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Maximum Volume, i sunn O))) e il drone ancestrale
Maximum Volume, i sunn O))) e il drone ancestrale
di [user #65794] - pubblicato il

Entrare nel mondo dei sunn O))) significa rinunciare alle coordinate familiari della chitarra elettrica e lasciarsi trascinare in un flusso sonoro fatto di volume, sustain e pura materia timbrica. Dal minimalismo di La Monte Young fino al drone metal, il suono smette di essere struttura e diventa esperienza fisica. Più che ascoltare un brano, si attraversa una massa sonora che vibra nello spazio e nel corpo.
Questo non è un articolo breve. Chi non ha voglia di spendere del tempo per leggere, si allontani senza sentirsi in colpa. È una premessa obbligatoria, perché per avvicinarsi ai sunn O))) servono calma e dedizione.

Arrivare a contatto con i sunn O))) è un po’ come entrare in una stanza dove la chitarra elettrica non “parla” più la lingua che conosciamo, e questo - paradossalmente - accade proprio con un duo venerato da un numero impressionante di chitarristi (metal e non) come fosse un culto trasversale, capace di unire puristi del volume e raffinati esploratori del timbro. Poi parte il primo ascolto, e spesso arriva lo spaesamento: niente riff riconoscibili a cui aggrapparsi, nessuna forma-canzone, nessuna di quelle strutture che ci si aspetterebbero da un progetto che ha fatto della sei corde la propria chiave di volta. È come se la chitarra, invece di condurre, si ritirasse di lato.

Maximum Volume, i sunn O))) e il drone ancestrale

Solo che non si ritira affatto: cambia funzione. Qui la chitarra elettrica, e soprattutto il suo suono, non è un mezzo per costruire brani, ma una materia da modellare, un fenomeno fisico da far accadere. Il sustain diventa architettura, gli armonici diventano luce, il volume diventa pressione (e quanta pressione). Quello che ne nasce ha molto più a che fare con un’esperienza corporea, viscerale, quasi inevitabile, che con l’ascolto “canonico” guidato da una melodia o da un ritornello, entrambi assenti nella forma che si conosce. Con i sunn O))) - in altre parole - non si segue un pezzo: ci si entra dentro.



Entrare nel “drone” significa rinunciare alle certezze, smettere di cercare un punto di riferimento melodico o strutturale, e lasciarsi trascinare da un flusso continuo, rigenerativo, e prodotto dalla pressione sonora di un numero incalcolabile di watt. È un po' il corrispettivo metal del leggere Joyce... Se Joyce parlasse tramite un flusso di suoni così ampi, potenti e gutturali da assomigliare più al verso del Kraken, che ad una narrativa proteiforme.

Non si ascolta un brano, non lo si segue: ci si abbandona a una corrente che non promette direzione, ma presenza, immersione e abbandono.

Droni ermetici e minimalismo strutturale
La moderna estetica della drone music affonda le sue radici nel lavoro pionieristico di compositori minimalisti come La Monte Young ed Éliane Radigue, due figure che hanno avuto il coraggio – o l’incoscienza – di chiedersi cosa succede quando si toglie tutto il superfluo e si lascia un suono solo, nudo, a occupare lo spazio come un animale che non ha intenzione di andarsene.

Maximum Volume, i sunn O))) e il drone ancestrale

La Monte Young ha definito il drone come “il ramo del minimalismo basato sul sustain”. Negli anni Sessanta, il collettivo di Young, il Theatre of Eternal Music (noto anche come The Dream Syndicate, con collaboratori come Tony Conrad, Marian Zazeela e John Cale), ha aperto la strada ai droni musicali di lunga durata come nuova e radicale forma di minimalismo. A partire dagli anni Sessanta, La Monte Young iniziò a sperimentare con note dal sustain e dalla durata interminabili, basandosi su sistemi di intonazione naturale fondati su rapporti armonici semplici, quasi primordiali.

Maximum Volume, i sunn O))) e il drone ancestrale

Se Éliane Radigue, con opere come la sua Trilogie de la Mort (1988–1993), esplorava il dorne come veicolo spirituale, opere come Dream House di Young, installazione sonora permanente fatta di onde sinusoidali accordate con una precisione maniacale, non si limitavano a essere ascoltate: occupavano lo spazio, lo colonizzavano, trasformando la stanza stessa in un organismo vibrante. Muovendosi all’interno, l’ascoltatore non “sentiva” semplicemente il drone, ma ne attraversava fisicamente le variazioni armoniche, come se il suono fosse una sostanza atmosferica. Young dimostrò così che un singolo suono continuo poteva diventare il centro di un’esperienza percettiva e corporea, influenzando profondamente non solo compositori colti, ma anche musicisti della sfera rock come John Cale dei Velvet Underground e figure del mondo ambient come Brian Eno.
Nella drone music, l'ascetismo diventa sovversivo.


Queste sperimentazioni posero le basi concettuali di tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Eliminando melodia e ritmo, il drone – il suono continuo e inalterato – smette di essere un fondale e diventa protagonista assoluto. Non più accompagnamento, ma soggetto. Il bordone veniva isolato, amplificato, messo sotto una lente d’ingrandimento fino a costringere l’attenzione sugli armonici, sulle micro-variazioni timbriche, su tutto ciò che normalmente passa inosservato.

Un gesto paragonabile a quello di un pittore che espone una tela di un solo colore: tolta la narrazione, resta la materia.
Se la materia è abbastanza potente, non serve altro.

Dal drone spirituale al rock sperimentale
Negli anni Settanta il linguaggio del drone esce dai contesti accademici e inizia a diffondersi nella musica contemporanea. Gruppi come Kraftwerk, Tangerine Dream e Cluster utilizzano i primi sintetizzatori per creare paesaggi sonori dilatati che spesso rinunciano alla forma-canzone tradizionale. Non è soltanto sperimentazione tecnologica, ma anche una presa di distanza dall’idea di musica come intrattenimento immediato.



Queste ricerche, filtrate attraverso il minimalismo e intuizioni precoci come la musique d'ameublement​ di Erik Satie, confluiscono nel lavoro di Brian Eno. Con Ambient 1: Music for Airports (1978), Eno formalizza l’idea di ambient: musica pensata per definire uno spazio mentale, “tanto ignorabile quanto interessante”, e il drone diventa così un campo sonoro continuo che avvolge l’ascoltatore senza pretendere attenzione costante. Da qui si diffonde in numerosi sottogeneri: nella dark ambient di Lustmord e :zoviet*france, ma soprattutto nel post-rock e nello shoegaze, dove sono proprie le chitarre a generare droni attraverso feedback e note dal sustain infinito per costruire masse sonore statiche e immersive.

In tutte queste forme rimane lo stesso principio: il suono prolungato come spazio mentale in cui il tempo rallenta e l’ascolto diventa esperienza immersiva. Proprio da questa tensione nasceranno le declinazioni più estreme del drone nel rock e nel metal.

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Drone Metal: Earth e Sunn O)))
All’estremo opposto dell’ambient educato di Eno, il drone metal prende forma come esperienza - giustamente e volutamente - brutale. Nato negli anni Novanta, fonde l’ipnosi statica del minimalismo con la potenza amplificata dell’heavy metal, e i primi a spingere davvero in questa direzione sono gli Earth di Dylan Carlson. Con Earth 2: Special Low Frequency Version (1993), la band elimina batteria e voce, riducendo il rock a un’ossatura di chitarre ultra-distorte che ronzano su tempi dilatati fino all’assurdo.



In Giappone, invece, Keiji Haino stava tracciando un percorso personale verso il drone attraverso il rock d’avanguardia. I lavori della sua, Fushitsusha, potevano muoversi da un ambiente quasi silenzioso e carico di tensione a esplosioni assordanti di rumore chitarristico, spesso senza una ritmica stabile. Il lavoro di Haino alla chitarra – enormi ondate di distorsione e feedback – e le sue voci ultraterrene (dal sussurro alle urla strazianti) incarnavano l’etica del drone fatta di estremismo come raggiungimento di uno stato di trance. 

Sempre a Tokyo, i Boris raccolgono il testimone del drone negli anni Novanta. I Boris (nome scelto in tributo ad un brano dei The Melvins) iniziano nell’underground punk e garage, ma si avventurano sempre più profondamente in droni di durata epica. Il loro debutto del 1996, Absolutego, è un unico brano di oltre sessanta minuti, fortemente ispirato agli Earth. Inizia con diversi minuti di puro "hum" e feedback, per poi coagularsi in un “riff monolitico” che avanza a passo glaciale, soporifero, quasi narcotico, cullando l’ascoltatore in uno stato di trance, salvo poi scuoterlo con improvvise esplosioni ritmiche o voci angosciate che emergono come un leviatano dagli abissi. 



Alla fine degli anni Novanta, la convergenza tra i droni minimalisti e l’estetica doom metal era ormai pienamente avviata. Si era formata una scena internazionale informale, con artisti che scambiavano idee su come volume estremo, sustain e tempi lenti al punto da sparire potessero creare un’esperienza musicale trascendentale. Tutto si rifà a Earth 2: Special Low Frequency Version: non un disco da “ascoltare”, ma da subire. Una sorta di buco nero nel cuore dell’era grunge: un’opera che sembrava un errore di sistema e che invece avrebbe ossessionato l’immaginario del metal estremo per decenni. Questa evoluzione prepara il terreno per la band che avrebbe portato il drone chitarristico a nuovi livelli di fama e di arte: i sunn O))).

Maximum Volume, i sunn O))) e il drone ancestrale

L'alba dell'oscurità
I sunn O))) non emergono dall'ombra: la abitano. Formatisi a Seattle nel 1998, Stephen O'Malley e Greg Anderson portano il drone metal su livelli ideologici, e il loro mantra – “Maximum Volume Yields Maximum Results” – è insieme provocazione e manifesto estetico. Volume come mezzo, fine e messaggio.


 
Nel 2019 ho posto a Stephen O'Malley la seguente domanda: In molti pensano che l’improvvisazione abbia una componente “tattile” molto importante nel suo avvenire fra i membri di un gruppo o di un progetto, e questo sicuramente si applica particolarmente bene alla musica dei Sunn o))), che sembra anche avere un ché di religioso nel suo sprigionarsi. E non mi riferisco alle tonache che indossate on stage.
Mmm, punto molto interessante. Voglio provare a elaborare questo concetto perché non è facile esprimerlo nella maniera corretta. “Religioso” non è il termine che utilizzerei, ma forse propenderei per “cerimoniale”. La differenza fondamentale per me è che qualcosa di religioso ha a che fare con un tipo di cultura, con la propagazione di questa cultura nella storia e con il suo radicarsi nella quotidianità in atti di liturgia. Qualcosa di cerimoniale invece è un rituale strutturato, e penso si applichi perfettamente, ad esempio, alla musica black metal… forse non tanto perfettamente ai Sunn o))), ma può comunque rendere l’idea. In ciò che facciamo c’è sicuramente una componente rituale, una sorta di liturgia del suono che si svolge durante i nostri show, ma credo che in fin dei conti con i Sunn o))) succeda qualcosa di molto più vicino all’intrattenimento fantasy. Durante i nostri concerti si diviene parte di qualcosa che trasferisce su di un piano più legato al fantasy che ad una cerimonia religiosa.

La loro musica è fatta di tempi lentissimi, accordature bassissime, riff che non portano da nessuna parte se non più a fondo nello stesso punto in cui nascono. La chitarra elettrica smette di essere uno strumento melodico e diventa un generatore di masse sonore. La batteria scompare, così come il canto... Quello che resta sono droni, feedback, risonanze, armonici, e soprattutto resta il corpo dell’ascoltatore, che nei concerti dei sunn O))) viene letteralmente investito dal suono. Tuniche monastiche, fumo denso, muri di amplificatori: il live è un rituale fisico, un’esperienza che punta all'annichilimento come forma di purificazione e di redenzione.



Nel corso di oltre vent’anni, i sunn O))) hanno costruito una discografia affascinante, spingendo sempre più in là l’incontro tra drone, rumore e metal. The Grimmrobe Demos (1999) introduce la formula di base; ØØ Void (2000) ne affina l’identità; White1 (2003) e White2 (2004) ampliano l’orizzonte sperimentale; Black One (2005) riporta tutto verso un’estetica metal estrema e claustrofobica; Altar (2006), in collaborazione con i Boris, celebra il drone come divinità; Monoliths & Dimensions (2009) integra il drone con orchestrazioni e voci corali, diventando - per molti fan - il capolavoro indiscusso; Soused (2014) con Scott Walker mette in mostra un'ampiezza culturale precedentemente non associata alla band; Kannon (2015) torna a una forma più cruda, essenziale, e efficace; Life Metal e Pyroclasts (2019) confermano la loro capacità di trascendere, tra composizione e improvvisazione.

In quasi tre decadi, l’impatto culturale dei sunn O))) è stato profondo, ed è andato ben oltre la sfera metal. O'Malley e Anderson hanno contribuito a ridefinire il metal come forma d’arte "elevata", portandolo in gallerie, musei e contesti accademici; hanno aperto il genere a nuovi pubblici, mostrando che la pesantezza sonora può essere intellettuale e spirituale. 



I sunn O))) hanno segnato la strada perché altri credessero che perseguire su quella stessa filosofia fosse possibile. Si prendano gli Stars of the Lid come esempio tra i più chiari. Brian McBride e Adam Wiltzie costruiscono un drone più gentile, più cinematografico, che rinuncia all’impatto fisico per lavorare sull’immaginazione. Le loro composizioni sono colonne sonore per film che esistono solo nella testa - e nel corpo - di chi ascolta. Chitarre preparate, archi, pianoforte: tutto concorre a creare paesaggi sonori statici ma emotivamente densi. Album come The Tired Sounds of Stars of the Lid (2001) e And Their Refinement of the Decline (2007) sono lunghi, lenti, malinconici nel senso più aulico del termine. Qui il drone non schiaccia, ma accompagna, scava, approfondisce... È introspezione pura, e dimostra quanto questo linguaggio possa essere versatile.

 
Ormai sono più di vent’anni che con i Sunn o))) portate in giro per il mondo il verbo della distorsione e della saturazione come oggetto d’arte. - ho chiesto a Stephen O'Malley nella stessa intervista realizzata durante la promozione di Life Metal/Pyroclasts - Cosa provi guardando a quanto avete ottenuto nel corso di questo viaggio?
Penso che non ci sia nient’altro nella mia vita che mi renda più orgoglioso del sapere che persone di nazioni diverse si sono fatte attirare in qualcosa di così particolare. Sono felice di vedere sempre nuova gente pronta a partecipare a quello che spesso e volentieri è un vero e proprio happening sonoro. Una cosa che sono sempre pronto a ricordami è quella di essere comunque un ragazzo della periferia di Seattle, al quale per vivere è stato concesso di suonare in chiese sconsacrate, girare il mondo e conoscere persone. Cerco sempre di rimanere umile e di ricordarmi da dove vengo, anche dopo più di 20 anni di attività con i Sunn o))).

Un nuovo sole
Dopo sette anni dall’ultima pubblicazione di materiale inedito, i sunn O))) sono pronti a tornare con un album disco eponimo intitolato semplicemente sunn O))) (in arrivo il 3 aprile). È il decimo album in studio, il primo realizzato per l’etichetta Sub Pop (un evento notevole, considerato il prestigio “indie” di quest’ultima e le comuni radici affondate nel cuore di Seattle). 



Registrato nel gennaio 2025 presso i Bear Creek Studios nello stato di Washington e co-prodotto insieme a Brad Wood, questo lavoro segna anche un cambiamento nella metodologia della band: per la prima volta dopo molti anni, O’Malley e Anderson sono tornati a lavorare da soli. Il duo torna all’essenziale - si fa per dire - puntanto su nessun collaboratore, e una quantità spropositata di chitarre. Fino a 130 tracce sovraincise per brano, a quanto detto da Brad Wood, non sono minimalismo, sono massimalismo portato al paradosso, ma è anche una dichiarazione di identità. Dopo decenni di esplorazioni, i sunn O))) tornano al proprio nome come se fosse un punto zero, nel quale scavare, assopirsi e ritrovarsi.

Nato nei boschi dello stato di Washington, l’album incorpora nuovi dettagli – come field recordings e pianoforte – senza tradire la propria natura. L'artwork di copertina sfoggia dipinti di Mark Rothko, e le note a margine di Robert Macfarlane completano un progetto che vuole essere totale, immersivo, coerente fino all’ossessione.
sunn O))) si presenta come un cerchio che si chiude e al tempo stesso si riapre. È il drone che guarda avanti senza dimenticare da dove viene. Rumoroso, lento, inesorabile, come una tradizione che continua a vibrare, amplificata fino a diventare futuro. 

Nota a pie' di pagina: so bene di aver escluso completamente la componente della strumentazione che, nel caso dei sunn O))) detiene un ruolo a dir poco fondamentale. Non temete però, di valvole, RAT, Model T, e chitarre a volume stratosferico ci sarà modo di parlare in un'altra occasione, sempre con Stephen O'Malley.
Tra non molto, sempre qui. 

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