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Carlo Di Pinto nell’orchestra di Amedeo Minghi, dalla chiamata al debutto
Carlo Di Pinto nell’orchestra di Amedeo Minghi, dalla chiamata al debutto
di [user #116] - pubblicato il

Una chiamata inattesa porta Carlo Di Pinto nell’orchestra di Amedeo Minghi, con pochissimi giorni per prepararsi e un debutto senza prove. Tra rig digitale, suoni anni ’80 e attenzione maniacale da riporre sulle parti, emerge il lato più rigoroso del lavoro di turnista. Un racconto fatto di disciplina, ascolto e responsabilità: quando il palco misura la professionalità, nota dopo nota.
Entrare nell’orchestra di Amedeo Minghi per Carlo Di Pinto non è stato un semplice “ingaggio”: è stata una chiamata arrivata dopo anni di lavoro, relazioni costruite con cura e un’idea di mestiere fatta di disciplina e rispetto del repertorio. La sfida si è presentata all’improvviso — pochi giorni per prepararsi e un debutto senza prove — ma proprio lì si misura la tempra del turnista: studiare, ascoltare, ricavare le parti, arrivare sul palco con suoni e intenzioni già a fuoco. In questa conversazione racconta cosa significa suonare “dentro” un’orchestra, con precisione e stile anni ’80.

Quando e come è arrivata la chiamata per entrare nell’orchestra di Amedeo Minghi? C’è stato un contatto diretto, un passaparola, un’audizione?
Ho conosciuto il Maestro Amedeo Minghi in occasione del suo compleanno, due anni fa: l’ho trovato una persona splendida e disponibile. Uno dei miei format su Instagram si chiama “Una chitarra per”: inserisco parti di chitarra dove non ci sono e, in questi anni, ho spesso ricevuto l’approvazione di altri artisti come Nesli, Giuliano Sangiorgi e Federico Zampaglione. Con quest’ultimo è nata anche una vera amicizia. Proprio il giorno del compleanno di Amedeo gli ho fatto ascoltare alcune note che avevo scritto sul suo brano L’Immenso e gli sono piaciute; a quel punto mi sono proposto, nel caso servisse un chitarrista. Dopo due anni è arrivata la chiamata del Maestro Giandomenico Anellino, suo capo orchestra.

Qual è stato l’elemento decisivo che ti ha fatto dire “ok, si fa”? Repertorio, contesto, persone coinvolte, prospettiva artistica?
Prendere questa decisione non è stato facile. Il Maestro Giandomenico Anellino mi ha chiamato il 3 dicembre chiedendomi disponibilità per due eventi con Amedeo Minghi: il 10 e il 30 dicembre. Ho dato la mia disponibilità pensando che, prima del 10, ci sarebbero state delle prove generali. Invece, un paio di giorni prima mi informano che si trattava del concerto al Teatro Acacia di Napoli. In altre parole, dovevo salire su quel palco senza provare. Era una sfida enorme, ma mi sono detto: posso farcela. Mi sono blindato nel mio studio nei pochissimi giorni a disposizione e mi sono messo a studiare tutto. Sul piatto c’era un tour nei migliori teatri italiani: un sogno.

Carlo Di Pinto nell’orchestra di Amedeo Minghi, dalla chiamata al debutto

Ti è stato richiesto di replicare parti già codificate o hai avuto margine di interpretazione? Quanto spazio c’è per la tua mano e il tuo fraseggio?
Di base bisogna fare quello che c’è scritto: c’è pochissimo margine di interpretazione. Nei pochi spazi che ci sono, però, cerco comunque di caratterizzare le parti con la mia personalità.

Che tipo di materiale ti è arrivato per prepararti? Spartiti, chart, registrazioni, stem, reference live: come hai organizzato lo studio?
Mi è arrivato un file unico: due ore di un concerto live. La data del 10 a Napoli era sia un evento sia una sorta di provino; non era possibile avere quindici elementi dell’orchestra “obbligati” a provare solo per me, quindi sono entrato in un tour già avviato. Non è stato facile, ma grazie all’impegno sono riuscito a salire in corsa.

Quanto tempo hai avuto tra conferma e prima prova/prime date? E quale routine ti sei imposto per arrivare “in bolla” sul set?
Pochissimi giorni: come dicevo, la chiamata è arrivata il 3 nel pomeriggio. Mi sono letteralmente blindato in studio, ho rimandato qualsiasi cosa. Sono treni che forse passano una volta nella vita. Io, nel mio lavoro di turnista, ho un modus operandi chiaro: devo arrivare preparatissimo su tutto — parti, suoni, chitarre adatte.

Carlo Di Pinto nell’orchestra di Amedeo Minghi, dalla chiamata al debutto

Se dovessi descrivere il lavoro in tre parole dal punto di vista del playing, quali useresti?
Anni ’80, Stratocaster e perfezione.

Qual è stata la sfida principale nel suonare dentro un’orchestra? Incastri, intrecci con archi/fiati, gestione dei vuoti, attenzione alle micro-dinamiche?
Bisogna stare attenti a tutte le parti: anche un singolo arpeggio deve essere eseguito alla perfezione, nulla è improvvisato. Al Teatro della Conciliazione di Roma, nella data del 30 dicembre, mi sono dovuto incastrare con altre due chitarre: eravamo in tre sulle partiture e bisognava suonare meno, ma essere ancora più precisi. Il Maestro Amedeo Minghi tiene moltissimo alla precisione.

Com’è cambiato il tuo approccio al groove rispetto a una band rock/pop “classica”? Più ascolto, meno occupazione, più disciplina ritmica?
Esattamente: è tutta un’altra cosa. Bisogna essere perfetti in tutto, ma senza perdere mai di vista il groove. Devi suonare in modo più lineare e il più pulito possibile. Per me è molto formativo suonare in orchestra.



C’è un brano del repertorio che ti ha messo più alla prova? Perché? Armonia, cambi, suono, parti in unisono, transizioni?
La vera difficoltà è nata sul brano 1950, che viene collegato a Vita Mia. Non è stato facile ricavare le parti. Dovevo partire con un clean molto anni ’80 e poi passare a una parte più “lead” insieme ai violini, ma non doveva essere un vero e proprio lead, altrimenti c’era il rischio di uscire troppo fuori. È stato interessante lavorare su questo medley senza spartito e senza partitura: ho dovuto ricavare le mie parti ad orecchio.

Dopo le prime date, qual è stata la tua prima impressione “a caldo” dal palco? E cosa hai già corretto o raffinato tra una data e l’altra?
Ho lavorato molto sui suoni: dai clean ai delay a tempo, considerando anche l’ascolto in cuffia che non è mai al top. Però a questo sono abituato: dopo vent’anni e passa di gavetta, ci fai il callo. Lavoriamo in digitale e abbiamo un piccolo mixer con cui decidere cosa ascoltare nelle in-ear. Noi chitarristi, in cuffia, non abbiamo la stessa percezione di quello che succede “fuori”.

Che tipo di rapporto si crea con il direttore musicale e con la sezione ritmica in un contesto del genere? Come vi date i riferimenti (cue, cenni, talkback, in-ear)?
Abbiamo il click in cuffia, che ognuno può decidere se sentire o no tramite il mixer personale. Non ci sono cenni da parte del capo orchestra: ognuno pensa alla propria parte e basta. A essere sincero, è emozionante quando il direttore di produzione dice: “Cinque minuti e si parte!”.

Carlo Di Pinto nell’orchestra di Amedeo Minghi, dalla chiamata al debutto

Sul piano timbrico, che palette ti sei costruito per questo lavoro? Clean, crunch leggero, ambienti, modulazioni: quali “colori” ti servono davvero?
Di base utilizzo sempre tre suoni: clean, crunch e lead. Sul clean, per questo lavoro, è fondamentale un chorus fatto bene. L’idea è stata quella di dare un’impronta molto anni ’80, come dicevo: i miei punti di riferimento sonori, come chitarristi, sono stati Dann Huff e Steve Lukather.

Quale chitarra o quali chitarre hai scelto e perché? Scala, tipo di pickup, risposta dinamica, affidabilità: cosa ti guidava nelle scelte?
Nella prima data a Napoli avevo portato una superstrat classica “da turnista”, ma al Maestro Amedeo non è piaciuta particolarmente. Per fortuna avevo con me la mia fedele Gibson SG, che ha risolto tutto e ha accontentato il Maestro Minghi. Ne ero contento: alla mia SG Gibson sono particolarmente legato, perché è stato un regalo dei miei genitori quando avevo solo 13 anni, da fan dei Sabbath e in particolare di Tony Iommi. Un’altra chitarra a cui sono molto legato è la mia Fender Japan Lake Placid Blue del 1986: una chitarra cresciuta con me, da sempre. Da poco ho aggiunto un mini JB al ponte (monta i Texas Special) ed è diventata tutta relic (vero, dettato dal tempo). Il ponte è un Vegatrem, azienda con cui collaboro; le corde che uso sono Dogal Carbon 09-46. In quasi tutti i miei tour ho sempre con me la mia Japan: è la mia number one, a cui sono davvero molto legato.

Che rig stai usando live? Pedaliera “tradizionale” con amplificatore, oppure soluzione digitale: e quali sono i punti fermi (compressore, overdrive, delay, riverbero)?
Sto usando il digitale. Per lo studio e le prime due date ho utilizzato una Zoom G11: lavoro con Mogar Music, che mi ha fornito due Zoom G11. Successivamente la mia intenzione è stata quella di alleggerirmi sempre di più e, grazie a Mogar, sono passato al Tonex. Il mio rig completo comprende, oltre al Tonex, un overdrive esterno doppio Black Kat, il Queen Wasp, che uso sulla patch clean, e una pedaliera MIDI con cui controllo le modulazioni; il tutto è collegato con cavi Rigotti Cables. L’“ampli” che utilizzo sempre in qualsiasi macchina è una Plexi con tre diversi stadi di gain. Il clean non è proprio clean: se plettro più forte, entra un leggero crunch. Indispensabile il chorus per gli arpeggi e sempre il tap tempo per il delay. Nota di merito per le patch dei ragazzi di Choptones e di Massimo Varini.

In termini di praticità da tournée, cosa hai privilegiato: coerenza del suono o flessibilità? E qual è la lezione più importante che ti porti a casa da questo ingresso nell’orchestra?
Ho preferito dedicarmi alla coerenza del suono, perché al Maestro Minghi piace sentire le parti alla perfezione. Con l’orchestra c’è un bellissimo rapporto: sono persone splendide, e lo stesso Amedeo Minghi è una persona eccezionale. Il turnismo è un lavoro: devi fare quello che c’è scritto e devi farlo bene; nei pochi ritagli devi fornire un motivo valido per cui hanno scelto proprio te. Vi assicuro che, dopo aver visto i teatri pieni e aver suonato a fianco di un’icona importante della musica italiana come Amedeo Minghi, è qualcosa di impagabile.

Carlo Di Pinto nell’orchestra di Amedeo Minghi, dalla chiamata al debutto
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