Sanremo, specchio del nostro Paese
Commentare il Festival di Sanremo è sempre un’operazione dolorosa. Non solo perchè è lontano anni luce dalla musica che abbiamo ascoltato e ascolteremo, ma anche perchè è puntualmente e immancabilmente lo specchio del nostro Paese, che ci pare versi in una situazione tutt’altro che allegra.
Sanremo è figlio dei talent show della Defilippi e della Maionchi, dei telegiornali di Minzolini,dei gossip di Signorini, dell’incapacità della Sinistra, della miopia dei nostri discografici, della mancanza di coraggio e di sperimentazione, del televoto che fa incassare tanti bei dindini. Fa male al cuore vedere una grande orchestra di validi professionisti con i “nostri” Luca Colombo, Chicco Gussoni e Giorgio Cocilovo accompagnare, che so, Bastardo di Anna Tatangelo o Arriverà dei Modà (chi?) con Emma. Quando c’è il Festival non esiste quotidiano o settimanale che non pubblichi la sua pagella: c’è un voto per tutti, dai presentatori agli interpreti, dagli ospiti alle vallette. Ma cosa si vota? La musica, il testo, l’interpretazione e l’arrangiamento ? L’originalità? Abbiamo avuto anche quest’anno la nostra abbondante dose di plagi o addirittura di auto-plagi (leggi Battiato), la totale assenza del Blues e del Rock e del Pop (a Sanremo avere una struttura orecchiabile o ripetitiva è sempre, chissà perchè, considerato un delitto), una particolare pochezza in tutti i sensi di ospiti internazionali, una conduzione spesso spaesata e molta, troppa prevedibilità. Cosa salvare di questo sciagurato carrozzone? Anna Oxa, che pur avendo la più innovativa canzone in gara è stata condannata da un look improponibile (autentico harakiri) e da un modo di porgersi non proprio simpaticissimo; lo sfogo di Luca Bizzarri, Benigni, Davide Van De Sfroos, la PFM che ha nobilitato il brano di Vecchioni, Patty Pravo senza voce ma con la canzone più bella. Il resto, sinceramente, lo abbiamo già dimenticato.

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