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Intervista a Ivano Icardi: la chitarra come estensione del pensiero musicale tra studio e palco
Intervista a Ivano Icardi: la chitarra come estensione del pensiero musicale tra studio e palco
di [user #65794] - pubblicato il

L’ingresso di Ivano Icardi nella famiglia Ibanez diventa l’occasione per una riflessione ampia e articolata sul ruolo della chitarra nella sua vita e nella sua attività. Tra ergonomia, risposta dinamica e identità sonora, il chitarrista torinese racconta una collaborazione maturata lontano dalle mode, mettendo al centro la musica e il rapporto fisico con lo strumento. Un dialogo lucido che attraversa carriera, studio, palco e visione artistica.
Figura ben nota al pubblico italiano, e di queste pagine, Ivano Icardi attraversa da anni mondi musicali differenti con un approccio che tiene insieme pratica professionale, ricerca timbrica e scrittura strumentale. Chitarrista, produttore e compositore, il suo percorso si è sviluppato in modo parallelo tra studio, palco e produzione discografica, muovendosi con naturalezza tra contesti molto diversi: dalle collaborazioni con le principali major internazionali al lavoro per televisione, cinema e grandi brand, fino a un’attività solista che, a partire dai primi anni Dieci, ha progressivamente messo al centro la chitarra come strumento narrativo.

Dopo una lunga esperienza dietro le quinte, fatta di migliaia di produzioni come chitarrista, arrangiatore e produttore, Icardi ha scelto di tornare a esporsi in prima persona con un progetto strumentale che ha trovato una prima sintesi in Walking with the Giants (2013) e, successivamente, in So Far Away (2016) e Unconventional (2023), affiancati da numerose collaborazioni con musicisti di ambiti e generazioni differenti. Il lavoro in trio, le esperienze live e l’attività in studio – anche come fondatore e anima dello Skyline Studio di Torino – hanno contribuito a definire una visione musicale sempre più consapevole, attenta al dettaglio, al controllo del suono e al rapporto fisico con lo strumento.

Intervista a Ivano Icardi: la chitarra come estensione del pensiero musicale tra studio e palco

In questo contesto si inserisce il recente ingresso di Icardi nella famiglia Ibanez, che diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul ruolo della chitarra oggi, sull’ergonomia, sulla risposta dinamica e sull’equilibrio tra identità sonora e versatilità. Lontano da logiche di moda o da operazioni di facciata, il dialogo con il brand giapponese nasce in una fase matura del suo percorso e mette al centro la funzionalità dello strumento come estensione diretta del pensiero musicale. Nell’intervista che segue, Icardi racconta questo passaggio con lucidità, ripercorrendo il proprio rapporto con la chitarra elettrica, le esigenze del lavoro professionale e una visione artistica in cui tecnica, suono e narrazione restano elementi inscindibili.

Il tuo recente ingresso nella famiglia Ibanez segna un passaggio importante: come è nata questa collaborazione e in che momento della tua carriera è arrivata?
È arrivata in un momento molto maturo e consapevole della mia carriera e della mia vita, ed è forse proprio questo a renderla così significativa. Non è un’operazione di passaggio né qualcosa legato a una moda del momento, ma l’incontro naturale tra un percorso artistico lungo e trasversale e una visione dello strumento che oggi sento completamente mia. Ibanez ha intercettato perfettamente un’esigenza reale: avere uno strumento che non imponesse un’estetica o un linguaggio, ma che fosse un mezzo trasparente, affidabile, capace di raccontare la mia musica senza filtri. Più che parlare di endorsement, preferisco definirla una vera collaborazione artistica, basata su una visione condivisa e su un rispetto reciproco.

Intervista a Ivano Icardi: la chitarra come estensione del pensiero musicale tra studio e palco

C’è stato uno strumento specifico Ibanez che ti ha fatto scattare la scintilla per poi ragionare su questo salto professionale?
Sì, assolutamente. Il primo impatto è stato con alcune solid body moderne della linea AZS. Ho percepito subito una sensazione di “assenza di attrito” tra me e lo strumento: tutto funzionava, tutto era al posto giusto. Non ho dovuto adattarmi io alla chitarra, era già perfetta così. È un dettaglio enorme quando suoni da decenni.

E quindi quali sono i modelli ufficiali ai quali ti sei affidato? Come hai compiuto la tua scelta?
La scelta è stata guidata principalmente da esigenze musicali e pratiche, più che estetiche. Ho selezionato strumenti della serie AZS2200, con un form factor che mi è subito risultato molto congeniale. Per me era fondamentale avere chitarre in grado di coprire davvero le mie necessità, sia in studio sia dal vivo, permettendomi di passare senza compromessi dal rock al jazz contemporaneo e a contesti più articolati. Cercavo equilibrio, stabilità, coerenza timbrica e affidabilità, soprattutto sul palco, e devo dire che nella serie AZS ho trovato tutto questo, in un mix che risponde perfettamente al mio modo di suonare.

Prima dell’endorsement ufficiale, che tipo di rapporto avevi con il brand Ibanez come chitarrista e come professionista?
Ho sempre avuto grande rispetto per Ibanez. È un’azienda che ha investito sul futuro dello strumento, senza fossilizzarsi sul passato. Ho sempre ammirato la loro voglia di sperimentare — penso agli strumenti sviluppati con Steve Vai, per esempio — ma allo stesso tempo ho sempre guardato con grande rispetto anche alla loro straordinaria produzione di chitarre jazz.



Quali caratteristiche delle chitarre Ibanez hai sentito subito più vicine al tuo modo di suonare?
Le caratteristiche che ho sentito subito più vicine al mio modo di suonare sono l’ergonomia e la risposta dinamica. Amo poi in particolare il suono del pickup al manico della serie AZS2200, il Seymour Duncan Magic Touch-Mini, prodotto esclusivamente per questa serie. Questi strumenti hanno un’anima semplice, quasi come una Telecaster, ma offrono possibilità timbriche davvero uniche; quando le si “splitta”, il suono resta credibile e utilizzabile, cosa tutt’altro che scontata. In definitiva, sono strumenti molto sinceri, che restituiscono in musica esattamente quello che pensi: né più né meno. Per me è fondamentale, perché lavoro molto sulle sfumature, sul controllo del tocco e sul fraseggio.

In che modo questi strumenti amplificano o mettono maggiormente in evidenza aspetti specifici del tuo playing?
Bisogna dire che sono strumenti che non “nascondono” nulla, e questo mi piace tantissimo: io cerco trasparenza e intelligibilità, che ti obbligano a essere sincero come musicista. Qui mi riferisco al mio mondo solista: dopo tanti anni di single coil, avere sotto le dita il “corpo” e lo spessore di un humbucker mi porta a dare ancora più risalto ai temi all’interno del mio playing, che è sempre ricco di accordi, e questa cosa mi gratifica molto.

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Dopo una carriera così lunga e trasversale, quanto conta oggi per te l’ergonomia di una chitarra rispetto al puro suono?
Conta tantissimo. Il suono è fondamentale, ma se uno strumento è “faticoso” da suonare diventa un limite. L’ergonomia è parte integrante del suono, perché influenza il modo in cui esegui una nota, o come respiri quando la imbracci e quindi come pensi ed esegui la musica. Negli ultimi anni, suonando dal vivo una Telecaster senza alcuno scasso nel body, ero costretto a suonare sempre seduto: lo strumento era davvero scomodissimo in piedi. Sembra incredibile, ma ricordo ancora un grosso livido sulla cassa toracica dopo un concerto! Le Ibanez, al contrario, hanno un’ergonomia eccezionale e sono strumenti molto leggeri, il che ti permette di concentrarti solo sulla musica.

Se dovessi indicare uno o due elementi della chitarra sui quali non scenderesti mai a compromessi, quali sarebbero?
Stabilità dell’accordatura e risposta dinamica. Se una chitarra non è affidabile o non reagisce correttamente al tocco, per me è inutilizzabile, indipendentemente dal prezzo o dal prestigio.

Come è cambiato il tuo rapporto con lo strumento rispetto agli inizi, quando eri giovane? C’è qualcosa della chitarra elettrica che oggi ti interessa molto più di quanto non facesse anni fa?
All’inizio la chitarra era una conquista e poi una scoperta; oggi ci dialogo. Prima cercavo di dimostrare qualcosa a me stesso e al pubblico, ora cerco di raccontare qualcosa, magari una bella storia che sappia emozionare, ma senza parole. Mi interessano molto di più il silenzio, lo spazio e il peso di ogni singola nota; ad esempio, in questo periodo sto lavorando molto sul respiro delle frasi musicali. La chitarra elettrica, in fondo, è rimasta la stessa in tutte le sue declinazioni: sono io a essere cambiato profondamente, nel modo di ascoltarla e di usarla come mezzo espressivo.

Lavorando su migliaia di produzioni e contesti diversi, cosa cerchi oggi in una chitarra che deve accompagnarti in studio e dal vivo? Quali sono le necessità fondamentali alle quali deve rispondere?
Coerenza. Voglio uno strumento che suoni bene ovunque, che non mi costringa a “combattere” con lui e che mi permetta di concentrarmi solo sulla musica. Non ho mai avuto mani particolarmente forti, quindi il comfort esecutivo è fondamentale per me. Ricordo ancora concerti e session in studio con strumenti che mi causavano problemi ai tendini. Oggi, prima di tutto, guardo che la chitarra mi aiuti piuttosto che ostacolarmi. E un consiglio che do spesso: la chitarra è uno strumento davvero molto difficile, facciamo in modo che almeno sia confortevole.

Le Ibanez che hai scelto rispondono più a un’esigenza di versatilità o a una precisa identità sonora?
A entrambe. Sono versatili, ma non anonime. Hanno una personalità chiara, che però non limita il linguaggio.

Da produttore e arrangiatore, quanto influisce lo strumento sulle scelte musicali che fai in fase di composizione?
Moltissimo. Una chitarra può suggerire un accordo piuttosto che un altro, spingerti a privilegiare alcune zone del manico rispetto ad altre. Sono davvero tanti gli elementi che possono influenzare l’atto creativo su uno strumento. Per me, la chitarra è spesso il primo filtro attraverso cui passa ogni scelta musicale.

Intervista a Ivano Icardi: la chitarra come estensione del pensiero musicale tra studio e palcophoto credit @ Marco Sciarrino

Nel tuo progetto solista la chitarra è spesso narrativa più che virtuosistica: come dialoga questa visione con le nuove chitarre Ibanez?
Perfettamente. Ibanez mi permette di essere narrativo senza rinunciare alla complessità. Approfondendo la mia musica, si scopre spesso che la narrativa nasconde una componente virtuosistica molto articolata, a volte così complessa da richiedere uno sforzo concettuale e fisico significativo, soprattutto durante un concerto. Penso a brani come Ambermoon, Ines o Amarcord: all’apparenza la narrativa domina, ma l’esecuzione nasconde insidie tecniche davvero notevoli. Ripensando all’ultimo tour, che ha attraversato tutto il Paese ed è stato molto impegnativo, sono stato davvero felice di aver avuto con me uno strumento che mi permettesse di esprimermi al meglio nel mio playing.

Guardando ai tuoi album solisti, c’è un’evoluzione nel suono di chitarra che senti particolarmente ben rappresentata oggi nella tua musica?
Devo dire che il mio suono è sempre in evoluzione: non sono mai completamente soddisfatto, perché sono sempre alla ricerca di una voce unica che possa attraversare rock, jazz e blues. Negli ultimi anni prediligo suoni più scuri e chiusi, un riflesso del mio addentrarmi nel mondo del jazz. La vera sfida è trovare un suono che “scavalchi” i generi, sia come timbro sia come suonabilità. Però, dopo tanti anni di ricerca, penso di averlo finalmente trovato: il mio suono attuale mi soddisfa più di qualsiasi altro di sempre. Probabilmente il ritorno a una chitarra con humbucker ha giocato un ruolo importante in questo. Ma sono certo che continuerò a sperimentare.

Su cosa stai lavorando attualmente dal punto di vista musicale: nuovi brani, collaborazioni o produzioni?
Sto lavorando a nuova musica originale, produzioni e alcune collaborazioni che sento molto vicine artisticamente. In questi giorni inizierò un disco in duo con un musicista che stimo moltissimo, Davide Liberti, un contrabbassista torinese di grandissimo talento: sarà un’opera estemporanea, di cui non so ancora quando vedrà la luce, ma sarà qualcosa di unico per me, un album completamente free, quasi del tutto improvvisato. Parallelamente sto buttando giù idee per il mio prossimo disco solista, un ritorno al passato ma con molta modernità al suo interno: non sarà assolutamente un disco jazz, ma armonicamente offrirà diverse sorprese. Nei prossimi mesi uscirà anche un nuovo singolo. Di pari passo continuo con la produzione musicale come chitarrista, un’attività che mai come in questo periodo mi sta dando grandi soddisfazioni.

Il trio resta il tuo formato principale per il live o stai esplorando altre soluzioni?
Sì, il trio resta centrale: penso sia la forma più bella e anche più difficile per un chitarrista. Riuscire a “tenere su” la musica in trio è una grande sfida, ed è per questo che il mio stile è molto accordale: non voglio mai che la musica sembri svuotata. Non ho mai pensato alla chitarra come a uno strumento “monofonico”, ma ho sempre cercato di sfruttarla al meglio in tutte le sue componenti armoniche. Allo stesso tempo sto esplorando altre possibilità e mi piacerebbe provare un organico più ampio, con un quartetto d’archi, un pianoforte e, ovviamente, la sezione ritmica… chissà cosa ne verrà fuori.

Possiamo aspettarci nuove date dal vivo nel prossimo futuro? Ci sono appuntamenti già in calendario?
Sì, alcune sono già in fase di definizione. Ma sto valutando se prendermi una pausa per dare spazio alla nuova musica e poi tornare dal vivo con materiale nuovo.

Dopo tanti ruoli diversi – chitarrista, produttore, compositore – cosa ti stimola ancora oggi a prendere in mano la chitarra ogni giorno?
Il profondo amore per la musica, che supera di gran lunga quello per la chitarra, che alla fine non è altro che un magnifico attrezzo per esprimere ciò che sento.

Ulteriori informazioni: www.ivanoicardi.com

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