Gibson Nighthawk Studio
Diapason da 25,5 pollici, ponte hardtail tipo Fender e manico in acero da un lato, doppio Burstbucker e costruzione all-mahogany dall'altro. La Nighthawk torna in catalogo senza paura di uscire dal solito target Gibson. L'abbiamo provata.
La Gibson Nighthawk sconvolse già alla sua prima uscita, offrendo caratteristiche tecniche e sonorità ben diverse da quelle a cui i fan Gibson erano abituati. Strane combinazioni di pickup, spesso inclinati da un lato e un top piatto hanno reso sempre piuttosto diffidenti i clienti abituali del marchio, che l'hanno erroneamente scambiata per un Les Paul mal riuscita.
Niente di più falso, e la Nighthawk intende dimostrarlo tornando nella nuova veste Studio, in un periodo storico particolarmente delicato per Gibson.
Le storie sui misteriosi stock di legni pregiati che hanno messo l'azienda nell'occhio del ciclone sono ancora sulle bocche di tutti, e certe scelte costruttive intraprese nell'ultimo periodo vengono spesso viste come ripieghi a cui si ricorre quando di legno non ce n'è e non si vuole perdere il proprio status.
Forse è vero, il palissandro, quello di una volta, sta scomparendo, ma c'è chi guarda speranzoso ai materiali alternativi ed ecologicamente sostenibili come il tanto discusso Baked Maple.

Acero al forno
In effetti, l'acero "cotto" di Gibson risulta essere un legno bruno, non viene laccato come accade con il normale acero e risulta poco dissimile da un normale palissandro non troppo scuro, un po' rossiccio. La vera differenza, alla vista, sta nelle venature più strette e meno evidenti rispetto al palissandro.
Gibson lo loda per il suo basso costo e buona risonanza, gli utenti non si fidano e parlano di materiali di seconda scelta.
Noi, per puro caso, durante una visita a Cristiano Ceruti del Centro Chitarre di Napoli, abbiamo incontrato Claudio Adamo - personaggio già noto agli Accordiani per servizi speciali come la presentazione della Gibson Dusk Tiger - e, d'accordo con entrambi, abbiamo preso la meno Gibson fra le Gibson, una Nighthawk con manico in baked maple. Ci abbiamo messo su le mani e, bisogna ammetterlo, ci sarebbe tanto di cui discutere.
Il primo timore, quando si imbraccia una chitarra con una tastiera fatta in acero cotto in forno - fin quando il legno non sa più di essere un albero, dice Gibson - è che questo risulti ruvido, anche per l'assenza di verniciature protettive. Eppure bisogna ammettere che, al tatto, il Baked Maple è piuttosto liscio: le venature sottili non si sentono sotto le dita, a differenza di quanto accade con il palissandro, e toccare l'acero sembra come toccare un qualunque legno ben scartavetrato ma non ancora verniciato.
Cotto tra i 2cento e i 3cento gradi Fahrenheit, il legno viene poi reidratato sotto pressione. Il tutto avviene senza l'uso di agenti chimici di alcun genere.
I produttori promettono un incremento della stabilità e la brillantezza sonora dell'ebano, con una tonalità di colore non dissimile dal pau ferro. Mentre sul pau ferro, venature a parte, si può essere d'accordo a prima occhiata, per la stabilità bisognerebbe poter maltrattare un pizzico lo strumento con cambi di temperatura, umidità e pressione atmosferica, ma questo per ovvi motivi abbiamo preferito non farlo.
La sonorità dell'ebano, invece, potrebbe non essere troppo lontana. Un veloce test a chitarra spenta fa capire subito che il Baked Maple, complice il leggero e risonante mogano usato per la cassa della Nighthawk in prova, vibra che è una bellezza. Forse non esiste tutta la prontezza dell'ebano, e forse anche il mogano ammorbidisce un attimo il risultato finale, ma l'acero cotto stupisce senz'altro.
Se è vero che le migliori idee vengono fuori in tempo di crisi, Gibson se la deve passare davvero male, perché questa sua inaspettata escursione nella ricerca di materiali alternativi ha dato risultati insperati.
Certo, non schiocca come l'ebano e non brilla come l'acero, non è tondo come il palissandro, ma il Baked Maple suona, è un fatto. Se poi è pienamente eco-sostenibile, ben venga.
Meraviglie dell'acero, sciroppo o tastiera che sia, rivela sempre belle sorprese: da provare entrambi.

Una chitarra senza nulla da perdere
Di sicuro non è il caso di Gibson, che con la sua Nighthawk Studio ha dimostrato un bel coraggio sparando decisamente lontano dal suo terreno di caccia abituale.
Il mogano è sempre presente nella sua produzione e non fa differenza nella Nighthawk: tutto il corpo e il manico, incollato, sono realizzati in mogano. Il retro del body è modellato con un contouring ben progettato, che abbraccia il chitarrista sia dove egli poggia il petto, sia dove la mano va a cercare i tasti più alti, affinando in quella direzione lo spessore di una cassa già piuttosto sottile e leggera.
Un binding bianco percorre tutto il bordo superiore del body, caratteristica che potrebbe far pensare a una realizzazione con top in mogano incollato, magari per celare delle camere tonali interne, ma su questo Gibson non si pronuncia.
Il disegno continua sui lati del manico, diapason da 25,5 pollici per 22 tasti con dot acrilici e un profilo di tipo slim taper.
Il set di meccaniche Kluson TonePros tipo vintage fa sufficientemente bene il suo lavoro, come anche il ponte fisso che, con il suo atipico look, caratterizza ulteriormente la sorellastra piatta e spilungona della Les Paul.
La verniciatura adottata è la Pelham Blue, ma la chitarra è disponibile anche Goldtop e SilverBurst.
Il colore, coprente ma sottile abbastanza da non nascondere la ruvidità del mogano sottostante, riveste fronte e retro dell'intera chitarra, ed è rifinito da uno strato trasparente alla nitrocellulosa, quel tanto che basta a non far sentire i pori del legno sotto le dita e a rendere particolarmente lucida la superficie.
A dispetto delle caratteristiche costruttive fuori dagli schemi Gibson, un grosso salto alla tradizione è compiuto con l'elettronica: due Burstbucker 1 e 2 in alnico II, rispettivamente per manico e ponte, sono incastonati nei due pickup ring in metallo.
Come vuole la tradizione, i due pickup non sono paraffinati, quindi particolarmente sensibili a qualunque vibrazione colpisca la chitarra, tuttavia non si avvertono fastidiosi feedback nemmeno ad alti volumi. Al contrario, basta agire sul solido selettore sequenziale a tre posizioni o sul push pull del potenziometro del tono - che spitta i pickup - per udirne chiaramente lo scatto attraverso l'amplificatore. Rumori meccanici aggirabili con una ceratura dei pickup ma che, cosa rara per le chitarre della sua fascia, non nascondono nessun rumore elettronico causato da switch e split del circuito.

Il suono
I puliti non sono mai troppo grossi e, sebbene con il pickup splittato al ponte si assottiglino parecchio perdendo anche diverso volume, trovano sempre una loro collocazione, ora nel jazz, ora nel rock, ora nel funk. In particolare, la posizione centrale con i due pickup insieme in configurazione full humbucker è tutta uno strappare di corde, con una voce gutturale e un sound che farebbe passare ore a giocare di slap e hybrid picking, divertendosi a variare le dinamiche della mano destra.
La potenza dei pickup è comunque sempre in agguato, e calcare la mano con gli humbucker non splittati vuol dire spesso sfociare in leggere saturazioni: più leggere della media per chi è abituato all'esuberanza Gibson, troppo invadenti per chi viene dall'headroom del single coil vintage, ma comunque gestibili con un po' di abitudine.
Sui distorti, il corpo dei Burstbucker viene fuori tutto insieme.
Il suono del manico si incupisce e bisogna andarci cauti con gain e toni, perché un amplificatore troppo imballato e toni non troppo aperti potrebbero ingolfare il suono più del necessario. In alternativa, basta splittare per trovarsi tra le mani un buon P90 con il suo attacco più pronunciato e quella maggior moderazione sui bassi che potrebbe cavar d'impaccio i meno avvezzi alla doppia bobina.
Passando al ponte, la situazione si equilibra notevolmente. Il suono non è eccessivamente aperto, è piuttosto rotondo e ben si presta a riff hard rock, che riempiono l'aria anche con quantità di gain moderate. Splittando il pickup, invece, il volume va di nuovo a cadere, ma in overdrive la differenza è chiaramente meno pesante e non va oltre la prevedibile riduzione di distorsione e la maggior articolazione del suono sulle alte frequenze, con un attacco che diviene ora più definito.
Se poi la chitarra suona, risuona e non raggiunge i 9cento euro, non c'è baked maple che tenga: va provata.