
L’articolo in questione non vuole essere un trattato assoluto su una materia nella quale le opinioni discordanti ci sono da sempre e, per fortuna, continueranno a esserci ancora a lungo. Dico per fortuna perché tante volte, quando il parere è unanime, l’argomento perde di interesse, mentre gli scambi, anche quelli più accesi, se condotti in maniera rispettosa costituiscono comunque momenti di crescita.
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Sul "Corriere" di oggi, consultabile anche nell'edizione online, c'è un ghiotto articolo firmato da Francesco Tortora che documenta un altrettanto interessante esperimento condotto da Claudia Fritz (Università di Parigi VI) e Joseph Curtin (liutaio specializzato in strumenti ad arco). I risultati, sono quantomeno sconcertanti, e - da un certo punto di vista - rappresentano un'interessante "palestra di discussione" per rimettere in funzionamento le cellule cerebrali fin troppo offese da settimane di tombola, torroni, bisnonne rimbambite e orrende programmazioni televisive al limite dell'offesa personale...
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Ben ritrovati nella seconda puntata di questo nuovo viaggio attraverso l'evoluzione dell'icona della musica funk. Ci eravamo lasciati nella prima puntata con la storia dello strumento fino al Pianet T. Questa puntata è interamente incentrata sul perno della produzione Hohner, sullo strumento, cioè, che ancora oggi è senza ombra di dubbio nella lista di desideri di svariati musicisti da
ogni parte dell'orbis terrarum (me compreso). Stiamo parlando del Clavinet, nei sue due modelli più famosi, il model D6 e il model E7 più recente ma, ahimè, meno famoso del suo fratellino maggiore... e capiremo il perchè. Prima di addentrarci nello studio delle caratteristiche di questo strumento e del perchè è così speciale e affascinante, è bene fare un piccolo excursus sui modelli di Clavinet a comparire sul mercato.
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Ricreare esattamente un’immagine digitale di un processore audio analogico di alta qualita’ e’ sempre stata una sfida importante. Con la tecnologia VCM Yamaha (Virtual Circuitry Modeling) e’ oggi possibile riprodurre fedelmente copie digitali di hardware analogico. La Yamaha Vintage PlugIn Collection copre uno spazio sonoro che va dalla compressione analogica all’equalizzazione, fino agli effetti di modulazione ed alla saturazione del timbro tipico delle macchine a nastro.
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Uno tra i più grandi simboli del virtuisismo chitarristico anni '80, Kramer ripropone oggi la sua super Strat in una riedizione ottenuta mettendo insieme le caratteristiche più apprezzate dei modelli originali e le più recenti conquiste tecnologiche, aggiungendovi due tra le finiture più ricercate all'epoca. Arriva la Pacer Vintage.
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Chi è iscritto alla newsletter di Stewart McDonald avrà probabilmente notato, nell'ultima edizione, il particolare strumento oggetto dell'intervento di restauro: una piccola hollowbody Gibson che mi ha incuriosito e mi ha spinto a cercarne qualche informazione più dettagliata. La signorina in questione è una Gibson ES-125T 3/4, cosiddetta Student Model.
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Nato a Cavriago-Reggio Emilia nel 1926, in giovane età comincia a rubare il mestiere al padre Roberto aiutandolo nel laboratorio d'artigianato e liuteria. Roberto, geloso del suo operato, invita spesso il figlio a non intralciare il lavoro urlandogli "va' ndré..." (stai indietro).
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Si tratta della seconda versione della Les Paul Custom. La prima versione era equipaggiata con due pickup: un Alnico e un P-90, mentre la seconda era un modello a tre pickup, anche se qualcuna fu costruita con due pickup. Quest’ultima variante è molto rara e non si vede spesso.
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E' con grande piacere che la Stefy Line distribution network rende pubblico l'accordo appena firmato con la John Hornby Skewes & Co. Ltd. per la distribuzione esclusiva in Italia dei marchi Fret-King, Vintage ed Encore.
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Invece di fare un discorso di carattere storico, abbiamo deciso di sottoporre alcuni pregiati piatti K turchi della Zildjian a un test come se si trattasse di un qualsiasi set di piatti fabbricati al giorno d’oggi. Intanto ricordiamo brevemente che i vecchi piatti K erano costruiti dalla Zildjian in Turchia nella sua fabbrica di Istanbul e che la sigla K sta a indicare l’iniziale di Kerope Zildjian, patron della K. Zildjian & Cie dal 1865 al 1909, anno della sua morte.
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Ieri pomeriggio mi sono recato a vedere chitarre Fender d'epoca attratto da due modelli, precisamente una Stratocaster del 1971 bolt on quattro viti, ma già con il palettone tipico delle Strat anni '70 (l'attacco del manico sul corpo verrà infatti cambiato solo alla fine del 1971 con quello a tre viti, che rimarrà poi per tutto il decennio) e un'altra stratocaster del 1972 con il bolt on tre viti, ponte in fusione unica di zama comprese le sellette (mentre il ponte fino quasi alla fine del 1971 è assolutamente d'acciaio, con sellette d'acciaio piegate, non stampate e non di zama).
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Non sono solo un fenomeno da baraccone né solo dei prototipi da mostrare nelle fiere campionarie del settore per evidenziare la parte interna degli strumenti esposti, ma vi è almeno un caso documentato di produzione in serie in tempi passati: le chitarre e i bassi Ampeg di Dan Armstrong.
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Continuiamo la nostra panoramica sulle versioni sound library/virtualizzazioni dedicate al Fender Rhodes. Adesso, è il momento di affrontare - una dopo l'altra - le possibilità offerte del mercato, cioè le soluzioni alternative allo strumento "vero".
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Era un’epoca fantastica per Fender Company: Leo (Fender, ndt) stava sperimentando diversi modelli di chitarre elettriche e a questo punto aveva già una sua linea di chitarre, le Esquire (a singolo pickup), la Broadcaster e una gamma di amplificatori. Questi strumenti e ampli erano usati da alcuni artisti country e western e stavano cominciando ad essere veramente molto popolari.
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Oggetto dell'articolo è uno degli strumenti che, forse, è nella top ten delle macchine vintage che ha più fatto sognare e continua a far sognare intere stirpi di musicisti. Sto parlando del piano Rhodes, o meglio Fender Rhodes, secondo il modello e il periodo. Quanti di voi hanno sognato di poter mettere le mani su una meraviglia simile o, meglio ancora, di possederne uno? Io sono tra quelli! Bene, inizio con il dire che l'articolo non è incentrato sul piano (caratteristiche, storia e analisi dei modelli principali), ma l'argomento che vorrei trattare ha un solo scopo: cercare di dare qualche dritta a coloro che, come me, non posseggono un tale gioiello ma non intendono rinunciare al suo fascino timbrico, dotandosi così di una emulazione software.
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Vintage Guitars e il chitarrista Thomas Blug si rimettono al lavoro per disegnare un nuovo modello signature, stavolta ispirato a uno strumento quasi leggendario appartenuto al chitarrista che più di ogni altro ha giocato un ruolo fondamentale nella recente evoluzione della chitarra elettrica: Jimi Hendrix.
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Un’occhiata ai libri di riferimento consigliabili a chi volesse approfondire il suo interesse per il vintage batteristico. Dopo aver passato in rassegna alcuni libri ‘generalisti’ sull’argomento (ossia testi che si occupano brevemente di tutti i principali marchi, soprattutto statunitensi), ci occupiamo in quest’articolo delle monografie dedicate a singoli marchi, iniziando dalla Ludwig, The Most Famous Name in Drums.
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rappa666 scrive: Ciao, sono vostro appassionato lettore da sempre. Vi scrivo perché mi è capitata una cosa magnifica che ha dell'incredibile! Mio padre, andando a ripulire un suo vecchio magazzino, ha trovato una batteria che suonava lui da giovane: una Rogers ancora con le pelli originali.
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Era il 1948. Un musicista Hawaiiano, Atswo Kaneko, e un ingegnere giapponese, Doryu Matsuda, fondarono in Giappone Teisco con l'aggiunta poi, nel 1964, di Del Rey. Fu in questo periodo che i loro strumenti furono usati in pubblico da un grande Bo Diddley, solito usare dal vivo una Gretsch Cigar Box.
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Sempre più spesso si sente parlare delle chitarre prodotte da Wilkinson e vendute con il marchio Vintage. Su di esse si riversa una quantità enorme di commenti, quasi tutti accomunati da una cosa: l'enorme accuratezza di queste chitarre. Ed ecco la mia storia.
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