il meno, più è più!” recita Yngwie, ed è la sintesi perfetta del suo personaggio.
Malmsteen può piacere e non piacere, è innegabile la sua predilezione verso i brani veloci, ma sullo stesso tema vediamo esprimersi anche un chitarrista che sì, è in grado di far girare la testa con scaricate di note, ma anche di creare immagini bellissime con pochi suoni.
Interrogato a riguardo, Guthrie Govan in una vecchia intervista ci raccontava: “Sono un tipo magrolino e nervosetto, bevo un sacco di caffè, parlo veloce e suono veloce”.
Per lui, insomma, è un semplice modo di essere, un modo specifico di pensare che porta a un linguaggio ben preciso. Ciò non toglie che, anche se si conoscono un sacco di parole difficili e si è in grado di pronunciare scioglilingua complicatissimi, si possa essere bravi nel trasmettere emozioni, che sia con poche parole pronunciate tra lunghe pause, o con tantissime a ritmo concitato. Tutto sta a quello che si vuole trasmettere, finché si ha padronanza del mezzo. Insomma, si può scegliere. In fondo, la musica è fatta anche di contrasti, e magari è proprio un’accelerata improvvisa prima di un lungo bending a dare ancora più valore a quella nota lenta, e ogni aspetto controbilancia l’altro per far sì che il playing sia stimolante, interessante, mai piatto nell’una o nell’altra direzione.
Non è possibile invece il contrario: se passi tutta la tua vita con la convinzione che poche note siano meglio di tante, a prescindere, stai limitando la tua espressività. E, se la pensi così, potrebbe essere proprio perché non ti sei mai sforzato a cercare di comprendere quei linguaggi che a te sembrano vuoti, superflui, ma che forse - e ripeto forse - ti appaiono così solo perché tu non sei abbastanza preparato per comprenderli, per goderti il loro contenuto.
A questo proposito, condivido un ricordo: Stefano Bollani, durante un seminario tenuto al conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli. Erano i primi anni del corso jazz e gran parte del pubblico era ancora composto da studenti del vecchio ordinamento, quello di sola musica classica, alcuni dei quali non vedevano proprio di buon occhio i musicisti jazz, le loro “note messe a caso”, quelle canzoni che “non si capisce come iniziano e come finiscono”.
Bollani è strabiliante, come musicista e come oratore. Nel momento delle domande, uno studente lo sfida: “i jazzisti fanno il tema, poi ognuno suona per un po’ e a un certo punto il pezzo finisce, non si capisce niente”.
“TU non lo capisci” fu la risposta tanto secca quanto eloquente di Bollani.
Forse, è davvero tutto qui.
Insomma, questa è la mia idea. Come recita un meme di internet: “change my mind”.
Il video è vecchio di un anno, ma per qualche motivo negli ultimi giorni ha affollato i miei feed, con svariate notifiche di commenti e condivisioni.
I musicisti coinvolti sono eccellenti, non c’è che dire, eppure il tenore medio dei commenti era ipercritico. Le considerazioni erano per lo più rivolte alla velocità di esecuzione e alla quantità di note infilate negli assolo, ritenute superflue, vuote di significato da chi, probabilmente, ignora le mitragliate messe a punto oltre mezzo secolo fa da chi quel brano lo ha reso uno standard, oltre ad aver contribuito a codificare l’intero linguaggio del jazz e del bebop.
Per fare un nome, ecco Charlie Parker suonare lo stesso brano nel 1946.
Certo, il metronomo non è altrettanto veloce, ma di certo non è una ballad. Eppure, “Bird” aveva dimostrato in molteplici occasioni di saper sfoderare un pathos senza eguali nei passaggi lenti, tanto quanto un’espressività e una complessità rara in quelli veloci.
Forse la chiave è proprio lì, nella padronanza della tecnica musicale (intesa come conoscenza della teoria e relativa applicazione pratica) e della meccanica sullo strumento al servizio dell’espressività.
Facciamo un altro esempio, per restare nel genere. Il John Coltrane di “Naima” è un esempio di lirismo magistrale.
Sembra impensabile che, dallo stesso sassofono, sia potuto uscire un brano cervellotico, velocissimo, complicato all’inverosimile come “Countdown”. Eppure neanche lì c’è una singola nota fuori posto, e sfido chiunque a dire che quei fraseggi sono superflui o poveri di significato.
Torniamo in ambito chitarristico. Quando si pensa alla velocità di esecuzione, si sfocia spesso in vere e proprie esasperazioni ai limiti della parodia. Ho trovato sempre molto divertente, per esempio, una specifica citazione di Yngwie Malmsteen circa il detto “Less is More”, “meno è più” come invito a non strafare.
“Come può essere più il meno, più è più!” recita Yngwie, ed è la sintesi perfetta del suo personaggio.
Malmsteen può piacere e non piacere, è innegabile la sua predilezione verso i brani veloci, ma sullo stesso tema vediamo esprimersi anche un chitarrista che sì, è in grado di far girare la testa con scaricate di note, ma anche di creare immagini bellissime con pochi suoni.
Interrogato a riguardo, Guthrie Govan in una vecchia intervista ci raccontava: “Sono un tipo magrolino e nervosetto, bevo un sacco di caffè, parlo veloce e suono veloce”.
Per lui, insomma, è un semplice modo di essere, un modo specifico di pensare che porta a un linguaggio ben preciso. Ciò non toglie che, anche se si conoscono un sacco di parole difficili e si è in grado di pronunciare scioglilingua complicatissimi, si possa essere bravi nel trasmettere emozioni, che sia con poche parole pronunciate tra lunghe pause, o con tantissime a ritmo concitato. Tutto sta a quello che si vuole trasmettere, finché si ha padronanza del mezzo. Insomma, si può scegliere. In fondo, la musica è fatta anche di contrasti, e magari è proprio un’accelerata improvvisa prima di un lungo bending a dare ancora più valore a quella nota lenta, e ogni aspetto controbilancia l’altro per far sì che il playing sia stimolante, interessante, mai piatto nell’una o nell’altra direzione.
Non è possibile invece il contrario: se passi tutta la tua vita con la convinzione che poche note siano meglio di tante, a prescindere, stai limitando la tua espressività. E, se la pensi così, potrebbe essere proprio perché non ti sei mai sforzato a cercare di comprendere quei linguaggi che a te sembrano vuoti, superflui, ma che forse - e ripeto forse - ti appaiono così solo perché tu non sei abbastanza preparato per comprenderli, per goderti il loro contenuto.
A questo proposito, condivido un ricordo: Stefano Bollani, durante un seminario tenuto al conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli. Erano i primi anni del corso jazz e gran parte del pubblico era ancora composto da studenti del vecchio ordinamento, quello di sola musica classica, alcuni dei quali non vedevano proprio di buon occhio i musicisti jazz, le loro “note messe a caso”, quelle canzoni che “non si capisce come iniziano e come finiscono”.
Bollani è strabiliante, come musicista e come oratore. Nel momento delle domande, uno studente lo sfida: “i jazzisti fanno il tema, poi ognuno suona per un po’ e a un certo punto il pezzo finisce, non si capisce niente”.
“TU non lo capisci” fu la risposta tanto secca quanto eloquente di Bollani.
Forse, è davvero tutto qui.
Insomma, questa è la mia idea. Come recita un meme di internet: “change my mind”.
PS l'assoletto di batteria che fa tanto tendone da circo, non si può sentire
Ma il punto non è quello, il punto è che per me (e sottolineo per me) di tratta di musica di una noia mortale.
Riguardo la velocità di esecuzione vorrei solo ricordare a tutti quando Richard Benson si autoproclamò il chitarrista "più veloce al mondo".
il vero genio era lui.
Quel che io non capisco è il bisogno di dover a tutti i costi cercare di capire le critiche degli ascoltatori,
sia che siano oggettive, sia che siano soggettive..
La morale per me rimarrà sempre la medesima, io ignoro la musica e gli artisti che non mi piacciono e ignoro chi commenta con i propri gusti diversi dai miei artisti che magari a me piacciono..
d'altro canto, chi si mette in esposizione deve mettere in preventivo ogni tipo di critica purché il tutto non degeneri in offese o risse verbali.
Puoi eseguire un’opera pensata dall’inizio alla fine in ogni suo micro aspetto: emotivo, esecutivo, di un racconto che si snoda come la trama di un romanzo perfetto, di relazione matematica fra le note, percezione fisica e metafisica dell’interazione delle frequenze, del sound design, una nota suonata con o senza un certo effetto produce un’emozione totalmente diversa, non parliamo della relazione con le altre note attorno, con gli altri strumenti attorno. I pianisti classici cercano nel ribattuto, nel modo di premere un tasto, un certo effetto né più né meno di quando un chitarrista cerca un certo tocco per una certa nota. Prova a suonare il Tempo impetuoso d’estate a una velocità impropria e otterrai l’effetto di una innocua brezza primaverile, applicalo senza uno studio critico a tutte e quattro le stagioni e meglio sarebbe andare in pizzeria quella sera.
Io sono della scuola che pensa che certe opere d’arte, di musica, di canzonette o sinfonie, esistono già da qualche parte in un altroluogo parallelo e il compositore è l’antenna che capta quelle interferenze nel nostro mondo e le mette giù, e quella cosa ha un suo modo di essere così, per essere così, che suona così perfetta e la ascoltiamo come fosse da sempre già scritta, sepolta dentro di noi ma dimenticata, non ancora emersa, affiorata alla consapevolezza. Cambiarla non evoca più la stessa cosa. Paul Mc Cartney era convinto di aver copiato Yesterday dopo averla sognata, perché gli sembrava assurdo una cosa così non fosse già stata scritta.
Non tutto nasce così, esiste il medio e il mediocre, e fa parte della vita. Alcune opere, esecuzioni, composizioni sono robetta, altre robaccia o roba di poco conto e convive accanto a cose molto più elevate, ma che senso ha mettere accanto Arancia meccanica e Grande fratello vip? Nascono con ragioni e scopi diversi, per pubblici diversi. Da talenti diversi. Siccome tutti, in fondo, dobbiamo pur mangiare, e anche chi genio non è. Non nego un mio certo ggióvane sciovinismo davanti alle trasmissioni TV di liscio, ma sarei uno snob sciocco e irriverente se non considerassi dietro tutto quello un’intera scuola di pensiero e filologia storico-musicale di una cultura popolare che s’ibrida degli echi della musica colta, e un intero mondo di gente che frequenta sagre e balere e si diverte a commentare tra una mazurca e una polka, la svisata del fisarmonicista, il cantante piacione e la microgonna della corista, e si trascina il ricordo di un’esistenza contadina che è anche una vita che richiama a una semplicità hobittiana del senso delle cose.
Non si può assolutizzare. Sarebbe come buttarla in politica e dire che i rossi hanno sempre ragione e i neri sempre torto senza peraltro guardare ai casini che entrambi hanno combinato.
Un pezzo che ha la sua regione d’essere solo suonato veloce deve essere suonato veloce. Che senso ha Got a match a 40 di metronomo? E che senso ha Fade into you a 180? Il musicista che mette il lento nel veloce o viceversa senza rispettare il senso del racconto è uno che non ha la sensibilità per capire ciò che sta facendo, a volte magari ci sta perché lui ha capito se e come può starci, ma è una questione di sensibilità, la velocità non c’entra, è un problema dell’esecutore. Tutti possono imparare a suonare uno strumento, come tutti abbiamo imparato a parlare, ma c’è una grossa differenza da persona a persona riguardo ciò che diciamo.
Dopo questa affermazione mi son sentito quasi triste ma poi ho pensato di essere in buona compagnia: B.B. King, Keith Richards, George Harrison, David Gilmour etc...
Scherzo ovviamente, l'articolo è molto bello e offre dei bei spunti di riflessione.
ah.. si lo ammetto, il jazz IO non lo capisco.
Limite mio? Assolutamente, ma il risultato non cambia, ne faccio ben volentieri a meno.
un assolo veloce suonato bene è meglio di uno lento suonato male, e viceversa.
Possiamo chiudere.
L'articolo comincia con "non c'è una sola ragione al mondo"... ecc. Non è così. Ragioni ce ne sono. Innanzitutto la lentezza è chiaramente più facile da interiorizzare. L'orecchiabilità è un altro fattore e non va facilmente a braccetto con la velocità. Ecco perché tantissimi ritengono migliore la lentezza e sono convinti che espressività e lentezza siano inscindibili.
Nessuno costringe qualcuno ad ascoltare musica diversa da quella che si reputa immediatamente apprezzabile. È una questione di carattere, di attitudine. Personalmente ho una grande curiosità quindi non mi dispiace andare incontro alla musica, anziché aspettare da fermo che sia la musica a soddisfare immediatamente i miei gusti di base.
Ritengo sia un vero peccato perdersi delle vere e proprie gemme musicali soltanto perché si è poco assuefatti a certe velocità, a strutture più complesse, a tempi più dilatati.
Totalmente d'accordo.
Aggiungo che alcuni pezzi di artisti "nuovi" (per me) grandiosi sono davvero poco chitarristici.. E questo allontana il chitarrista "classico" dall'ascoltarli, gran peccato.
È frutto di tanto studio, è un valore aggiunto, e non mi sogno neanche lontanamente di fare discorsi da "volpe e uva".
Detto questo, un conto è suonare veloce, e un conto è fare musica che a me piace.
Tanti artisti che prediligo, non sanno suonare veloce, alcuni sì.
Il bebop, non lo reggo per più di qualche minuto, sarà un problema mio, ma tant'è, come altri generi che basano tutto sulla velocità.
Invece mi piacerebbe molto eseguire pezzi veloci in brani pop-rock, ma bisogna studiare, tanto, e uno arriva fin dove riesce. Dovè il problema.
Chi fa come la volpe, ha capito poco.
E' una questione di tecnica? Certo, è sempre anche una questione di tecnica sia suonare "lento" che "veloce"... sono difficoltà diverse.
Bollani? Un grande, ha perfettamente ragione, io stesso certa musica ho iniziata ad apprezzarla "da grande" sulla base di ascolti consigliati e guidati in un corso di teoria e tecnica dell'improvvisazione.