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Intervista con Nico Soffiato
Intervista con Nico Soffiato
di [user #20637] - pubblicato il

Nico Soffiato è un chitarrista, compositore e insegnante italiano che vive a Brooklyn, NY. Di recente in Italia per una serie di concerti in duo con Josh Deutsch, ho potuto intervistarlo in seguito a una masterclass.
Nico Soffiato è un chitarrista, compositore e insegnante italiano che vive a Brooklyn, NY. Dopo la laurea in filosofia, conseguita all’Università di Padova con una tesi sull’ontologia della musica, si è trasferito a Boston, dove ha frequentato il Berklee Music College, ottenendo anche una borsa di studio come Best Entering Talent e diplomandosi Magna cum Laude. Dopo aver conseguito una seconda borsa di studio, la Berklee Achievement Scolarship, è stato selezionato per prendere parte a un ensemble di sole chitarre in cui hanno preso parte, negli anni, personaggi del calibro di Mike Stern o Bill Frisell, solo per citarne alcuni.
Nico si esibisce come solista, in duo con il trombettista Josh Deutsch, come leader del Nico Soffiato Quartet e del Paradigm Refrain, un complesso di musica improvvisata che si esibisce mensilmente in un locale a Brooklyn e che ha visto che come ospiti David Tronzo, Zeno de Rossi, Brian Adler, Devin Gray e molti altri.
Di recente in Italia per una serie di concerti in duo con Josh Deutsch, ho potuto intervistarlo in seguito a una masterclass tenutasi alla scuola Thelonious Monk di Mira (VE).


Com’è cominciata la tua esperienza musicale?
Ho cominciato verso i dodici/tredici anni con i primi accordi, come ogni bambino. Dopo aver studiato alcuni anni chitarra classica, mi sono velocemente spostato verso il blues e il jazz. A Padova ho studiato con Dario Volpi e Sandro Gibellini, continuando autonomamente e seguendo numerose masterclass con maestri del jazz. Per il terzo anno di Università mi sono spostato in California, a Berkeley. Dopo essere ritornato in Italia per terminare gli studi e conseguire la laurea in filosofia sono ripartito alla volta di Boston, dove ho studiato al Berklee Music College. Infine mi sono trasferito a New York, dove tuttora vivo.

Perché hai scelto gli USA?
Ti dirò: è stata una scelta fortuita, in un certo senso. Già alle scuole superiori avevo studiato per un anno in California del Nord, dove ho incontrato una cultura differente nei confronti della musica: lì la si studia fin dalle elementari, tutti i giorni, la si vive. In seguito l’erasmus universitario mi ha permesso l’approfondire molti aspetti della chitarra che in Italia avrei avuto difficoltà ad affrontare - era il 2002 e ancora non esistevano i trienni in musica Jazz al Conservatorio -. Dopo la laurea ho deciso di cambiare vita per dedicarmi completamente alla musica: ho avuto la possibilità di ottenere delle borse di studio alla Berklee e quando mi sono trasferito a NY ho conosciuto quella che ora è mia moglie. Un intrecciarsi di vari fattori, quindi, che mi hanno spinto a rimanere. Il ritmo è molto serrato: la competizione è spietata, non solo a livello di date ma anche per ciò che riguarda l’insegnamento e la didattica. Impegnandomi, tuttavia, mi sono inserito nella scena riuscendo a fare musica a tempo pieno.

Passiamo alla didattica. Nel corso della masterclass hai insistito molto sull’organizzazione della routine giornaliera, tematica che ti trovi ad affrontare nei panni di insegnante ma anche di allievo. Vuoi parlarcene?
Per me il tema della routine è fondamentale. Ognuno deve cercare di capire il tipo di assetto giornaliero che possiede: si immagina il professionista come una persona che studia tutto il giorno e alla sera si esibisce in concerto. In realtà il musicista, al giorno d’oggi, è anche compositore, arrangiatore, publicist, booking agent. Così tante mansioni da ricoprire che il tempo a disposizione per la pratica dello strumento è molto stretto, rendendo necessaria l’ottimizzazione dei momenti di studio, per renderli veramente effettivi ed efficaci. Avendo, per esempio, un’ora a disposizione, devo essere sicuro di fare qualcosa che mi permetta di "mantenermi in forma" e, allo stesso tempo, di progredire in qualche misura. Quindi, dividere con precisione l’ora in sezioni in cui affrontare diverse tematiche, così da trattare tutti gli aspetti dello strumento. Il concetto base è quello di fare un po’ di tutto tutti i giorni, piuttosto che tante ora filate di una stessa cosa. Riguardo alla routine mi ha ispirato Hal Crook, trombonista al Berklee Music College, che punta molto sul massimizzare i tempi per ottenere risultati e non rendere lo studio frustrante.
Io, per esempio, mi organizzo spesso con un’ora di pratica dello strumento, poi passo alla composizione e, negli ultimi tempi, anche allo studio del pianoforte, perché trovo che mi aiuti a percepire meglio la musica e a comporre in maniera differente.

A slegarti dallo “strumento chitarra”?
Sì, esatto. Sai, da chitarristi siamo spesso legati alla geometria dello strumento, al timbro e al layout della chitarra. Con il pianoforte ti puoi “liberare”, approcciare l’armonia in maniera differente. A livello armonico, comunque, lo studio che ho fatto sulla chitarra si è rivelato di fondamentale importanza per la mia scrittura: a volte alcuni tessuti armonici che propongo sono proprio caratteristici di questo strumento. Sul piano, invece, diventano… non è un tipo di armonia pianistica, ecco tutto.
[si ferma a riflettere] Basta andare ad ascoltare alcuni arrangiamenti di Scofield, per esempio, per capire cosa intendo, per percepire quella che ho chiamato “armonia chitarristica”.

Ho notato che sei padrone di uno stile molto conciso: il tuo modo di accompagnare non è quello tipico dei chitarristi jazz della prim’ora, con questi accordi a 5/6 note. Spesso riduci il tutto a gruppi di 2/3 note dal sapore molto evocativo. Vorresti spiegarci questo aspetto del tuo playing?
Guarda, in questo “stile” vanno a confluire molti aspetti che mi attiravano: a livello di sound mi piace molto un tipo di accompagnamento quasi contrappuntistico, dove c’è il basso e un’altra, massimo una terza, nota che vanno a “incorniciare” la sonorità generale. Trovo che questo accordo più scarno riesca a essere, paradossalmente, più grande, più avvolgente.
Questo è un approccio intervallico all’armonia: abbiamo tre note, di conseguenza due intervalli con cui giocare. I colori che vanno a risultare hanno origine dall’accostamento di questi due intervalli, che non dovranno essere necessariamente la tonica, la terza o la quinta. Molto semplice, molto efficace.
A livello di sviluppo il mio maestro è stato Jon Damian, insegnate storico di Frisell: non più le classiche super-riarmonizzazioni, che rimangono comunque fantastiche ma al mio orecchio suonano poco personali, poco “mie”.

Cambiamo decisamente ambito: il tuo incubo peggiore in un live?
Bah... l’unica problematica sorge quando mi ritrovo a suonare in situazioni in cui il pubblico è il “pubblico sbagliato”, l’ambiente non è quello giusto per presentare la tua musica: non è né colpa del musicista né degli spettatori, che magari sono lì solamente per stare in compagnia o bere qualcosa. Purtroppo quando le due cose non si accordano mi viene un po’ di depressione [ride].

E il concerto che ricordi con più piacere?
Ecco... [tamburella sul tavolo, tenendo gli occhi bassi] ci sono dei momenti in cui la musica, per così dire, si materializza, alcuni rari momenti in cui percepisci una strana combinazione degli elementi: si crea questo vuoto tra il pubblico che tutto a un tratto si ferma e il musicista, un vuoto in cui la musica appare e si fa presente. Sono eventi che durano pochi secondi, ma sono particolarmente speciali.

Che progetti hai all’attivo ora?
Proprio in questi giorni sto registrando con un nuovo progetto, un quartetto con me alla chitarra, Eli Asher alla tromba, Greg Chudzik al contrabbasso e Devin Gray alla batteria. Il concetto base è quello di improvvisazione totale, senza nemmeno un canovaccio da cui partire.
Poi ho con Josh [Deutsch] diversi brani in cantiere, quindi penso che sarà registrato un secondo disco. Ancora, un ensemble di improvvisazione che continua ormai da quattro anni: una volta al mese ci troviamo in un locale a Brooklyn, ogni volta con ospiti diversi che magari conosciamo lì per la prima volta. Una stretta di mano e poi sul palco a improvvisare. L’ensemble, tra l’altro, è co-condotto dal sottoscritto e da un bassista italiano, Giacomo Merega.


Insomma, quasi una jam session?
In realtà si tratta di un complesso organico con aggiunte di volta in volta diverse. Non ci sono spettatori che salgono dal pubblico per suonare, ma è un gruppo che si presenta di volta in volta diverso.

Quando potremo rivederti in Italia?
Spero presto [sorride]! L’idea è quella di tornare l’estate prossima per una serie di concerti.

Nota della Redazione: Accordo è un luogo che dà spazio alle idee di tutti, ma questo non implica la condivisione di ciò che viene scritto. Mettere a disposizione dei musicisti lo spazio per esprimersi può generare un confronto virtuoso di idee ed esperienza diverse, dando a tutti l'occasione per valutare meglio i temi trattati e costruirsi un'opinione autonoma.

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