This Is Not a Christmas Carol, il 25 dicembre in musica si tinge di rosso
di Francesco Sicheri [user #65794] - pubblicato il 25 dicembre 2025 ore 08:00
Il 25 dicembre, mentre il mondo canta "White Christmas", il resto della musica fa tutt’altro: inciampa, implode, debutta, muore e rinasce con un tempismo impeccabilmente crudele. Tra leggende che se ne vanno, carriere che esplodono e Natali rovinati con classe, questo non è il solito racconto festivo. Una Christmas Carol stonata, suonata a volume troppo alto, dove il rock ride delle campanelle e la sorte dimostra, ancora una volta, di non avere alcun rispetto per il calendario.
Il Natale è tante cose. Per molti è soltanto il seguito di Una poltrona per due (guardato il 24 dicembre con il rimorso di dover scendere a patti con la cena o, peggio ancora, con la messa della Vigilia), per altri è quella bugia collettiva che ci raccontiamo una volta all’anno per non affrontare il fatto che il mondo continua a funzionare esattamente come prima, solo con più lucine.
La musica lo sa. La musica lo ha sempre saputo. E infatti il 25 dicembre, invece di comportarsi bene, di abbassare il volume e mettersi una sciarpa, decide puntualmente di fare il tutt'altro, lasciando cadaveri illustri sotto l’albero e costringendo a spiegare ai bambini perché papà ha appena spento White Christmas per mettere i Job For a Cowboy.
Si comincia nel 1954, quando Bing Crosby riporta White Christmas in classifica per l’ennesima volta. Undicesima. Un record. Una presenza talmente insistente da sembrare una tassa federale. È la colonna sonora ufficiale del “va tutto bene all'americana”, del “rilassati”, del “non pensarci”. E mentre la radio lo ripete come un mantra ipnotico, a Houston, Johnny Ace, simbolo della stagione più intensa e fragile della musica afroamericana dei primi anni ’50, si spara accidentalmente nel backstage.
Gioca con una pistola (ironia statunitense al suo apice), qualcuno gli dice di stare attento: lui sorride, dice che non è carica, la punta contro se stesso e fine. Sipario. Se esiste una dimostrazione scientifica che il Natale non protegge nessuno, è questa: una macchia rossa mentre Bing Crosby vende milioni di copie cantando la bellezza della neve.
Dieci anni dopo, il 25 dicembre 1964, la storia prova a sembrare più luminosa. A Londra i Beatles registrano per la BBC come se fosse una giornata qualsiasi, perché per loro lo è: lavorare, suonare, conquistare il mondo. A Brooklyn, sul palco del Fox Theatre, la Motown sfila come una parata di divinità laiche: The Supremes, Marvin Gaye, Stevie Wonder. Sette giorni di musica, il Natale come consacrazione industriale del talento, l’illusione che la musica possa davvero rendere tutti felici se messa nel giusto ordine di scaletta. Spoiler: non dura.
Il 25 dicembre 1968 i Led Zeppelin arrivano negli Stati Uniti. Nessuno stende tappeti rossi, nessuno parla di leggenda, perché sono solo quattro inglesi pagati poco che stanno per riscrivere le regole del rock senza chiedere permesso. È uno di quei Natali in cui la storia si muove in silenzio, come una frattura che senti solo il giorno dopo la partita di calcetto con gli amici di sempre. L’America pensa di festeggiare, ma in realtà sta aprendo la porta a qualcosa che non controllerà più.
Poi arrivano gli anni Settanta, e il Natale smette definitivamente di fingere. Nel 1977 i Sex Pistols suonano il loro ultimo concerto in terra britannica, per sciogliersi miseramente un mese dopo in seguito ad un tour a dir poco fallimentare negli USA.
L’anno dopo John Lydon sale sul palco con i Public Image Ltd e trasforma il Natale in un esperimento sonoro ostile, basso in faccia e disagio distribuito equamente. Se il punk ha distrutto, il post-punk seziona. Senza anestesia.
Negli anni Ottanta il Natale diventa uno spettacolo surreale. David Bowie canta con Bing Crosby ("che due palle" si può dire senza problemi) come se fosse la cosa più normale del mondo. Funziona. È bellissimo ed è profondamente strano. Due epoche, due estetiche, due idee opposte di celebrità che si incontrano davanti a un pianoforte e dimostrano che il pop è l’arte dell’assurdo che funziona. Bowie sembra già sapere che niente di tutto questo durerà, e forse è per questo che sorride così poco.
Il 25 dicembre 1995 Dean Martin muore portandosi via un’idea di intrattenimento che oggi appare aliena: leggerezza senza scuse, eleganza senza cinismo, carisma senza bisogno di spiegazioni, un altro Natale che chiude una porta, senza fare rumore.
Nel 2006 il Natale smette definitivamente di fare finta.
Il 25 dicembre si porta via James Brown, e il baratro, fino a quel momento solo intravisto, si spalanca senza alcun ritegno. Se ne va il più instancabile di tutti, l’uomo che ha trasformato il ritmo in una disciplina militare e il sudore in una religione senza dogmi, fatta di colpi in levare. Brown non ha mai cantato per rilassare, ma per comandare: al pubblico, alla band, al tempo stesso. Muore a Natale perché non poteva essere altrimenti. Se esiste qualcuno che non conosce pause, che non ammette tregue né simboliche né liturgiche, è lui. James Brown non si ferma mai: nemmeno quando il calendario suggerirebbe di concedersi una pausa.
Il 25 dicembre diventa così l’ennesima data trasformata in paradosso, l’uscita di scena di un uomo che ha vissuto come una macchina ritmica in perenne movimento. “The hardest working man in show business”: un soprannome che, a quel punto, suona come una battuta di pessimo gusto scritta dall’universo. Ironica la vita, sfacciato il Natale, ma soprattutto coerente fino alla fine. Perché James Brown continua a lavorare anche dopo la morte, costringendo ancora oggi chiunque salga su un palco a fare i conti con una verità scomoda: il groove non concede ferie, nemmeno il giorno di Natale.
Nel 2014 Ed Sheeran è primo ovunque. Non importa dove guardi: classifiche, streaming, certificazioni, numeri che si moltiplicano come lucine intermittenti. È il Natale dell’algoritmo, quello in cui tutto sembra finalmente misurabile, prevedibile, sotto controllo. Il pop diventa una questione di flussi, di dati, di percentuali di completamento. Funziona. Funziona fin troppo bene. Ma la sensazione di ordine dura poco, perché la musica ha sempre il vizio di sabotare le sue stesse certezze.
Due anni dopo, il 25 dicembre 2016, muore George Michael. Non è solo una popstar: è il pop che ha osato essere fragile quando non conveniva, politico quando disturbava, sessuale quando spaventava, contraddittorio quando il mercato preferiva linee semplici e comprensibili. È successo, sì, ma sempre a modo suo, pagando il prezzo di quella libertà. Muore a Natale perché, a questo punto, il calendario smette di fingere qualsiasi neutralità: il giorno più rassicurante dell’anno diventa improvvisamente un luogo scomodo. Tre anni dopo, il 25 dicembre 2019, muore anche Melanie Panayiotou, sorella di George. Non è simbolismo, non è poesia nera, non è nemmeno ironia: è accanimento narrativo.
E allora eccoci qui, puntuali come una compilation dimenticata nel lettore dell’auto: il 25 dicembre non salva nessuno. Non salva i Santi, non salva le leggende, non salva nemmeno il concetto stesso di “giorno speciale”. La musica, che dovrebbe essere consolazione, si diverte invece a fare quello che ha sempre fatto meglio: sputarti in faccia mentre ti sorride, offrirti un ritornello memorabile mentre ti sfila il tappeto da sotto i piedi. Il Natale diventa così un gigantesco jukebox emotivo: premi play sperando in White Christmas e ti ritrovi con James Brown che collassa, George Michael che se ne va, Johnny Ace che rende vero il detto riguardante "le ultime parole famose."
Altro che pace in terra: qui è un eterno bis di ironia crudele, come se la storia della musica avesse letto troppo Lester Bangs e avesse deciso di prenderlo alla lettera. Niente redenzione, niente lieto fine, solo un disco che ti guarda e ti chiede: “Davvero pensavi che oggi sarebbe stato diverso?”. Eppure, proprio in questo caos, in questa collezione di disastri magnificamente umani, c’è qualcosa di rassicurante: la musica non mente mai, nemmeno a Natale. Soprattutto a Natale.
Detto questo, mettete su il disco che preferite, riaccendete le lucine dell'albero, versatevi qualcosa di forte e fate finta che vada tutto bene.
Domani è un altro giorno.
Buon Natale a tutti, luridi bastardi (una citazione in amicizia, sia chiaro).