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Registrazione analogica: dal nastro a bobine al vinile
Registrazione analogica: dal nastro a bobine al vinile
di [user #16055] - pubblicato il

Caratteristiche e tecnologia dietro la registrazione analogica, dal nastro al disco, fino all'avvento del Compact Disc: lo racconta un nostro lettore.
Prima dell’avvento della digitalizzazione audio, la registrazione di un brano musicale era affidata a degli ottimi e costosi registratori a bobine con nastro da ¼ di pollice.
Questi utilizzavano nastri magnetici avvolti su flange di plastica o alluminio di diversi diametri che andavano da 8 a 26,5 cm, per avere una lunghezza del supporto variabile in base alla registrazione da effettuare e anche alla portabilità dell’apparecchio. La lunghezza del nastro andava da 120 a 1.100 metri e avevano due spessori di 35 o 55 micron.
Le velocità adottate partivano da 4,75 cm/sec per il solo parlato o in bassa qualità, fino 38 cm/sec per le registrazioni più fedeli. Le combinazioni di lunghezza del nastro e velocità di scorrimento permettevano durate di registrazione comprese fra i cinque minuti e mezzo fino a oltre sei ore. Alcuni registratori avevano anche l’incredibile velocità di 76 cm/sec. Avendo a disposizione una maggiore lunghezza del nastro, la qualità migliorava a discapito della durata.
Questo nastro era agli inizi in acetato, con un deposito di materiale ferromagnetico sopra e in seguito in poliestere.

Una scoperta avvenuta per caso negli ‘60, che ne migliorava le prestazioni, fu quella d’aggiungere un segnale d’alta frequenza insieme al segnale da registrare, il cosiddetto Bias, che aveva una frequenza di circa 100-150 Khz, quindi ultrasonica, ma poteva essere anche di oltre 400 Khz ed era specifica per ogni marca e tipo di nastro. Questo segnale aggiuntivo ne migliorava la distorsione e la risposta in frequenza agendo sia sulle basse frequenze, sia soprattutto sulle alte e inoltre ne alzava il massimo livello d’uscita, chiamato anche MOL, prima dell’inizio della saturazione ferromagnetica.

Registrazione analogica: dal nastro a bobine al vinile

A differenza dei sistemi digitali, il nastro accetta un livello di alcuni dB superiore al suo massimo, producendo una leggera saturazione e compressione, piacevole all’orecchio e quindi spesso utilizzata, oltre a incrementarne il livello d’ascolto. Essendo un segnale analogico, i livelli erano soggetti alla sensibilità e alla velocità delle lancette degli indicatori vu-meters e alla capacità visiva dell’utilizzatore, ben diversa dai valori in decimi o centesimi di dB che si riscontrano sui software del digitale.

I supporti da utilizzare erano due: uno vuoto a destra per contenere il nastro appena registrato o riprodotto e uno a sinistra, di uguale diametro e tipo, dove vi era ancora il nastro da registrare o riprodurre. Il nastro andava fatto passare nel percorso delle varie pulegge e testine, fino ad arrivare alla bobina vuota dove veniva fissato manualmente. Un sistema di funzionamento simile era anche utilizzato nei filmati Super-8 e in maniera più professionale nei cinema, dove però le immagini erano visivamente osservabili controluce.

Impostata la velocità, il bias, i livelli di ingresso dei due canali per le registrazioni stereo o di più canali per le registrazioni multi-traccia si iniziava la registrazione.
Questo tipo di registratori sono normalmente dotati di testine di cancellazione, registrazione e ascolto separate, in modo da ottimizzarle per la loro singola funzione. Il nastro infatti permette di essere riutilizzato molte volte, sia in registrazione sia in ascolto, e ha una durata di vita molto lunga, maggiore di altri supporti. Il digitale per esempio ha bisogno di uno specifico software di riproduzione, che lavora bene solo con pochi sistemi operativi: mancando uno di questi elementi, spesso non è più utilizzabile.

Il nastro, sia per l’audio ma anche per i video, può essere tagliato e ricollegato con un procedimento che fu realizzato specificamente per creare effetti speciali o tagliare parti non idonee.
L’avanzamento e l’arretramento del nastro veniva eseguito a velocità molto alte, ma con partenza e arrivo tipo soft, per non deformarlo o romperlo, inoltre un utile conta-tempo o contagiri permetteva di ritrovare un punto abbastanza definito del nastro.
La conservazione delle bobine di nastro magnetico richiede che siano protette dalla polvere, a temperature comprese fra 0 e 35°C, meglio se a circa 20°C e con media umidità, ma soprattutto lontana dai campi elettromagnetici che ne potrebbero alterare i dati registrati.

Registrazione analogica: dal nastro a bobine al vinile

Chi ha visto qualche vecchio film di fantascienza o un vecchio filmato dei primi elaboratori elettronici si sarà accorto che vi erano intere pareti con registratori simili. Questi erano semplicemente i primi hard-disk per la memorizzazione e l’immagazzinamento dei dati. Tali nastri sono però diversi da quelli per l’audio e quindi non utilizzabili al nostro scopo. L’altissima robustezza del supporto mi sembra sia ancora impiegata nelle scatole nere degli aerei.
I registratori a bobine si potevano avere sia con le bobine disposte in verticale, i più comuni soprattutto per l’uso casalingo, sia in orizzontale. Alcune tra le marche più utilizzate erano, in ordine alfabetico, Akai, Ampex, Nagra, Otari, Philips, Pioneer, Revox, Sony, Teac/Tascam, Technics e Telefunkern, mentre per i nastri i più utilizzati erano Agfa, Basf, Maxell, Scotch e TDK.

Registrazione analogica: dal nastro a bobine al vinile

Il risultato di questa registrazione analogica veniva chiamata Master, in quanto da lì si passava poi alla realizzazione dei supporti in vinile, i cosiddetti Long Playing, ascoltabili su giradischi alla velocità di 33 giri e 1/3, ma anche i 45 giri di diametro più ridotto e durata di molto inferiore. Per realizzare questi dischi in vinile, introdotti nel 1948 in sostituzione dei vecchi 78 giri in gommalacca, fu usato un dispositivo chiamato ‘Incisore di Neumann’ per realizzare su un supporto metallico il primo disco, da cui poi attraverso vari procedimenti verranno stampate con una speciale pressa tutte le copie. Per questo motivo, essendo il primo disco inciso e non stampato, diciamo ancora che il tale gruppo o cantante ha inciso un nuovo disco.

Da qualche tempo si è ripreso a stampare supporti di questo tipo in alternativa o insieme ai più moderni Compact Disc, dando la possibilità sia d’ascoltare il disco su supporto analogico, sia su quello digitale. Un vantaggio per le case discografiche è la maggiore difficoltà a replicare un vinile rispetto al CD, accontentando anche tutti gli estimatori di tale supporto.

Io nella mia vita non ho mai amato particolarmente il vinile, perché disturbato dai graffi che inevitabilmente avvengono con l’uso e dai crepitii comunque presenti anche con un disco nuovo. Un sistema adottato da un vecchio amico di mio padre molti anni fa per superare quest’usura, autentico appassionato di musica e con una collezione vastissima, era quello di registrare il disco al primo ascolto su un nastro di eccellente qualità e poi ascoltare solo quello, in modo da non usurare il disco, probabilmente anche per un futuro valore collezionistico.

Il sistema di funzionamento basato su nastro magnetico ha in passato dato il via anche ai primi effetti di eco analogici. Tramite un anello di nastro di lunghezza abbastanza ridotta e una serie di testine di riproduzione, erano capaci di donare uno o più ritardi al segnale in ingresso, creando appunto l’effetto particolarmente apprezzato e con una coda modulata, dovuta all’usura del nastro e alle variazioni di velocità del sistema di trascinamento.
curiosità gli articoli dei lettori tecniche di registrazione
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di MM [user #34535]
commento del 08/01/2022 ore 13:54:12
Bell’articolo.
Avviandomi verso i 60 ricordo bene quando era tutto così.
Da adolescente, l’unico modo per un gruppo di realizzare un demo, era di registrare in un 4 tracce analogico.
E chi poteva farlo era avanti anni luce rispetto agli altri.
A me il vinile è sempre piaciuto, ma anch’io, appena comprato, eseguivo subito una buona registrazione su nastro e ascoltavo sempre quella, per non rovinarlo.
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