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Cavi e suono dal vivo e in studio: dov'è il confine?
Cavi e suono dal vivo e in studio: dov'è il confine?
di [user #116] - pubblicato il

In un rig, dal vivo quanto in studio, le connessioni devono rispettare precise esigenze, talvolta meramente tecniche, altre volte legate all’utilizzo che se ne fa.
Quali sono le caratteristiche ideali di un cavo concentrato sulla purezza sonora senza compromessi? Viceversa, sul palco, dove si può cedere senza sacrificare la resa finale? Sono le domande di un lettore, che abbiamo rivolto a Gianluca Rigotti di Rigotti Cables per un'approfondita escursione sul tema.
Rigotti Cables sarà anche a SHG 2021, il 27 e 28 novembre al Palazzo Delle Stelline a Milano.

Un nostro lettore chiede: Suono il basso e sto potenziando e investendo sul mio home studio.
Oltre alle mie cose, nell'ultimo anno mi è stato chiesto di dare il contributo in diversi lavori e produzioni di amici. Alcune direi professionali.
Vorrei investire su un cavo di alta qualità da usare SOLO PER REGISTRARE.
Esiste qualcosa con queste caratteristiche? Cambia se il basso passa per degli effetti o entra dritto nel pre?
È giusto pensare che invece per l'utilizzo dal vivo si può accettare qualche compromesso?

Cavi e suono dal vivo e in studio: dov'è il confine?

Risponde Gianluca Rigotti di Rigotti Cables: In una produzione audio di qualità sono tanti i fattori che devono essere rispettati. È importante tenere conto di tutto: composizione, arrangiamento, produzione, registrazione, post produzione. Ognuno di questi fattori è importante e deve essere "ai massimi livelli" se si vuole affermare che si tratta di lavorazioni professionali.
Il musicista e il tecnico di registrazione si dividono i compiti durante il processo. È fondamentale quindi, che uno studio di registrazione sia fornito di attrezzature all'altezza per ottenere i risultati di qualità che ci si aspetta.
Tra queste attrezzature ci sono senza dubbio anche i cavi.

Alla domanda: "vorrei investire su un cavo di alta qualità da usare SOLO PER REGISTRARE. Esiste qualcosa con queste caratteristiche?" la risposta è certamente "sì".

Cavi e suono dal vivo e in studio: dov'è il confine?

Un cavo per strumenti musicali solitamente deve rispondere a tre requisiti fondamentali:
1) deve suonare bene, nel senso che non deve alterare il messaggio musicale che trasporta;
2) deve essere robusto;
3) la sua qualità sonora non deve calare nel corso del tempo.

Queste caratteristiche sono facilmente comprensibili a qualsiasi chitarrista o bassista. I cavi sono l'anello della catena che più è soggetta a stress meccanico in quanto sono piegati, tirati, pestati e chissà cos'altro continuamente. Ma a pensarci bene, queste regole sono valide allo stesso modo per un cavo dedicato esclusivamente al lavoro di registrazione in studio? In un certo senso no, e vediamo il perché.

La prima cosa che subito viene da pensare è che il cavo da studio deve avere la massima qualità audio possibile, ed è senza dubbio giusto. È però giusto anche ritenere che in uno studio di registrazione gli stress meccanici che un cavo deve sopportare sono minori rispetto a quelli che sono presenti in una attività live. Un cavo da studio sarà sicuramente pestato di meno, non sarà tirato continuamente, non sarà lasciato al sole per ore.
Quindi le regole del cavo da studio possono essere riassunte così:
1) Deve suonare al massimo della qualità possibile;
2) Deve essere robusto, ma non è importante che lo sia allo stesso modo di un cavo da palco.

Questi risultati sono raggiungibili cambiando le caratteristiche e modalità costruttive del cavo. La prima cosa che si fa, che è anche la più semplice, è quella di ridurre la lunghezza. Un cavo da 2 metri suona sicuramente meglio di un cavo da 5 metri, costa meno e magari in un ambiente ristretto come uno studio di registrazione risulta anche più comodo da maneggiare. Per le altre cose invece il discorso è diverso. Cambiando i materiali e le procedure di costruzione si possono creare cavi dall'ottima qualità audio ma che allo stesso tempo diventano molto più delicati. Esistono produttori tedeschi che fanno connettori jack in rame dall'ottimo suono ma che si piegano con molta facilità; un'azienda americana produce un cavo per chitarra e basso costruito secondo una geometria a lamelle parallele che arriva a costare oltre 1000$ (avete letto bene) per circa 3 metri che suona in modo spettacolare ma che è molto rigido e tende a rompersi spesso. Sono prodotti quindi dalle grandissime qualità sonore ma che vanno trattati "con i guanti bianchi".
Ovviamente esistono molte vie di mezzo, prodotti che riescono ad assicurare ottime performance sonore a prezzi assolutamente abbordabili. Cavi costruiti secondo geometrie non tradizionali e materiali di eccellente qualità, assemblati con cura e precisione, pensati per essere usati in studio ma senza dover per forza risultare "estremi" per la loro delicatezza. Dipende tutto dai risultati che si vogliono ottenere e da quanto si è disposti a investire.

Cavi e suono dal vivo e in studio: dov'è il confine?

Alla domanda: "cambia se il basso passa per degli effetti o entra dritto nel pre?”, anche in questo caso la risposta è certamente "sì".
Durante il trasporto del messaggio musicale ogni anello della catena introduce una degradazione del suono, più o meno piccola dipendentemente dalla qualità dei materiali che compone la catena stessa. Si intuisce facilmente quindi che la qualità degli effetti e dei cavi è determinante in questo frangente. Capita spesso che in una situazione live si possa ritenere trascurabile un lieve ronzio introdotto da un effetto a pedale, mentre ovviamente in fase di registrazione un ronzio del genere è considerato assolutamente inaccettabile! È altrettanto ovvio che se un pedale sporca il suono questo, una volta registrato, non sarà più migliorabile in alcun modo. Si potranno usare effetti in post produzione, ma non si può "rimettere" nel suono una cosa che è andata persa prima dell'incisione. Bisogna ricordare che l'uscita di un effetto a pedale è un circuito elettronico che ha per sua natura una serie di limiti, mentre il segnale diretto del pickup di uno strumento è "puro" per definizione. Quindi meglio registrare il suono più pulito possibile e dopo inserire gli effetti, o magari anche qualche "peggioramento" se richiesto dal musicista (tipo magari una simulazione di un ampli vintage), avendo come sorgente la miglior qualità possibile.
Chiaramente si tratta di regole fortemente soggettive. Tutto dipende in realtà dal risultato finale che si desidera ottenere, ma di base si hanno più possibilità con una buona qualità di partenza rispetto a una meno buona.

Cavi e suono dal vivo e in studio: dov'è il confine?

Domanda: "è giusto pensare che invece per l'utilizzo dal vivo si può accettare qualche compromesso?"
Vorrei rispondere a questa domanda in modo indiretto, utilizzando... un'altra domanda: quando si va ad ascoltare musica live, sia che si tratti di un jazz trio in un piccolo pub che di uno storico mega-evento allo stadio da 45.000 persone, quali sono le cose che ci si dice all'uscita, una volta finito il concerto? Di solito sono due le opzioni:
1) Wow, sono stati grandi, che musica magnifica... e si sentiva alla grande!
2) Wow, sono stati grandi, che musica magnifica... peccato si sentisse così male.

Ora è chiaro che in una situazione live sono tante le cose che possono andare storte: l'acustica ambientale non delle migliori, il fonico non all'altezza, qualche problema tecnico indipendente dalla volontà di tutti (un ampli rotto all'ultimo minuto)...
La vera domanda quindi è: davvero in situazioni come queste vogliamo partire dal presupposto che il nostro suono dovrà accettare dei compromessi "a prescindere"? Per quello che mi riguarda la risposta è un secco no.

Proprio sapendo che live può succedere tutto e il contrario di tutto (la legge di Murphy è sempre presente) penso sia importantissimo poter contare su un suono di qualità da dare in pasto al fonico. Semplificherà il suo lavoro e renderà migliore l'esperienza di chi ascolta. Inoltre c'è da ricordare che i musicisti sono "pigri" per definizione, cioè tendono a suonare allo stesso modo sia live che in studio: un chitarrista che ha passato un mese a preparare la pedaliera da usare sul palco poi vorrà usare la stessa in studio ("ragazzi, ma il suono del brano è quello!") e viceversa un chitarrista che ha preparato un brano in studio poi live vorrà tentare di replicare le stesse sonorità. La qualità del suono dovrebbe essere simile.
Personalmente ritengo che gli unici compromessi da accettare siano quelli legati alle necessità, tipo rinunciare al cavo e collegare la chitarra a un trasmettitore se si deve fare spettacolo correndo su e giù per il palco. Ma per il resto cercare di avere la miglior qualità sonora possibile è un segno di rispetto per la musica, per i colleghi musicisti, per il fonico ma soprattutto per il pubblico. E alla fine, non è proprio per allietare il pubblico che facciamo tutto questo?
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