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1959 originale contro Custom Shop: il vibe della Strat a confronto
1959 originale contro Custom Shop: il vibe della Strat a confronto
di [user #4093] - pubblicato il

La Stratocaster del 1959 era il risultato di cinque anni di ricerche e miglioramenti sull'ineguagliabile progetto di Leo Fender. Nel 1999 il Custom Shop l'ha rifatta uguale, e noi abbiamo voluto confrontare sul campo una Fender originale dell'epoca con la sua riedizione moderna.
Sono stato invitato da Francesco Balossino per fare dei test comparati tra alcuni pezzi pregevoli di casa Fender, delle epoche d'oro, con i loro corrispettivi del Custom Shop. La volta scorsa ho raccontato di un testa a testa tra una Esquire del '52 e la sua controparte Custom Shop del 1995. Adesso è il momento della chitarra sicuramente più famosa uscita dalla geniale mente di Leo Fender: sua maestà la Stratocaster.

Il modello originale di riferimento è una specie di sacro Graal per i musicisti e i collezionisti di tutto il modo, ossia la chitarra a tre pickup uscita dalla casa nel 1959, costruita in due pezzi di ontano tagliati trasversalmente, verniciata ovviamente alla nitro con un elegantissimo sunburst a tre colori, così ben amalgamati tra di loro che si fa quasi fatica a distinguere la zona di passaggio. Il manico è in un bellissimo acero bird's eye e la tastiera slab board è in palissandro brasiliano, come d'uso in quell'epoca, così scura e compatta da sembrare per un attimo in ebano. I pickup hanno il filo per l'avvolgimento di tipo formvar e la polarità a nord.
Diciamola tutta, è uno strumento sublime, con un valore altissimo storico e reale. Storico perché questa annata condensa i perfezionamenti fatti sulla Stratocaster a cinque anni dalla sua nascita, unendo i principi costruttivi che favorivano la facile commercializzazione insieme a dettagli di grande liuteria (mi sto riferendo al body in ontano, sicuramente meno impegnativo, dal punto di vista dell'approvvigionamento dei legni, e della tastiera slab board, dove lo "spreco" del pregiatissimo palissandro brasiliano era evidente). Valore reale perché questa chitarra suona veramente bene, ha un manico incredibilmente scorrevole e "moderno" ed è un punto di riferimento per chiunque sia cresciuto con in testa i suoni di Steve Ray Vaughan, quindi quel corpo così difficile da ricreare negli analoghi di altre annate.

1959 originale contro Custom Shop: il vibe della Strat a confronto

Anche la sua gemella, nata cinquant'anni dopo in quel del Custom Shop, non è da meno. Modello '60 Fiesta Red della prima serie Time Machine, Francesco ce ne parla così: "Nel 1999 viene introdotta la serie Time Machine del Custom Shop, che replicava tre annate storiche, Strat 1956, 1960 e 1969 nelle finiture NOS (praticamente nuove), Closet Classic (come se fossero rimaste chiuse nella custodia per mezzo secolo senza essere suonate) e Relic (suonate, strapazzate, abusate). Le prime che spedirono nei vari Paesi in genere furono le NOS, '56 in finitura 'Mary Kaye' e '60 in finitura Fiesta Red con hardware dorato (la prima Stratocaster in Inghilterra fu appunto una Fiesta Red con hardware dorato, era il 1958). Allora non esisteva ancora la serie Masterbuilt, ma esistevano dei supervisori che marchiavano i legni degli strumenti con le loro iniziali seguite da 'QA' che sta per 'Quality Assurance'. La fiesta della prova è una John Cruz Quality Assurance, infatti il supervisore alla qualità degli strumenti era proprio John Cruz nel 1999/2000. È una replica di una Stratocaster del '59, con manico di acero scelto, in parte figurato bird's eye ma anche fiammato. Per il resto ha tutte le specifiche delle prime slab board: body ontano, pickup con filo formvar, etc.".

1959 originale contro Custom Shop: il vibe della Strat a confronto

Le due chitarre, quindi, dal punto di vista costruttivo sono più o meno simili. Colore e hardware (cromato o dorato) influiscono ben poco sul risultato finale, così come il selettore a tre posizioni per la '59, e quello a cinque della '99. Anche nello spessore del manico si assomigliano mostruosamente, eppure...

Prima di andare al test sonoro, è doveroso soffermarsi un attimo sulla dicitura "slab board" e sulla sua ricercatezza e importanza sul risultato finale.
Quando fu introdotta la tastiera in palissandro, questa veniva applicata sul manico in acero che veniva letteralmente spianato dal lato superiore, quindi la porzione di palissandro, abbastanza generosa, veniva modellata per ottenere il radius voluto dopo essere stata incollata sul manico in acero (piatto). Il palissandro è, ed era, un tipo di legno molto raro e costoso, e questo tipo di lavorazione ne faceva sprecare tanto. Quando dico "tanto" mi riferisco al "tanto" che Fender tollerava: è giusto ricordare che Fender cercava in tutti i modi di ottenere uno strumento bello, ricco di sfumature sonore, ma che fosse economico nella realizzazione. Quindi a un certo punto venne presa la decisione di realizzare solamente una impiallacciatura di palissandro, usando quindi una fetta sottilissima che veniva applicata sul manico in acero, precedentemente modellato col radius definitivo. Il risultato sonoro è leggermente differente in tutti e due i casi. Le "slab board", a causa del maggior spessore del palissandro, e quindi della maggiore massa di questo legno, hanno un suono più corposo, tendente a enfatizzare le medio-basse, mentre i modelli successivi, avendo più acero nel manico, hanno un suono leggermente più definito e orientato sulle medio-alte. Sono dettagli, attenzione, quasi impercettibili e facilmente modulabili con la semplice pennata o i controlli sull'ampli ma, dal punto di vista collezionistico, sono fondamentali.

Andiamo al suono. La differenza c'è, si vede e si sente. La chitarra del '59 ha un suono e un feeling incredibilmente spiccato. Il sound è "d'epoca". Come per la Esquire, anche la Stratocaster del '59 ha le corde basse con quel suono lievemente stoppato, ma comunque presente e brillante. I cantini risuonano elegantemente in ogni posizione. I tre pickup sono magnificamente bilanciati. Quello al manico è grosso e caldo (sembra un P90 montato su una archtop completamente vuota, specie se si suona col pollice), quello al ponte non è esplosivo come di solito ci si aspetta dalle chitarre con i single coil, ma è in linea col quello al manico, anch'esso elegante e con una dinamica senza paragone alcuno (e, credetemi, ne ho provate di chitarre...). La vera scoperta è il pickup al centro, spesso sottovalutato o pensato come onesto mezzo per ottenere il "quack" delle posizioni intermedie. In questa chitarra ha una sua identità, a metà tra il "twang" di quello estremo e il "mellow" di quello al manico. Con una ritmica in stile rock and roll o Chicago blues da il meglio di sé e permette di pestare sui cantini senza che questi risultino striduli o troppo frizzanti.
Il manico, di quelli veramente suonati, è di una comodità imbarazzante, il peso e il bilanciamento generale fanno pensare al risultato di cento anni di prove per ottenere lo strumento perfetto. Sì, perché quella che ho avuto in mano per un poco di tempo è la Stratocaster perfetta. Mi viene quasi da non augurare a nessuno di provarla, perché dopo niente vi sembrerà più la stessa cosa, e comincerete a farvi i conti in tasca per capire se ve la potete permettere.

Purtroppo per il Custom Shop la Fiesta Red, seppur bellissima e rifinitissima, ne esce perdente. Un attimo, prima di arrivare a conclusioni affrettate, non sto dicendo che la Custom Shop sia una chitarra brutta, sorda, senza carattere. È una bella creazione, elegante e comodissima, ma il suono, semplicemente, non c'entra niente con la sua sorella più vecchia.
Il suono della Custom Shop è moderno, con grande attacco e tanta grinta, ma manca quel pugno in basso della '59 (nonostante il livello di uscita dei pickup sia maggiore).
Lo stesso riff (datato, sia chiaro) sulla '59 sembra uscire da una vinile originale, perfettamente conservato. La stessa cosa, purtroppo o meno male, non avviene sulla Fiesta Red. Quest'ultima è incredibilmente versatile, suona bene sul blues, sul funk, sul country e sul rock and roll. Ma il sapore dell'epoca non ce l'ha! Un chitarrista blues tradizionale sarà messo seriamente in crisi dalla chitarra del '59, mentre un session man preferirà la Fiesta Red.


"Dove sta il segreto?" mi sto chiedendo da giorni. Le grandi differenze notate sono i pickup (due mondi completamente diversi) e lo spessore della paletta: la '59 ha una paletta veramente sottile, mentre la sua sorella più giovane almeno di mezzo centimetro più spessa. Che sia uno o l'altro, o tutti e due insieme, gli elementi che fanno la differenza? Potrei chiedere a Francesco di piallare la paletta della Fiesta Red (ma dubito che accetterà) o di scambiare i battipenna, con relativa elettronica, tra le due chitarre. Ma ho sempre odiato l'analisi logica nella poesia, e quindi preferisco pensare che il risultato generale sia l'alchimia perfetta degli elementi, come in una poesia che, una volta decantata tutta di un fiato, ti entra dentro lo spirito e te la farà ricordare per sempre.
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