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Chuck Berry Chess Box

Chuck Berry Chess Box

<p>Giudizio: Capolavoro - CD Indispensabile n°46. </p><p><cite>"If you tried to give rock and roll another name, you might call it Chuck Berry."</cite>-- John Lennon </p>

di Dave Electric 26 SET 0
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Charles Edward Anderson Berry nacque il 18 ottobre del 1926 a St.Louis, Missouri.

Figlio di un diacono battista e di un'insegnante, terzo di sei fratelli, crebbe in una delle poche aree della città - The Ville - dove i neri potevano essere proprietari di un'abitazione.

 

Dopo aver conseguito la maturità alla Sumner High School (scuola frequentata, fra gli altri, da Tina Turner, Bobby Mc Ferrin e dal tennista Ashe) si dedicò al suo hobby preferito: la fotografia.

 

Lavorò poi saltuariamente come meccanico e parrucchiere, e imparò a suonare la chitarra riuscendo a inventarsi uno stile personale; più precisamente rielaborò alcuni stilemi dell'hillbilly spettacolarizzandone le sonorità.

 

Ingaggiato dal Sir John's Trio guidato dal pianista Johnnie Johnson (che lo accompagnerà per gran parte della carriera), iniziò l'attività musicale.

 

Era il 1952, e stava per nascere il rock'n'roll.

 

Scoperto dal grande Leonard Chess ( o meglio dal suo producer extraordinaire Willie Dixon) in un momento in cui nella zona di St.Louis si affermavano Ike Turner e Albert King, firmò il suo primo contratto (rimase con la Chess fino al 1966 per poi passare alla Mercury) e incise il suo primo disco:"Maybellene".

 

Il disc jockey più famoso del mondo, Alan Freed, si innamorò di questa ballata uptempo country rock originariamente intitolata "Ida Red", e la trasmise in continuazione dagli studi newyorchesi della WINS: il disco arrivò primo in classifica e vendette più di un milione di copie.

 

Chuck Berry può a ragione essere considerato il papà del rock'n'roll e mai inserimento nella Rock and Roll Hall of Fame (1987) fu più meritato del suo.

 

Non soltanto fu egli il più profondo ispiratore degli inizi di Beatles e Stones (ma anche di Dylan per alcuni versi), non soltanto fu l'autore e l'interprete dei più famosi classici e standard del rock'n'roll, non soltanto fu il primo a scrivere canzoni SUL rock'n'roll e su quanto ad esso é collegato, ma anche il creatore di un chitarrismo totalmente originale senza il quale il rock di questi cinquant'anni sarebbe impensabile.

 

Il "riff", il "lick" della chitarra elettrica nel rock'n'roll é invenzione di Chuck Berry; e, a parte l'omaggio di Spielberg in "Back to the Future", perfino un pigrone come Keith Richards si sentì in obbligo di omaggiare il suo mentore spirituale lavorando per mesi alla realizzazione del progetto (disco-film-concerto) "Hail! Hail! Rock'n'Roll" (1987) in cui Berry, affiancato da una superband guidata dallo stesso Keef, interpretava dal vivo una dozzina di hits con ospiti del calibro di Eric Clapton,Robert Cray,Etta James, Julian Lennon,Linda Ronstadt.

 

E' vero, Chuck Berry non é mai stato simpaticissimo.

 

Nelle biografie ufficiali non sempre troverete i suoi continui guai con la giustizia (galera per rapina a mano armata, arresto per trasporto di minorenne da uno Stato all'altro - in America é reato anche se lei é consenziente, e incriminazione per avere installato videocamere nei gabinetti delle donne in uno dei suoi ristoranti), ma tant'é: purtroppo genio e sregolatezza vanno spesso di pari passo.

 

Le sue apparizioni in Italia si contano sulle dita di una mano, ma l'ultima - a Milano una decina di anni fa - la ricordiamo bene.

 

Chuck, che era solito viaggiare solo con la sua 335 amaranto, aveva comunicato agli organizzatori di trovargli una band per il concerto.

 

Niente prove, niente scaletta in anticipo, soldi prima di suonare.

 

Gli organizzatori, crediamo per volontà di risparmio, avevano assoldato il volonteroso trio milanese Cherry Pie, blues rockers abituati più al circuito dei pub e dei piccoli locali che ai palasport.

 

Trovatisi alle prese con un "pazzo" dalla chitarra un po' scordata che presupponeva conoscessero TUTTI i suoi brani a memoria, e per di più suonati in tonalità "assurde", faticarono non poco a stargli dietro in quello che si rivelo' un sonoro fiasco.

 

Ma veniamo finalmente a questo indispensabile cofanetto di 3 CD (in AAD) che costituisce la più completa raccolta dei suoi successi.

 

Non crediate di trovare qui out-takes o rarità: il fatto é che i brani significativi di Berry sono talmente tanti, che una qualunque delle centinaia di raccolte singole uscite sul mercato non può assolutamente essere esauriente.

 

Il primo CD (1955-1958) ha 24 tracks (sarebbe bello dilungarci su ciascuna di esse, ma questa recensione non finirebbe più) con titoli "storici": "Maybellene", "Wee Wee Hours", "You can't catch me", "Brown Eyed Handsome Man", "Roll Over Beethoven", "Too Much Monkey Business", "Havana Moon", "Rock and Roll Music", "Reelin' and Rockin'", "Sweet Little Sixteen", "Johnny B.Goode", "Time Was", "Around and Around", "Beautiful Delilah", "Carol".

 

Il secondo CD (1958-1964) ha come highlights "Memphis", "Sweet Little Rock'n'Roller", "Little Queenie", "Almost Grown", "Back in the USA", "Let it Rock", "Bye Bye Johnny", "Down the road apiece", "Come On", "Nadine", "You never can tell".

 

Il terzo CD (1964-1973) comprende "No particular place to go", le versioni live di "Reelin' and Rockin'" e "Johnny B.Goode", e l'unico brano arrivato al primo posto delle classifiche di vendita inglesi ovvero la ridicola "My Ding-A-Ling", canzonaccia che inneggia alla masturbazione e che non sfigurerebbe fra le nostrane "osterie" di lunga e inesauribile tradizione popolare.

 

Chuck Berry é un gigione, sfrontato come Little Richard e irascibile come James Brown, furbo nel riciclare più volte le stesse canzoni cambiando solo le parole, scontroso, egoista e smargiasso, ma tutti, tutti gli dobbiamo qualcosa.

 

Migliaia di artisti, da Hendrix a Rod Stewart, dagli Status Quo ai Beach Boys, da Frank Marino a Bryan Adams, dalla Electric Light Orchestra ai Georgia Satellites, da Bowie ai Sex Pistols per citare solo i primi nomi che ci vengono in mente, hanno interpretato le sue canzoni.

 

Migliaia di chitarristi si sono fatti le ossa con i suoi accordi e i suoi assoli.

 

Qualche tempo fa - perdonateci l'excursus personale e la overdose di retorica - sfumava il progetto di un gruppo rock che avevamo formato con quattro giovani insigni musicisti di Milano e Genova, "professori" in note scuole musicali nonché turnisti di spessore nazionale.

 

Ne accennavamo a Frankie, l'altro chitarrista della band in cui suoniamo oggi, lamentandoci del fatto che durante le prove con costoro - forse perché spesso chi predilige la fusion considera puerile e dozzinale il rock and roll - il feeling latitava, anzi era assente.

 

Frankie commentò: "Dave, noi abbiamo qualcosa che loro non hanno: abbiamo il rock and roll. Ce l'abbiamo dentro, e nessuno ce lo potrà mai portare via."

 

Ecco.

 

Per tutti noi che "abbiamo il rock and roll" Chuck Berry sarà sempre un gigante.

album chuck berry



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