The Who live a Locarno 14 luglio 2006
<p>Dio esiste, perché ci ha dato gli Who! </p><p> Ore 19.30: sotto una pioggia torrenziale entriamo nella Piazza Grande di Locarno chiusa ermeticamente per ospitare il concerto evento del Moon & Stars Festival. In settimana si sono già esibiti Depeche Mode, Eric Clapton, Ramazzotti e Bryan Adams e sabato tocca a Ben Harper. Ma stasera..., stasera c'è una delle rock band più potenti del mondo.</p>
Dall'Italia, dalla Germania, dall'Inghilterra, da ogni cantone della Svizzera arrivano alla spicciolata fans di ogni età e si rifugiano sotto i portici. Gli ombrelli, azz... non sono ammessi. Ne ritroveremo uno solo dei nostri 2, ma tant'è, quello zanzato era pure rotto. Il cielo è nerissimo, tuoni che sembrano bombe fanno sobbalzare tutti e lampi ramificati illuminano la pioggia che scende abbondantemente e incessantemente. I roadies sono al lavoro sul palco gigantesco, mentre viene diffusa ottima musica: Led Zeppelin, Clash, Free. Qualche audace conquista la posizione sotto al palco, e i venditori di "impermeabili" di cellophane fanno affari d'oro vendendoli a 10 franchi l'uno. L'organizzazione è perfetta: ingresso per i disabili, 32 bagni a disposizione, servizio d'ordine discreto ma presente,e poi ti regalano di tutto, dai panini al formaggio alle caramelle, dai tappi per le orecchie anti Tinnitus (di cui soffre pete Townshend) ai chewing gum. Dieci postazioni di birra alla spina, banchetti di crepes,piadine, kebab, e cibo thai, pizzerie e ristoranti sono a disposizione di chi non ha ancora mangiato. Le coloratissime luci di Vittorio Storaro (!) illuminano le case della Piazza creando suggestioni straordinarie.
Ore 20.30: salgono sul palco gli Eels Pie, il trio del fratello di Pete, Simon Townshend. Bravi, ma non particolarmente originali nè coinvolgenti più di tanto. Come sempre avviene per le band di supporto, sono penalizzati da quei furbacchioni dei fonici (e dagli addetti alle luci) che riservano il meglio per il concerto principale. Il loro rock anni '90 con un po' di incursioni nel funky e nel blues (e con qualche furtarello o se preferite citazione - ad es. il giro di Taxman/Start! di basso e batteria) è comunque apprezzato dai pochi stoici che non sono sotto ai portici. Due schermi giganti ai lati del palco ci permettono di vederli e ascoltarli all'asciutto. La loro performance dura esattamente 40 minuti.
Ore 21.45: si spengono le luci. Corriamo tutti all'aperto. La serata è comunque calda, e la pioggia non ci fa un baffo, stanno per arrivare gli Who. L' urlo dei 10.000 (20.000?) accoglie Roger Daltrey, in camicia bianca a fregi azzurri. Poi è la volta del figlio di Ringo Starr, Zakk Starkey, che si siede dietro una batteria monumentale. Ecco l'espertissimo Pino Palladino (che dopo Paul Young ha accompagnato sempre stelle di prima grandezza) in t-shirt nera con la foto di Elvis imbracciare il suo basso a 5 corde. Dietro, alle tastiere, prende posto il fedelissimo John Bundrick, mentre ritorna Simon Townshend che si accolla l'onere e l'onore di fare da seconda chitarra. Finalmente arriva il grande Pete, t-shirt bianca, pantaloni neri, cappellino grigio da pescatore, un lieve strato di barba bianca e una Fender Stratocaster rossa con parapenna bianco (lace sensor? Forse.)
E' subito rock puro, duro, meraviglioso. Il primo pezzo è "I can't Explain" e la folla è in delirio. Seguono "Anyway, Anyhow, Anywhere", "The Seeker", "My Generation". Pete ha un suono fantastico, salta come un ossesso e non risparmia i suoi straordinari "windmills". Dietro di me si commenta:"Che tiro micidiale! Ho visto gli Stones a San Siro ma questi sono meglio." L'amalgama dei musicisti è effettivamente stra-or-di-na-ria. Ecco 2 brani del CD in uscita ad Ottobre: splendidi, tipicamente Who al 100%. Ecco Pete Townshend deliziarci con 2 ballad alla chitarra acustica 12 corde. Ecco "Good looking boy", scritta nel '92 e tenuta nel cassetto per più di 10 anni. Ecco "Who are you", e tutti a cantare a squrciagola. Ecco "Baba O'Riley": TAAN, TAN, TAN, TAAN TAN TAN, e tutti a saltare come marionette impazzite. Ecco "You better, you bet" e c'è gente che si abbraccia. Ma quando parte la tastiera di "Won't get fooled again" ci guardiamo tutti come se fosse avvenuto un miracolo. Dopo le strofe e i ritornelli siamo tutti lì ad aspettare l'urlo. Sì, quel leggendario, atavico, ancestrale, esplosivo urlo liberatorio che precede il ritorno del riff di Pete Townshend. E quando l'urlo arriva è così lungo, così bello e forte che ci fa venire una pelle d'oca da paura, e ci pervade tutto il corpo come fosse una scarica elettrica. Signori, in quell'urlo c'è la quintessenza del rock and roll.
Gli Who abbandonano il palco, ma il pubblico li reclama a gran voce: "WHO!WHO!WHO!" e gli Who rientrano. Pete Townshend ha una nuova Stratocaster tutta d'oro e l'energia (possa continuare così per altri 20 anni) è ancora in lui e in tutti noi. Ecco "Substitute" e si ritorna a ballare. Ecco "Pinball Wizard" e c'è gente, giuro, che piange. Poi le luci diventano azzurre e blu e...possibile? E' proprio lei? Sì, è "See me Feel me (We're not gonna take it)" Maestosa, coinvolgente, perfetta. Roger Daltrey gioca col microfono proprio come a Woodstock 37 anni fa: lo lancia, lo riprende, se lo avvolge intorno al corpo. E' l'ultimo pezzo e gli Who salutano, ringraziano, si inchinano. "Ci vediamo l'anno prossimo" - dice Pete Townshend. Abbandonano il palco e ci lasciano storditi, felici, consci di avere vissuto uno dei concerti più belli della nostra vita, un concerto che potremo (anche se non è la stessa cosa) rivivere grazie al DVD e al CD registrati proprio questa sera (già acquistabili su www.themusic.com). Come ho già avuto occasione di scrivere su questo sito. della sacra triade del British Beat (Beatles, Rolling Stones, Who - e qualcuno vorrebbe inserire anche i Kinks) gli Who erano e sono! il gruppo dall'impatto più forte. Primordiali, essenziali, vitali come SEMPRE deve essere il rock. E la leggenda continua.