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Federico Paciotti, l’opera rock e la Tele di alluminio
Federico Paciotti, l’opera rock e la Tele di alluminio
di [user #116] - pubblicato il

Suonare l'elettrica con un’orchestra di 80 elementi chiede accorgimenti. Cantare da tenore dopo un assolo pone questioni. Lo racconta Federico Paciotti.
“Crossover”, così Federico Paciotti definisce il suo originale progetto musicale a metà strada tra opera e chitarra rock.
Federico è un giovane tenore e chitarrista che, alcuni anni fa, ha deciso di fondere le sue due grandi passioni alla ricerca di qualcosa di nuovo e unico, capace di portare i più tradizionalisti ad aprirsi verso stili musicali moderni e incuriosire i più giovani verso un mondo di musica e storia centenaria.

Il suo amore per il canto lirico nasce in tenera età, di pari passo con la passione per la chitarra elettrica. Talento precoce, è balzato alle attenzioni del grande pubblico da giovanissimo, militando come chitarrista nei Gazosa al loro esordio sanremese.
Da allora, Federico ha coltivato l’amore per la musica a 360 gradi e, nel 2017, sforna un primo progetto solista intitolato Rosso Opera. Quando lo incontriamo, il tenore-chitarrista ci confessa di essere al lavoro su un nuovo album a cavallo tra tradizione musicale italiana e modernità elettrica.

Abbiamo intervistato Federico in occasione della nostra visita a Reference per un aggiornamento sul catalogo 2019, in vista del trentennale dell’azienda.



Accordo: Quando si pensa a chitarra elettrica e musica classica, la mente vola subito a Yngwie Malmsteen. Ma nel tuo stile sembra di sentire dell’altro…

Federico Paciotti: Sicuramente Malmsteen mi piace e lo ascolto da sempre, ma in realtà il primo amore è stato Hendrix. Quando mio padre me lo fece ascoltare, da piccolo, rimasi folgorato dalla sua musica e dal suo magnetismo, anche nei video. Mio padre mi diede una chitarra con solo il mi basso e io ho cominciato a suonare così, cercando di andare dietro a Voodoo Child!

A: È indubbio, però, che qui ci sia anche una certa attenzione per la tecnica e i virtuosismi.
FP: Crescendo ho ascoltato Steve Vai, Joe Satriani… ma non ho mai dato troppa importanza al solo shred. Mi piace farlo, lo apprezzo e non concordo con chi ritiene che chitarristi di quel tipo siano limitati: si pensi a alle melodie meravigliose che ha scritto Satriani, tanto che i Coldplay si sono rifatti a un suo brano per una loro grande canzone. In definitiva, credo che la tecnica debba essere giusta per quello che tu vuoi fare.



A: Cosa ci dici invece della tua strumentazione? Ti accompagni a una chitarra alquanto singolare.
FP: Una volta strutturato il disco, avevo un problema dal vivo. In un’opera hai una o due arie, poi ti riposi mentre l’orchestra suona qualcosa di strumentale. Io invece, nel mio concerto, ho fatto una cosa che per certi versi è una follia: prendo tutte le arie più famose, quindi anche tra le più impegnative, e le faccio una dopo l’altra. Ovviamente tra un’aria e l’altra metto dei brani strumentali che sono un proseguo dello spettacolo - ripropongo il rock in versione classica - e che danno anche modo a me di riposare la voce.
Per questo, la chitarra doveva essere uno strumento che mi permettesse quanto più possibile di non avere problemi per respirare, perché cantare “Nessun Dorma” o “Vesti la Giubba” con una chitarra di quattro chili al collo… è come correre con dei piombi alle caviglie.

A: Così ti sei rivolto a Noah…
FP: Mi piaceva l’idea di fare un disco che fosse molto made in Italy e, su segnalazione di Caterina Caselli, ho scoperto Noah e le loro chitarre in alluminio con cassa cava. Sono andato da loro a Milano, ho portato il mio Rocktron Voodoo Valve, ho conosciuto Renato Ruatti e tutto il team, fantastici. A parte che le loro chitarre suonano veramente bene, abbiamo avuto modo di strutturare uno strumento da zero.

A: Raccontacelo!
FP: L’ho chiamata Axe. L’ho voluta con i criteri del chitarrismo che a me serve. Io dal vivo non faccio le ritmiche: la mia parte nel concerto è un po’ quella di due solisti che si rispondono, da una parte la voce tenorile e dall’altra la chitarra solista. Quindi 24 tasti super jumbo, Floyd Rose…
E devo dire che suona veramente molto bene, oltre a essere davvero leggera. Così mi permette di respirare.

A: Oltre a fare la sua figura su un palco…
FP: La chitarra in alluminio è senz’altro scenica, con le luci riflette come uno specchio. Però, quando mi sono trovato in delle venue frequentate da persone abituate al teatro dell’opera, abbiamo dovuto mettere dello scotch trasparente opaco sul body per diminuire un po’ l’effetto, perché dava troppo riflesso sulle prime file!



A: Oltre ai ritocchi estetici, suonare con un’orchestra credo ti obblighi anche a degli accorgimenti di altro tipo, circa il suono…
FP: Facendo un crossover mi trovo un po’ a limite, perché in certe venue puoi essere più spinto verso il rock e in altre devi tirare un po’ il freno.
Per esempio adesso sono stato in tournée in Corea Del Sud con un grandissimo soprano, Sumi Jo. Abbiamo fatto tutti teatri dell’opera, con un grosso organico di 80 elementi in cui lo spettacolo era diviso in una parte di canto classico e una seconda parte di crossover.
Ovviamente, quando ti trovi a suonare con una band è una cosa, ma quando trasporti quella musica in un organico orchestrale la situazione è totalmente diversa. Le frequenze della chitarra elettrica certe volte possono essere stridenti rispetto a un’orchestra che magari è più scura. In certi casi, quando non è amplificata, bisogna adottare degli accorgimenti: per esempio privilegi il pickup al manico, in modo che la voce della chitarra diventi più congeniale all’orchestra. Degli accorgimenti di suono sicuramente servono.

A: Quanto può essere difficile, per un chitarrista d’impianto moderno, interfacciarsi con una formazione simile?
FP: Mi sono trovato sempre molto bene perché, bisogna dirlo, quello che ti dà la sicurezza di suonare amalgamati insieme anche quando si è in tanti è il direttore. Senti che respira insieme a te, quindi anche se c’è un grande organico, ma c’è un direttore in armonia con te…
Noi abbiamo montato il repertorio del tour in due giorni, ma avevamo davvero un direttore d’orchestra che, mentre respiravo per cantare, sentivo che respirava con me. Anche quando facevamo un medley che ho arrangiato, chiamato Patria Italia e dedicato alla mamma e alla patria, sentivo i violini come a sorreggere il suono della mia chitarra. È un’esperienza fantastica.
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