The Black Keys Live in Milano
The Black Keys da Akron, (Ohio) capitale mondiale della gomma, che ha dato i natali a due ragazzi che potresti trovare in qualsiasi città americana, semplici, che non conoscono mode, fieri della loro infanzia, fatta di sogni e musica.
Dan Auerbach, chitarrista e cantante conosce proprio dall'infanzia Patrick Carney , batterista, e in una sera qualsiasi, senza pianificare niente , dopo anni di solo conoscenza esplode un amore, che sembra frutto di un intesa perfetta tra ritmo e spirito blues; è questo che viene in mente a sentire i The Black Keys, formati da questi ragazzi prodigiosi, musica che non sentivi da tanto tempo, quello che pensavi non potesse più esistere, perché ormai morto con quegli artisti che lo fecero nascere, crescere ed evolvere. Fortunatamente ci sbagliavamo. Undici anni di fatiche, e tante soddisfazioni, nati, cresciuti ed evoluti nel sottosuolo del underground questi ragazzi han preso tutto quello che la musica nera potesse offrire, dal blues che è sempre la matrice di ogni canzone al reggae, passando per il soul e arrivando persino al rap creando un rock variegato, semplice e mai scontato, a cui sta davvero stretta l’etichetta di indierock, perché è molto di più!
Il 6 dicembre 2011 esce il loro ultimo lavoro e parte la conquista del Europa, infatti, qualche giorno dopo l’uscita di El Camino, questo il titolo del album, consigliatissimo (non esce più dalla lettore del auto!) i biglietti per il concerto di fine gennaio al Alcatraz di Milano spariscono come quando si annuncia un concerto del Boss o degli AC/DC. Si potrebbe dire che è un ottimo segno per la musica! L’apertura dei cancelli è alle 19:00, e alle 17:45 già c’è una lunga fila e bagarini intralciano la strada a chiunque. 140 euro per un biglietto che nuovo ne costava 36. WOW! Delle super star! Finalmente alle 19:30 si riesce ad entrare e dopo l’acquisto delle magliette di rito (mai dire: "vabeh, la prendo dopo…" sono finite dopo 20 minuti!!!) e un giretto in bagno siamo pronti a prendere posizione sotto il palco, davanti alle transenne. Dopo un attesa di un ora circa si presentano sul palco I Portugal, gruppo Indie rock, poco ispirato; fortunatamente finiscono abbastanza in fretta e ci lasciano alla musica d’intrattenimento, rigorosamente blues e soul, che ci carica non poco. Ogni movimento della crew e delle tende fa saltare in aria i fan più carichi , e dopo una buona mezzora di attesa, ecco comparire Dan e Patrick, accompagnati da Gus Seyffert (basso) e John Wood (organi e seconda chitarra), giusto il tempo di un saluto che una accelerata e incattivita "Howlin’ for you", batteria e basso ingranano la quinta subito e si incastrano perfettamente, al resto ci pensa Dan con la sua voce, che è identica al disco, con la sua chitarra impazzita, il pubblico regisce saltando e a tratti pogando con ilarità. Pazzesco. I pezzi tratti da El Camino e di Brothers passano maestosi e grandosi, meglio che su disco, Dan cambia arma e imbraccia la sua Harmony a 3 pick up e Patrick con un sorso solo beve un intera bottiglietta e rimanendo soli soletti, esplodono nella loro primordiale formazione chitarra batteria con "Thick Freakness", "Girls On My Mind", "I’ll Be Your Man" e quando arriva "Your Touch" non c’è persona che non stia saltando, un mare di indemoniati che si muove a tempo di rock blues semplice e diretto con la carica di 20 bombe nucleari. Alla fine del pezzo le chiavi nere paiono soddisfatte… Tornano i membri supplementari del gruppo e inizia "Little Black Sub Marines", metà ballata, e metà hard rock lirico, con chitarra elettrica prepotente, il pubblico è in ovazione , un'altra manciata di pezzi, sempre tiratissimi e parte "Lonley Boy" e l’Alcatraz si trasforma in una sala da ballo rock 'n’ roll anni 60, Bo diddley e Chuck Berry potrebbero essere invidiosi! Finito il pezzo Dan saluta e ringrazia… ma è ovviamente una finta, e dopo qualche minuto di silenzio mille luci di tutti i colori squarciano il buio, grazie alla palla da discoteca più grande mai vista che crea un atmosfera sensuale e coccolante "Everlasting Light, tanto morbida quanto trascinante con il suo ritmo e il falseto elegante del cantanto, passa veloce anche "Long Gone", e il palco si svuota lasciando il barbuto e il nerd soli, per il più glorioso dei finali con "I Got Mine", una batteria enorme, e una chitarra che non lascia respirare, un riff che riempie più di 10 chitarre, adrenalina a mille, le luci si abbassano e con il ruggito di chitarra deflagra la scritta luminosa THE BLACK KEYS. Una lezione di Hard Rock.
È finito il concerto , e non ce ne siamo nemmeno accorti, è sicuramente un bene, nessuna noia, nessuna amarezza, solo tantissima adrenalina, e la consapevolezza di aver assistito al concerto di uno dei gruppi più importanti degli ultimi 15 anni.