Paul Reed Smith Dragon 3
<p></p><p>Come si deve cominciare? Corpo in mogano con top in acero? Manico in mogano con tastiera in palissandro e scala da 25"? Oppure bisogna raccontare che i pickup sono due humbuckers senza coperchio, che il ponte è fisso e le meccaniche hanno un bloccacorde integrato? </p>
Le Paul Reed Smith sono strumenti di eccezionale qualità, ormai lo sanno tutti. Qualcuno sostiene che ogni chitarra che esce dalla fabbrica di Annapolis è un instant classic, destinato a veder aumentare il proprio vaolre nel tempo. Capita sempre il fenderista che rimpiange al Les Paul o il gibsoniano che vorrebbe tornare alla Telecaster. Sarà un caso, ma gli utenti di PRS che abbiamo conosciuto sembrano aver raggiunto la pace, salvo desiderare una tavola un po’ più fiammata, un colore diverso o...il sogno di cui vi raccontiamo qui sotto.
Di solito la PRS di cui si parla e si scrive
è la Custom, prima creatura del giovane chitarrista del Maryland
diventato nel giro di pochi anni un personaggio di primaria importanza
nel mondo della sei corde. La Custom era stata progettata per unire il
meglio dei due mondi: legni di pura scuola Les Paul, ponte di tipo
Stratocaster,
ma con alcune sottili ed efficaci rifiniture, scala a metà strada
tra le due rivali di sempre. La sua chitarra, in poco tempo, aveva fatto
il giro del mondo ed era diventata famosa nelle mani di una leggenda come
Carlos Santana. Indimenticabile una delle sue prime Custom: tre colori
come la bandiera messicana, ma trasparenti per non coprire il magnifico
top in flamed maple. Un volume, un tono e l’ormai caratteristico rotary
switch a cinque posizioni sono sufficienti per sentirsi tra le mani uno
strumento tanto impeccabile dal punto di vista della liuteria quanto
versatile
per timbrica. Forse senza il rozzo feeling che emana da un Tele scrostata
degli anni ’05 o la rabbiosa grinta di una Explorer, ma pronto a riprodurre
e amplificare con precisione ed eleganza le buone vibrazioni di chi lo
indossa.
L’elettronica è ingegnosa: girando la monopolina a scatti che sembra un normale controllo di tono si selezionano cinque sonorità varie e utilizzabili, scelte con gusto tra le innumerevoli che possono essere ottenute dalla combinazione di due humbucker: solo manico (les-paulish), solo ponte (brillante e moderno), entrambi (grung grung), entrambi in controfase (honk honk), entrambi splittati (suono moto vicino alla Stratocaster). Il tutto è collegato a tono e volume master eccezionalemte efficaci e progressivi. Questa volta però non abbiamo provato la solita Custom.
Abbiamo avuto la fortuna di mettere le mani su una chitarra di ben altro valore: una Dragon III e per precisione di cronaca diciamo che si tratta della numero 45 su un totale di 100 prodotte. Jimmy Skaggs, l’abile liutaio che l’ha assemblata ha compiuto una vera opera d’arte. Con oltre 200 pezzi di abalone, oro, turchese malachite, corallo, onice e madreperla ha intarsiato nel manico in palissandro brasiliano la terza versione del drago di Mr.Smith.
L’attaccacorde è una sorte di stud tailpiece in stile LP junior e, come sulla McCarty, non c’è nulla da regolare tranne l’action; anche l’intonazione è fissa, integrata nella massiccia fusione. E se una corda è stonata? Anche San Tommaso avrebbe ceduto: infiliamo il jack nal Boss TU-12 e verifichiamo tutte le corde al 12°tasto: impeccabile.
Rispetto alla Custom da cui deriva la Dragon ha qualche altra piccola differenza tecnica: manico a 22 tasti, una maggiore inclinazione della paletta, i pickup Dragon e il manico più largo e clubby. Guardandola da vicino non si può che restare meravigliati dalla cura con cui il tutto è realizzato. Come nelle altre PRS il binding è finto, cioè realizzato lasciando in colore naturale una sottile porzione laterale dell’acero del top. Bellissimo il logo in madreperla, intarsiato come sulle Signature, anziché serigrafato in oro. Il top, in vintage yellow, ha una venatura fitta, con un profondo effetto tridimensionale. Che altro c’è da dire? Su una chitarra di questo genere ha poco senso parlare di suono, ma per i più depravati che prendono in considerazione l’idea di usarla diciamo che l’azione è così perfetta che più perfetta non si può.
Le corde sembrano sfiorare la tastiera, eppure non c’è ombra di buzzing. Certo è una bella emozione ogni volta che si mettono le dita sul drago: la pentatonica di LA, per esempio, gira giusto sul muso e sulle fiamme che escono dalla bocca (!). Suonare una Dragon? Beh, dopo aver rotto il ghiaccio quasi quasi uno ci ripensa. Perché i Dragon suonano meravigliosamente bene, un po’ più grossi dei normali HFS e Vintage Bass montati sulla Custom normale, molto, passateci l’aggettivo, "Paffosi" (da Paf ovviamente...), soprattutto quello al manico. E il corpo, col dolce contouring tipico delle PRS, si lascia abbracciare senza obbiezioni. Quanto costa? Abbiamo trovato vari prezzi in Usa, da un minimo di 10mila a un massimo di 17mila dollari, anche se non siamo riusciti a capire il perché di questa differenza. L’esemplare descritto è stato gentilmente messo a disposizione da Gruhn Guitars, che l’ha venduto pochi giorni dopo la prova a 11mila dollari, ma ne ha già un’altra verde. A proposito, la tiratura è limitata a 100 pezzi (come per la Dragon II, mentre la Dragon I è stata prodotta in soli 50 esemplari).
C’è qualcuno che se la può permettere? Beato lui. Per tutti gli altri comuni mortali ricordiamo che PRS produce anche la Custom 22, in tutto per tutto simile, ma senza il drago. Prezzo attorno ai 2mila dollari in Usa.
«La nostra avventura è cominciata in una soffitta di Annapolis e ora continua in una fabbrica con 75 dipendenti», racconta Paul Reed Smith. «Fin da ragazzo amavo lavorare con le mani e me la cavavo bene. Costruii la mia prima chitarra per il professore di musica del college. Costò pochi soldi e presi il massimo dei voti. Decisi che per vivere avrei costruito chitarre. Furono però tempi molto duri. Andava bene se riuscivo a finire una chitarra la mese, ma di notte avevo gli incubi... Quando una chitarra era finita, le facevo fare delle vere e proprie prove sul campo, suonandola in vari gig. Ogni nuovo progetto mi insegnava qualcosa di nuovo: le modifiche si basavano su ciò che avevo imparato nel frattempo o su quello che mi avevano indicato altri suonatori. Per trovare il giusto mix servirono dieci anni, passando attraverso tre diverse palette, tre forme del corpo, otto tipi di pickup, tre sistemazioni di meccaniche e quattro tipi di tremolo. Bazzicavo per ore attorno alle arene dei concerti per fare amicizia con vari chitarristi. Riuscivo a intrufolarmi nel retro dei palcoscenici per cercare di far provare e se possibile vendere le mie chitarre alle star. Una notte feci un colpaccio. Carlos Santana, Al Dimeola, Howard Leese e altri conosciutissimi chitarristi accettarono di provarne una. Gli strumenti piacquero, così arrivò qualche ordine e assieme agli ordini i soldi necessari a costruire due prototipi. Li caricai sulla macchina e andai su e giù per la East Coast a visitare i negozianti: tornai indietro con ordini sufficienti a iniziare una società. Con il supporto di mia moglie, di bravissimi assiestenti, di ingegneri, di avvocati, di venditori, di artisti, di meccanici e di amici che riempirono assegni per aiutarmi a partire, mettemmo assieme un gruppo che ancora oggi lavora unito. Ogni pezzetto di una PRS si basa su un lavoro di dieci anni di prove, ripensamenti e invenzioni. Non ci fermiamo qui, continuiamo a cercare di perfezionare il nostro prodotto senza nessun compromesso:
Questa è la storia della PRS. Morale: credere nei propri sogni».