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The Aristocrats: “la nostra storia migliore? La raccontiamo coi nostri strumenti!”
The Aristocrats: “la nostra storia migliore? La raccontiamo coi nostri strumenti!”
di [user #17844] - pubblicato il

The Aristocrats sono una di quelle band perennemente “on the road”. Abbiamo chiesto loro di svelarci il segreto dell’alchimia su e giù dal palco.
Guthrie Govan, Marco Minnemann e Bryan Beller, noti anche come The Aristocrats, sono la tipica band da strada. I loro tour sono interminabili, calcano club e teatri di ogni ordine, producendo ogni anno un calendario di appuntamenti da spavento.
Trascorrere così tanto tempo in studio, sul palco e soprattutto in bus e negli hotel richiede una sintonia tutt’altro che scontata, ma gli Aristocrats lo fanno apparire naturale. Tra di loro si divertono, lo stesso nome della band arriva da una famosa “battuta”: The Aristocrats Joke è uno sketch storico nella tradizione anglofona, trasformato di volta in volta dal comico che lo racconta. Quando abbiamo chiesto di raccontarci la loro versione, prima che salissero sul palco di Napoli lo scorso 20 febbraio, Guthrie Govan e Marco Minnemann ci hanno sorriso: “la raccontiamo ogni sera coi nostri strumenti!



Pietro Paolo Falco: Il vostro tour attuale ha avuto inizio addirittura la scorsa estate. Passate un sacco di tempo on the road, a stretto contatto: quale credete sia la formula del vostro feeling, sul piano personale?

Guthrie Govan: Essere in tour è un po’ come essere sotto le armi… armi a parte. C’è molto cameratismo, perché trascorri 22 ore al giorno insieme senza fare la cosa che sei partito per fare (suonare). Credo che l’unica soluzione sia imparare a conoscersi a vicenda, a rispettarsi, a considerare i bisogni degli altri. Se metti la musica al primo posto, non è così difficile.
Credo abbia giocato un ruolo importante anche il fatto che abbiamo età simili, abbiamo avuto esperienze simili con la scuola, ascoltando le stesse band di riferimento… anche quello contribuisce a creare una connessione.

Marco Minnemann: È chimica. Le tue esperienze on-the-road si fondono con la tua vita privata… è quello che succede quando usciamo insieme e nascono dei momenti divertenti, per esempio. Ci ridiamo su insieme in viaggio, ed è così che nascono molte delle nostre canzoni! Le trasferiamo sul palco e, senza bisogno di parole, possiamo portare con noi quelle storie. Credo sia il bello di tutto ciò.

PPF: E fuori dal palco come funziona? Come gestite gli aspetti “logistici”?

MM: Abbiamo messo su un progetto artistico completo, quello che avevamo in testa, e di base è quello che facciamo tutt’ora. Siamo noi a occuparci anche dell’aspetto organizzativo, e avere avuto tutti esperienze simili già in passato è stato fondamentale: facciamo questo lavoro da quando eravamo ragazzi, quindi in un certo senso sappiamo come governare la barca.

The Aristocrats: “la nostra storia migliore? La raccontiamo coi nostri strumenti!”

PPF: Far funzionare un trio così a lungo non dev’essere facile. Sentite mai la mancanza di un elemento extra, di uno strumento diverso che dia nuove idee?

MM: Abbiamo già altri due membri! (Guthrie ride fragorosamente, ndr.) Roger il maiale e Clive il pollo!
Il fatto è: quello che ci rende felici è poter sperimentare in studio con sovraincisioni addizionali finché  non siamo soddisfatti del risultato e credo che suoniamo già abbastanza note dal vivo perché non si senta la mancanza di altro.
È un equilibrio delicato, bisogna interagire sul palco, devi gestire le dinamiche e accendere i fuochi d’artificio quando richiesto, ma devi innanzitutto “obbedire alla canzone”. Prince una volta disse: “è come fare l’amore con una ragazza, devi essere molto sensibile e farla… beh… ‘raggiungere il climax’ al momento giusto”.

GG: (ridendo di nuovo, ndr.) Quando sei in un trio ti godi una certa sensazione di libertà. C’è molta improvvisazione e imprevedibilità in quello che fai, ma se aggiungi un altro membro per avere un sound più variegato potresti avere il bisogno anche di più disciplina. Tre è un numero magico, ogni membro della band è perfettamente cosciente di cosa stanno facendo gli altri due. Sembra una buona formula, perché incasinarla?

PPF: Maiali e polli di gomma ormai compaiono anche sulla copertina dell’album. Sono ufficialmente parte della band? Cosa suoneranno stasera?

GG: Potrebbero esserci sorprese, non puoi mai dire quando entrano per partecipare a una canzone. E poi siamo una democrazia, non diremmo mai a maiali e polli cosa suonare!

PPF: Fate davvero delle prove con loro? È importante provare non solo la musica, ma anche le cose sceniche?

GG: Sarebbe divertente per i vostri lettori pensare che lo facciamo, ma purtroppo non è così.

MM: Dovrebbero apparire in qualche album in futuro. Non hanno mai partecipato agli album in studio, solo su live e DVD... potrebbe essere un’idea!
In realtà tutto viene fuori spontaneo, non proviamo alcuno sketch. Quando ti eserciti a intrattenere il pubblico per tanti anni, impari a capire quali tipi di battute funzionano, come la gente reagisce a determinate cose. Tieni a mente queste cose anche quando scrivi parti musicali che la gente può cantare con te, battere le mani… Queste cose succedono, ma non credo che le abbiamo mai provate in sala.

GG: I nostri spettacoli consistono in noi che suoniamo, interagiamo, ci divertiamo e condividiamo il divertimento. È una produzione davvero a basso budget, non abbiamo cose come un grosso schermo alle spalle, cambi di luce o cose del genere, quindi il focus è sulla comunicazione e sul suonare. Credo accada tutto in modo organico.

The Aristocrats: “la nostra storia migliore? La raccontiamo coi nostri strumenti!”

PPF: Non siete la solita band che accompagna un solista. Come funziona l’interplay tra di voi? Chi segue chi?

GG: Credo che l’idea di tutto sia esattamente una democrazia alla pari, puoi accorgertene dando un’occhiata alle tracklist dei nostri album: ci spartiamo la stessa quantità di brani composti.
Un altro esempio può essere quando abbiamo preso parte al G3 Tour come opening act per un paio di settimane: non l’abbiamo fatto come “un chitarrista”, volevamo essere presenti come band, perché è il nostro progetto, vogliamo che tutti sul palco siano rispettati allo stesso modo.
 
guthrie govan interviste marco minnemann musica e lavoro the aristocrats
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