Alive in an ultra world - Steve Vai
<p><b>Capolavoro</b>. Steve Vai, axeman di culto per milioni di chitarristi, è forse il guitar hero tecnicamente più dotato che esista. Steve, insieme a pochi altri pioneristici "sperimentatori" ha aperto nuove strade al chitarrismo moderno sviluppando non solo le tecniche post-Eddie, ma intervenendo sulle sonorità del nostro strumento preferito con idee originali in grado di oltrepassare i confini dei generi musicali. </p>
Mettendo a posto (si fa per dire) la nostra discoteca, ci siamo imbattuti in questo doppio CD dal vivo che avremmo voluto recensire due anni fa.
Avevamo avuto modo di apprezzare la irrefrenabile fantasia di Vai nel concerto di David Lee Roth a Milano alcuni anni orsono, concerto assai riuscito nel quale il chitarrista di origini italiane aveva messo le sue doti funamboliche al totale servizio del rocker fuoriuscito dai Van Halen.
In quell'occasione Vai si era concesso il gimmick (sorprendente) di far PARLARE la chitarra ("Helloo, how are you",ecc.) senza lesinare soli incandescenti ma "rispettosi".
Improponibile per ovvie ragioni sarebbe il paragone con un genio come Frank Zappa, ma è certo che in comune i due hanno almeno una cosa: la voglia di stupirsi e di stupire.
Quando uscì questo "Alive in an ultra world" a nostra volta ci stupimmo - perdonate la celia - di non trovarvi nessuna track degli album precedenti; tutti brani nuovi - e che brani! - incisi nel lunghissimo tour del 2000, rehearsals comprese.
La varietà delle 15 proposte unita alla micidiale compattezza della band (strepitosi Mike Mancini alla batteria e Philip Bynoe al basso, ma superlativi anche Mike Keneally alle tastiere e Dave Werner alle chitarre) e al calore della dimensione live (ottima la registrazione) rendono questo lavoro il miglior disco di Steve Vai.
Scevro da intellettualismi e sofisticazioni di sorta, diretto ma imprevedibile, "Alive in an ultra world" porta l'ascoltatore a viaggiare attraverso rinfrescanti cascate di note dai colori ora tenui, ora accesi, ora accecanti: musica che solletica l'emisfero sinistro e accarezza quello destro.
Ogni brano è dedicato nel sottotitolo a una nazione ("Song for Ireland", "Song for Italy", "Song for Greece",ecc.ecc.) e la umile prefazione:"Questa è una indulgente compilation con tante piccole note di chitarra" non è una captatio benevolentiae come qualcuno potrebbe insinuare, ma è la "vision" stessa del suo formidabile interprete.
Vai muove le dita sulle sue Evo, Flo, e Carvin elettroacustica; le muove, ci smuove e ci commuove spaziando nell'universo della musica tutta, e dimostrando ancora una volta che il rock è cultura senza limiti.
Convincente anche nelle due tracce cantate (con misura), gigantesco in quanto a "feeling" e comunicativa, persino quando deve interrompere un brano perché parte una corda o quando deve riiniziare un'esecuzione perché si accorge di avere la chitarra scordata, Steve Vai ci regala un capolavoro.