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Ezio Guaitamacchi parla di Amore Morte e Rock ’n’ Roll
Ezio Guaitamacchi parla di Amore Morte e Rock ’n’ Roll
di [user #16167] - pubblicato il

Amore Morte e Rock ’n’ Roll è il nuovo libro di Ezio Guaitamacchi edito da Hoepli e che racconta le ultime ore di vita di 50 rock star. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista telefonica per farci svelare qualche retroscena interessante riguardo la pubblicazione del volume.
Denis Buratto: Tra i personaggi che citi nel libro c'è una storia che più ti ha colpito o a cui sei legato?
Ezio Guaitamacchi: Il personaggio a cui sono più legato è Jimi Hendrix, il mio eroe di gioventù e forse il motivo per cui io suono ancora le 6 o 12 corde dei miei strumenti. L'epopea umana, artistica e anche la sua fine mi hanno sempre appassionato.
Invece delle storie che più mi hanno toccato e commosso ci sono quelle di Leonard Cohen e Lou Reed, soprattutto perché Lou Reed e Laurie Anderson li ho conosciuti e incontrati più volte, c'era una conoscenza, e la loro era una storia d'amore tra persone che sembravano uno l’opposto dell'altra. Lei, dopo la morte di Lou, mi ha raccontato di quanto la percezione che abbiamo avuto noi, che lo abbiamo conosciuto in un rapporto professionale, non sia esatta rispetto alla persona e questo può capitare a chi fa il nostro lavoro.
Anche la loro storia è emblematica così come quella di John Lennon e Yoko Ono che ho approfondito con tanti lavori editoriali e televisivi. Ho provato tanta stima per Yoko Ono come persona e artista e non me lo sarei mai immaginato, anche se io non ero uno di quei beatlesiani che vedevano in lei la cattiva giapponese che ha sciolto il gruppo.
Poi altre mi hanno colpito perché se esistesse il campionato delle sfighe meriterebbero certo il podio: come quella di Steve Ray Vaughan. La sua storia me la ricordo bene: io mi trovavo in America a Chicago e lui è morto non troppo distante. Doveva raggiungere Chicago, dal Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley Resort in Wisconsin dove aveva suonato con Eric Clapton a cui chiede di cedergli il suo posto sull’elicottero trasformando un favore in una condanna a morte.
O Ritchie Valens che vince a dadi il posto in aereo vicino a Buddy Holly, schiantato anche quello.
Da quel punto di vista la storia del rock è più fantasiosa di qualunque fantasia che la mente umana possa concepire, con la differenza che è la vita vera e in questo caso è anche la storia delle morti rock che ha superato la fantasia.

Invece la scelta dei personaggi è più legata a quanto sia stata eclatante la storia della morte o anche da tue passioni particolari?

Ho cercato l'equilibrio tra l'inevitabilità di parlare di alcuni personaggi per la loro importanza e popolarità e il fatto che alcune storie siano veramente formidabili.
Una decina di anni fa avevo creato il progetto “Delitti Rock” che aveva un approccio più enciclopedico, c’erano centinaia di storie, ma alcuni fatti erano trattati in maniera più superficiale. In questo libro ho voluto privilegiare l'aspetto narrativo, e inconsapevolmente Lori Anderson mi ha dato l'idea di inglobare l'amore perché, in merito alla morte di Lou Reed, mi disse “mi sono resa conto che la morte è anche una nostra presa di coscienza di quanto amore abbiamo voluto alla persona che non c'è più” e questa cosa mi ha fatto pensare che queste grandi star o semidei nel momento della morte, tornano al rango di miseri esseri umani destinati al trapasso.

Traspare anche la continua ricerca umana di una stabilità anche sentimentale. Si pensi a Jim Morrison che ha avuto donne bellissime ma poi paradossalmente l'amore è assente nella sua vita come in altre storie che racconto, come quella di Amy Winehouse e Janis Joplin che alla fine tornavano a casa da sole o George Michael che muore da solo. Grandi storie d'amore, anche stabili e morte: Lou Reed e Laurie Anderson, Lennon e Yoko, Kurt Cobain e Courtney Love, Sid Vicious e Nancy, sono storie bellissime.
La cosa consolatoria di queste vicende, per me, è che questi personaggi diventano umani nel momento della morte ma subito dopo acquisiscono l'immortalità grazie alle loro opere. La loro voce non verrà mai dimenticata.

Pensando proprio a Sid Vicious, visto che è un personaggio controverso e forse proprio dopo la morte trova una dimensione più eroica…

È una murder ballad nel vero senso della parola ed è anche una storia difficile da raccontare, Nel mio libro è l'ultima proprio per la difficoltà nel trattarla. Il Chelsea Hotel era degradatissimo, luogo di spaccio e malavita e questa è tutta una storia di droga, di rapporti distorti fatta di cervelli annebbiati ma anche di grande passione. Era davvero una storia di amore e morte, anche se nessuno ha la certezza che sia stato lui a ucciderla, i due si sono consumati vicendevolmente. Dicono anche che avevano fatto un patto e che dopo la morte di lei lui è impazzito perché non aveva mantenuto il patto. Una storia difficile da raccontare. Per quanto alla proiezione di Sid Vicious in questo mondo andiamo oltre le capacità musicali che erano tecnicamente scarse e irrilevanti ma lui incarnava la perfezione di quel tipo di cultura e di momento artistico e di rivoluzione che passa sotto il nome del punk rock. Dal punto di vista iconico Vicious è stato scelto perché lui viveva quella cosa. Era dentro a un tipo di vicenda che non puntava sulla perizia musicale, riascoltando un disco dei Sex Pistols oggi dici è fighissimo ma all'epoca c'erano i Pink Floyd e cose che catturavano maggiormente l’attenzione dal punto di vista tecnico.
Lui è stato un personaggio che ha incarnato alla perfezione quel periodo, l'ha vissuto e bruciato allo stesso tempo perché la sua morte coincide con la fine del periodo infuocato del punk.

Ezio Guaitamacchi parla di Amore Morte e Rock ’n’ Roll

Il libro è nato da materiale già raccolto che immagino derivi da una intensa ricerca per i dettagli meno scontati e conosciuti al pubblico.
È stato un mix e devo dire che quarant'anni nel mondo della musica sono stati anni di racconti, interviste, amicizie, aneddoti, viaggi, che ho cercato di mettere dentro e a volte hanno dato l'indirizzo delle storie. E poi anche bibliografie, filmografie e ricerche online. Nel momento della scrittura che è coinciso con il lockdown e che è stato il mio coautore, ho voluto usare tutto quello che la rete può dare, riscontri o aggiunta di dettagli che a volte si dimenticano, o semplicemente ricercare se c'è stata qualche nuova rivelazione o evoluzione.

Siccome sei un grande fan di Hendrix, fino ad ora era il dio dell'olimpo della chitarra ma forse ha trovato, negli ultimi tempi, un rivale in Van Halen...
Non ho parlato di lui perché se ne è andato che il libro era già scritto. Non ho mai avuto incontri ravvicinati con lui e non ho neanche approfondito troppo perché quando è morto il libro era già stampato ma ho detto agli editori che se continuiamo così tra due anni sarà necessario un secondo volume, l'attualità ci riempie di notizie spiacevoli... Per quanto riguarda Van Halen, pur riconoscendogli una tecnica stratosferica, lui è un guitar hero mentre Hendrix al di là delle intenzioni chitarristiche è uno di quei personaggi che qualunque cosa avesse suonato l'avrebbe suonata bene. In Electric Lady Land suona tutti gli strumenti. Ero amico e ho conosciuto bene quello che io considero l'Hendrix dell'acustica Michael Hedges e mi ricordo troppo bene che potevi dargli una chitarra classica e suonava Segovia meglio di Segovia, ha preso la mia chitarra Rickenbacker 12 corde e faceva tutti i riff degli Yardbirds. Quelli sono talenti che non hanno confini, che magari trovano in uno strumento il miglior modo di espressione, ma talenti che vanno oltre.

Uno dei caratteri di Hendrix era proprio questa visione futuristica di ciò che poteva uscire dalla chitarra...
Io rimasi sbalordito perché la sua chitarra parlava, ancora oggi chitarristicamente parlando la cosa che mi stupisce di più è il suo modo di accompagnare, ha fatto letteralmente una sua scuola. Tanto Hendrix quanto Michael Hedges hanno influenzato tanti ma non c'è nessuno che abbia il suono della loro chitarra e neanche la loro creatività!
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