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Si fa presto a dire semiacustica
Si fa presto a dire semiacustica
di [user #32554] - pubblicato il

Quando si adocchia una buca a effe, il pensiero corre subito a un suono jazzistico, caldo e morbido. Le semiacustiche, in realtà, non sono tutte uguali e il suono unplugged può cambiare profondamente tra i modelli, ancor più considerando le macro-categorie archtop, elettrica hollow body e semihollow.
Quando si adocchia una buca a effe, il pensiero corre subito a un suono jazzistico, caldo e morbido. Le semiacustiche, in realtà, non sono tutte uguali e il suono unplugged può cambiare profondamente tra i modelli, ancor più considerando le macro-categorie archtop, elettrica hollow body e semihollow.

Prima della solidbody, fu indubbiamente la semiacustica a farla da padrone nel mondo della sei-corde. La sua voce attraverso pionieristici pickup veniva amplificata fino a potersi sentire al pari degli strumenti a fiato. Charlie Christian fu il primo che la slegò dal ruolo di strumento d’accompagnamento, articolando le prime improvvisazioni tematiche eseguite sulla chitarra.
È storia e fatto noto che il sound Gibson ha marchiato qualche decina d’anni del jazz sound, ma si fa presto a dire semiacustica.

Tratto da "La Chitarra Jazz Suoni e Colori" di Erich Perrotta e Paolo Anessi:
I problemi inerenti alla ricostruzione storica della nascita ed evoluzione dell’uso della chitarra in ambito jazz sono in parte legati al genere stesso. Sebbene esso sia nato in tempi relativamente recenti, la fine dell’800, il suo iniziale contesto razziale, in un’epoca di pregiudizi e di segregazione, ha fortemente limitato l’interesse, quando non ha creato addirittura avversione, della cultura "ufficiale" e quindi la documentazione disponibile risulta frammentaria, soprattutto per il primo periodo. Un altro problema relativo alla ricostruzione storica del ruolo della chitarra in ambito jazzistico è conseguenza delle caratteristiche tecniche di questo strumento in quel periodo, che ne limitavano fortemente il volume, e quindi le funzioni. È interessante notare come l’evoluzione di molti altri strumenti musicali nella versione moderna prenda il via, in epoche diverse, dal tentativo di aumentarne il volume. Così è stato per il violino a opera di Stradivari, per la chitarra classica a opera di Torres, per il pianoforte a opera di Steinway. Sarà quindi il tentativo di risolvere proprio questo problema che porterà come vedremo a un ricco fiorire di ricerche, sperimentazioni e soluzioni in ambito chitarristico, che influenzeranno da vicino anche tutta l’evoluzione musicale dell’ultimo secolo. Un aspetto molto interessante, che ricerche ben più importanti della nostra hanno approfondito, è capire quanto l’evoluzione tecnico-tecnologica influisca sull’espressione artistica e viceversa. Il rock, per esempio, non sarebbe esistito per come oggi lo conosciamo se non fosse stata inventata la chitarra elettrica. Viceversa, la chitarra elettrica nasce per rispondere a precise esigenze artistiche. Probabilmente è un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina!

La differenza di volume e di sound all'interno della categoria semiacustiche è un divario importante tanto quanto possa esserci tra Stratocaster e Les Paul nel mondo delle solidbody. Tuttavia, si è portati a raggruppare sotto la denominazione “chitarra da jazz” qualunque strumento con le buche a effe. Vediamo nel dettaglio invece le peculiarità che contraddistinguono questi strumenti.

Si fa presto a dire semiacustica

Archtop
È la chitarra jazz per eccellenza, antecedente all’era dell’elettrificazione trova i suoi migliori costruttori liutai nella prima metà del secolo scorso. A NewYork D’Angelico e l’aiutante di bottega D’Aquisto espandono la concezione costruttiva di questo strumento. Erroneamente si può pensare all’archtop (top arcuato) come a un'evoluzione della flat top, cioè la classica chitarra acustica o folk, in realtà arriva da un insieme di concetti estrapolati dal mondo degli strumenti ad arco uniti alla tradizione con i mandolini del sud d'Italia. Il padre di John D’Angelico, in Italia prima di immigrare in America, costruiva appunto mandolini.
Il funzionamento acustico della chitarra archtop risiede esattamente nel top, che letteralmente vibra come la pelle di un tamburo amplificando il suono delle corde. La forma convessa permette di equilibrare l’esposizione generale di frequenze, le buche a effe messe in quella posizione aiutano a smorzare risonanze indesiderate aiutando la definizione delle frequenze medie. Il top può essere ricavato dal pieno scavando una tavola dando forma alla classica bombatura, quindi senza alterare e piegare le venature del legno, oppure in tempi più moderni può essere realizzato anche in laminato multistrato, non per questo meno sonoro dal punto di vista del volume, ma con un tono più chiaro e brillante.
Nell’era dell’amplificazione, l’archtop ha il pickup sospeso attaccato o al battipenna, che a sua volta è fissato in fondo alla tastiera, o direttamente a quest’ultima. In questo modo, le venature del top rimangono inalterate e forate solo dalle buche a effe (necessarie al make-up del suono), quindi libere di suonare e produrre il maggior volume possibile. Si potrebbe entrare nel merito che un trasduttore elettromagnetico (il pickup), non essendo un microfono, sia impossibilitato a catturare il suono acustico, rimane però fatto noto che lo stesso pickup smontato da una chitarra e rimontato su un altro modello suona in modo differente.

Si fa presto a dire semiacustica

Personalmente, ho provato D’Angelico del 1942, piuttosto che Gibson L7 del 1937. La prima caratteristica che balza subito all’orecchio è la pienezza di suono, alto volume generale dello strumento e frequenze medio acute a profusione, riuscendo addirittura a controllarne il quantitativo semplicemente con l’inclinazione del plettro. Sono indubbiamente strumenti da suonare con forza e precisione.
Nell’era moderna, non ho mai avuto occasione di provare uno strumento acustico dal volume e risposta del suono simile alle archtop dell’epoca.


Elettrica hollow body
La Gibson ES-150 venne introdotta sul mercato nel 1936 e spopolò nel mondo del jazz. Eddie Durham è considerato il primo a utilizzare la chitarra elettrica semiacustica esibendosi dal vivo, ma per fama e talento fu indubbiamente Charlie Christian a renderne famoso l’utilizzo, grazie anche alle prime incisioni discografiche contenenti assolo tematici e improvvisazioni.
Il primo pickup montato sulla ES-150 prendeva il nome di Christian, potremmo dire quindi il primo signature della storia della chitarra elettrica.
Suonata da spenta, la hollow body produce meno vibrazioni di un'archtop acustica. Il volume è decisamente inferiore ma la sua voce, cioè il tono generale, è decisamente più equilibrato. Sono leggermente tagliate le frequenze medie, nettamente quelle alte e spuntano finalmente le frequenze basse, generose e più corpose rispetto ai modelli del passato.

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L’abbassamento di volume dello strumento rispetto a un'archtop è principalmente dovuto a due fattori: i pickup incastonati sul top, sia che lo forino o più semplicemente che vi siano avvitati sopra, smorzano la delicata vibrazione del top, tanto vale costruirlo più robusto e quindi pesante, e questo determina il secondo fattore che riduce nettamente il volume generale dello strumento. D'altra parte, questo è progettato per essere utilizzato elettrificato attraverso il pickup e conseguente amplificatore.
Il suono di questo strumento è molto dolce, rimane grande il problema di controllo del feedback. Di fatto, suonando con grandi formazioni e sound sempre più “tirati”, alzarsi di volume rimane ancora una volta una delle esigenze primarie e lo strumento hollow body fischia e risuona in maniera incontrollata, da qui l’esigenza di evolvere ulteriormente nella semihollow body.


Semihollow body
Lo spessore del body si dimezza riducendosi a cinque centimetri circa, la parte centrale è piena se non si conta lo scasso per alloggiare i pickup. A questa parte sono letteralmente attaccate le due “pance laterali” cave e il tutto è racchiuso da fondo e top. Il manico può essere incollato o addirittura essere un tutt’uno con la parte centrale. Rimane evidente l’impiego elettrico varcando la soglia degli alti volumi (Chuck Berry) fino ad arrivare a distorsioni decisamente spinte e moderne (Foo Fighters, AC/DC).
Il volume e il sound acustico calano drasticamente, anche se ne rimane un certo quantitativo rispetto a uno strumento solid body, che conferisce al timbro generale una generosa dimensione rispetto a queste ultime.

Si fa presto a dire semiacustica

La semihollow body è tra le chitarre più versatili che ci siano. Impiegata nel jazz classico passando per la fusion e confluendo nel mondo del rock, si presta sicuramente a essere amplificata ad alti volumi, terminando per ora, ma solo per ora, la corsa all’evoluzione dello strumento con le buche a effe.


Consigli per gli acquisti
Quando ci poniamo di fronte al primo acquisto di una semiacustica, o semplicemente abbiamo l’opportunità di provarne una, impariamo a spendere qualche minuto per ascoltarne la voce acustica. Pensiamo che il suo costruttore, piccolo liutaio o grande produzione, l’avrà fatto sicuramente. Anzi, tutta la fase costruttiva dello strumento verge in questa direzione, o almeno dovrebbe, per poi avvalersi di un sistema d’amplificazione che possa rispettare le scelte costruttive della liuteria di quello strumento.
La sua resa acustica sarà determinata dall’equilibrio e sinergia di centinaia di fattori come la scelta della colla, la verniciatura, le venature, il tipo di legno, la dimensione e la disposizione delle buche a effe, la disposizione delle catenature interne, i tempi di essicazione, la dimensione del body, l'incollaggio della tastiera, persino la dimensione del manico cambia drasticamente il sound.
Lo strumento semiacustico, almeno per qualche istante, semi-ascoltiamolo da spento. Potremmo volergli ancora più bene.

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chitarre semiacustiche es175 es335 gibson s400
Link utili
Gibson L7 1937
D'Angelico Excel 1942
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