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È ancora blues se lo dice Bonamassa? Musica a cavallo di nostalgia e marketing
È ancora blues se lo dice Bonamassa? Musica a cavallo di nostalgia e marketing
di [user #65794] - pubblicato il

Joe Bonamassa torna a camminare accanto al blues con un nuovo brano che parla di fedeltà, redenzione e gratitudine. Ma dietro quelle note così calde si nasconde una domanda un po' pungente: questo blues è ancora un’urgenza dell’anima o solo un abito ben stirato per il palco? Proviamo a fare un breve viaggio tra devozione e strategia, alla ricerca del vero peso del blues nel presente.
Per una volta non parliamo di Nerdville, di accumulazione seriale, di vintage o di qualsiasi cosa abbia a che fare con la più impressionante (e a tratti assurda) collezione chitarristica che il pianeta abbia conosciuto fino a oggi. Per una volta parliamo anche di musica, perché oltre a tenere tutto ben spolverato fra le varie stanze del suo personale museo, Bonamassa continua a fare musica. Da più di 20 anni a questa parte, con costanza e con una formula che in futuro verrà sicuramente studiata accuratamente.
  
Il ritorno di Joe, e domande che non trovano risposte

Il blues è vivo o è soltanto un fantasma ben truccato, tenuto in vita da mani sapienti per compiacere il pubblico della tradizione? È la domanda che si riaffaccia ogni volta che un nuovo album, un singolo, una tournée o un evento cerca di rianimare un genere musicale che, per molti, vive una lunga agonia. Eppure, ci sono artisti che continuano a crederci, o quantomeno a investirci con convinzione. Joe Bonamassa è uno di questi.



Il suo nuovo singolo, Still Walking With Me, è uscito pochi giorni fa sotto l’etichetta J&R Adventures. Un brano che, nel solco del precedente Shake This Ground, mostra un Bonamassa rilassato, quasi sereno, capace di raccontare resilienza e riconoscenza con un linguaggio di estrazione vintage, ma mai eccessivamente artefatto. La produzione, firmata dall'onnipresente Kevin Shirley, e la scrittura condivisa con Tom Hambridge (che vanta collaborazioni con Buddy Guy, ZZ Top e Lynyrd Skynyrd), riportano l'ascolto in quella terra di mezzo tra classic rock e soul che rappresenta il vero territorio emotivo dell’artista newyorkese.

La voce di Bonamassa parla di fedeltà, di chi resta quando avrebbe potuto andarsene, e lo fa con quel senso di gratitudine tipico di chi ha attraversato qualche notte troppo lunga. È blues? È rock? È un’ibridazione creata a tavolino per accedere a una nicchia di mercato che Joe non può assolutamente evitare di coinvolgere e soddisfare? Il dubbio resta sospeso, ma la musica pare funzionare.

Il mare, la comunità e l’identità blues
Pochi giorni prima della pubblicazione del singolo, Bonamassa ha chiuso la decima edizione del Keeping the Blues Alive at Sea, una crociera musicale che ha ospitato, tra gli altri, Larkin Poe, Kingfish, Samantha Fish, Joanne Shaw Taylor. Una carovana sonora in mare aperto, a metà strada tra il rito collettivo e il tributo nostalgico, un'operazione che si muove alla perfezione tra cuore e marketing. È difficile non domandarsi, osservando queste celebrazioni galleggianti, se il blues sopravviva davvero oppure venga periodicamente riesumato per soddisfare un pubblico affezionato, e bisognoso di rassicurazioni stilistiche.

Il punto è che Bonamassa continua a credere in una visione collettiva del blues, nel suo potere comunitario. Ecco perché, tra i suoi meriti, c’è quello di aver trasformato la propria carriera in una piattaforma per altri artisti, un catalizzatore di energia che va oltre l’ego (e di certo non poco ingombrante) del guitar hero.

È ancora blues se lo dice Bonamassa? Musica a cavallo di nostalgia e marketing

Un cammino discografico lungo vent’anni
La carriera di Joe Bonamassa è, a suo modo, enciclopedica. Con oltre 50 album all’attivo (tra live, studio e collaborazioni) e 28 dischi al primo posto nella classifica Billboard Blues Albums, Bonamassa è riuscito a scolpire, con molti meriti ma anche un po' a forza, la propria figura nel firmamento del blues moderno. Ma il percorso non è stato lineare.
Esordisce nel 2000 con A New Day Yesterday, un album già denso di riferimenti: il titolo, preso in prestito da Jethro Tull, è un manifesto programmatico. Il blues, nel vocabolario di Bonamassa, è sempre stato contaminato dal rock britannico, dal soul, dal funk. Dopo il bistrattatissimo So It's Like That del 2022, i successivi Had To Cry Today (2004) Blues Deluxe (2003), You & Me (2006), Sloe Gin (2007) e The Ballad of John Henry (2009) mostrano una progressione sonora coerente in due elementi fondamentali: la chitarra è sempre protagonista e le strutture sono sempre chiuse, chiare e ben riconiscibili.

Quella di Bonamasa è una visione personale del blues, ma è anche molto furba: suona autentica (perché Joe è lo studente per antonomasia, un esperto di suoni con pochi eguali), ma niente si avventura mai in territori troppo rischiosi. È il gioco di chi sa bene dove fermarsi, e forse bisognerebbe cominciare a riconoscere che anche quella, in altri modi, è un'arte.

Nel 2010 arriva Black Rock, registrato in Grecia con influenze definite mediorientali, le quali si riducono ad una relativamente udibile spolverata di qualcosa che vorrebbe richiamare la tradizione modale del Medio Oriente. E poi ancora Dust Bowl (2011), Driving Towards the Daylight (2012), Different Shades of Blue (2014), Redemption (2018), Royal Tea fino a Time Clocks (2021) e Blues Deluxe Vol. 2 (2023)... In quest’ultimo Bonamassa si concede un bilancio, tornando a brani che hanno segnato la sua formazione, ma con uno sguardo maturo, consapevole. Non si tratta di nostalgia, quanto piuttosto di rinnovamento della memoria. 



Il blues oggi: tributo o resistenza?
Il problema, però, resta. Il blues è ancora rilevante nel 2025? E, se sì, in che misura, in quali forme e in quali manifestazioni? Le nuove generazioni - e non si sta parlando di quelle che navigano i territori mainstream - sembrano più affascinate dalle derive soul, dal funk o da forme ibride di folk e rock psichedelico. Il blues puro, quello che esige la call and response, le dodici battute, e magari uno slide, oppure un vibrato, che smuova le budella, è ormai un linguaggio da filologo.

La proposta di Bonamassa, pur rispettosa delle radici, è il risultato di un’operazione estetica molto calcolata. Ogni album, ogni video, ogni concerto è prodotto in maniera impeccabile. È blues, ma è soprattutto entertainment. È tradizione votata ad un business che ha molti meriti, ma che sul lato artistico produce poco. Molto poco.
Non è un caso che in molti abbiano sempre preferito il Bonamassa dedito alle cover, a quello che tenta di calarsi nella parte di un redivivo Clapton degli anni '80. Eppure - dando a Cesare quel che si merita - in questo equilibrio instabile, Bonamassa riesce a mantenere un grado di sincerità encomiabile. Non finge di essere un Robert Johnson dei nostri tempi, non si nasconde dietro a un dito, e infatti si cala alla perfezione nei panni dell'interprete postmoderno, consapevole del peso della forma e della funzione.

L’eredità e il futuro
Mentre ci si prepara all’uscita del nuovo album, e alla prossima tournée europea che passerà per teatri storici e arene all’aperto, resta un interrogativo aperto: quanto conta oggi il blues? E quanto, invece, è diventato un codice da replicare per garantirsi una fetta di pubblico fedele?

Joe Bonamassa non fornisce risposte univoche, ma continua a camminare. E lo fa con passo sicuro, sorretto da una comunità che lo segue, lo sostiene, lo celebra. Still Walking With Me non è solo un titolo, ma un’affermazione. Di presenza, di continuità. Di fedeltà – forse – a un linguaggio che, pur trasformandosi, fortunatamente rifiuta di sparire.
Forse il blues non è più la voce del dolore e della protesta, ma la colonna sonora di chi resiste alla volatilità del mercato musicale. E Bonamassa, con tutti i suoi contrasti e le sue contraddizioni, sembra essere uno dei pochi ad averlo capito davvero.

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di Francescod [user #48583]
commento del 05/04/2025 ore 14:01:09
Il blues si sposa male con la civiltà ipertecnologica, le piattaforme digitali, gli smartphone, i vari devices, l'AI (o quei giochetti rimbecillenti che spacciano per AI al grande pubblico che fa da cavia). Temo che il tema non sia se Bonamassa sia ancora devoto al blues e se le sue intenzioni siano autentiche, ma se l'auditorio sia ancora capace di apprezzare quello che ha da proporre. Ovvero: Joe è sicuramente all'altezza, ma noi lo siamo? Ognuno si darà la risposta che vuole e che lascia il tempo che trova, perché poi come è composto il pubblico che va ai suoi show e perché ci va non potremo mai saperlo.
Ad avercene di Joe Bonamassa!
Rispondi
di mrc.mgg [user #198]
commento del 05/04/2025 ore 17:42:37
... Joe è sicuramente all'altezza, ma noi lo siamo ?...
Non saprei, ma se come me quando sei nato paperella il tuo imprinting musicale sono stati Mayal/Clapton e i bBluesbreakers queste cose le riconosci familiari e ti risvegliano qualcosa anche dopo 50 anni.

MM
Rispondi
di Francescod [user #48583]
commento del 05/04/2025 ore 19:39:04
Non credere che tutti siano costanti come te nelle proprie passioni. C'è chi crescendo maturando si disillude o perde l'entusiasmo. Io sono "fortunato" perché la mia passione per il blues è giovane! :)) Nel senso che io non sono affatto giovane, ma sono cresciuto con l'hard&heavy quindi l'interesse per questo genere è venuto dopo, alla ricerca delle radici e poi degli interpreti più recenti. Ho ancora parecchio da scoprire e devo ringraziare anche Joe, perché grazie a lui (così come prima grazie anche a Gary Moore) poi vado a cercarmi gli autori di alcuni classici e mi trovo ad ascoltare i vari padri del blues.
Rispondi
di sammoritzzz [user #49723]
commento del 06/04/2025 ore 14:44:57
nasci incendiario e muori pompiere....:-)
Rispondi
di Francescod [user #48583]
commento del 06/04/2025 ore 14:55:09
Ahahahah, bellissima questa! Resto ancora metallaro e rockettaro. Ma ho aggiunto anche il blues. A cui mi piacerebbe aggiungere country, jazz e fusion: tutti generi che ascolto da anni ma che non sono (ancora) in grado di suonare.
Diciamo che mi piace appiccare gli incendi e anche spegnermeli da solo. :)
Rispondi
di sammoritzzz [user #49723]
commento del 06/04/2025 ore 14:57:
stiamo invecchiando man....da giovani eravamo tutti più METAL!!! :-)
Rispondi
di geoffmostoes [user #35723]
commento del 06/04/2025 ore 08:16:59
Le produzioni saranno sicuramente più patinate oggi ed ovviamente può apparire distante dall'aspetto "grezzo" che molti apprezzano nella musica del diavolo ma ora più che mai c'è bisogno di blues.
In questi tempi bui trovare conforto nelle 12 battute è vitale.
È all'origine stessa del "genere" questo potere rinfrancante agli affanni dell'anima: su di me funziona e anche su molti di voi mi pare di capire.
Rispondi
di geoffmostoes [user #35723]
commento del 06/04/2025 ore 10:32:41
Rimanendo in tema Bonamassa e al fatto che sia o meno ancora devoto alla causa mi è venuta in mente una canzone degli Elio e le storie tese dove (parafrasando) si dice che riguardo alla tristezza (feeling blue appunto ...) Gino Paoli ci ha costruito su un impero il problema è che i miliardi poi fanno passare la tristezza.....
Rispondi
di TheCook [user #41813]
commento del 06/04/2025 ore 11:11:40
Vorrei iniziare ad ascoltare Joe , mi consigliate qualche cd che vale berla pena di avere suo ?! Grazie
Rispondi
di Francescod [user #48583]
commento del 06/04/2025 ore 15:19:29
Potrei fare più di un nome ma non voglio essere dispersivo quindi farò un solo nome: sono rimasto molto impressionato dall'album The ballad of John Henry.
Rispondi
di Repsol [user #30201]
commento del 07/04/2025 ore 16:08:46
vai al link
Qui è lui stesso a giudicare i suoi migliori lavori....
Rispondi
di Francescod [user #48583]
commento del 06/04/2025 ore 15:25:00
Ti dirò che Joe B quanto vuole diventa il Malmsteen del blues: riesce a raggiungere velocità alle quali non riesco a stargli dietro. E magari lo fa suonando una semiacustica e plettrando ogni nota, quindi niente effetti speciali.
Rispondi
di dariothery [user #12896]
commento del 07/04/2025 ore 09:14:0
purtroppo per me una volta Bonamsssa l'ho visto in concerto (gratis) vicino Avellino e me ne andai dopo un'ora perchè alla lunga diventa insopportabile, ho provato anche ad ascoltare i suoi dischi ma niente, non mi prende
Rispondi
di Mawo [user #4839]
commento del 07/04/2025 ore 10:11:0
Lo rispetto molto come musicista, visto anche dal vivo, ma quando uno cresce ascoltando B.B. King, Muddy Waters o Howlin Wolf, Bonamassa o John Mayer non ti entreranno mai nelle viscere.
Almeno questo è il mio pensiero.
Rispondi
di Sykk [user #21196]
commento del 07/04/2025 ore 16:57:25
non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare... non devo commentare...
Rispondi
di AmF [user #59582]
commento del 08/04/2025 ore 00:38:44
Devo commentare

Per me la musica di Joe Bonamassa è una cagata pazzesca.
20 minuti di applausi.

No scherzo, qualche canzone è orecchiabile ma non ha nulla degno veramente di nota. Dopo un po’ stufa. Non si può paragonare a Robben Ford però se non altro è un ragazzo simpatico, sa suonare e ha grandi suoni. No lo vedo negativo. Solo che non mi fa strappare le vesti
Rispondi
di scrapgtr [user #12444]
commento del 08/04/2025 ore 22:37:23
Certe scelte, "artistiche" e di marketing vanno di pari passo con il culto del vintage purchessia, della superiorità dell'analogico "perché sì" e via boomerando (nota per chi è pronto ad aggredire per difendere la categoria a spada tratta e a prescindere: ho già passato i '60 e sono anagraficamente boomerissimo e sono cresciuto anch'io con bla bla bla). Oggi un pittore che riproponesse lo stile di Vermeer o degli impressionisti sarebbe, a ragione, considerato un buon artigiano, un hobbista dotato di una buona tecnica o un falsario, non un artista. Per un musicista che ripropone stili e contenuti del passato ci si deve ancora interrogare sulla qualità "artistica" del prodotto che vende? Il punk ha cinquant'anni, il rap più o meno anche, e gran parte dei chitarristi mainstream e dei lettori di accordo li considera come i miei nonni, nati nel XIX secolo, consideravano i "capelloni" (chi è troppo giovane si faccia spiegare da genitori o nonni), eppure anche loro sono ormai oggetto di revival e tributi. In una società in cui tutto è mercato il business ha preso il sopravvento sull'arte. E così le arti figurative ormai prescindono da qualsiasi cosa fuorché le quotazioni di mercato e la musica è diventata un prodotto industriale, per cui a fianco del pop più commerciale, quello che gode del massimo sforzo promozionale dell'industria, c'è un mercato di nicchia che propone prodotti rassicuranti, familiari, "fatti come una volta" ai boomer cresciuti con il jazz, il blues, il rock in tutte le sue forme. Prodotti che sono frutto di una "classicizzazione", di un'accademizzazione e della formazione di un "canone" per il quale i Pink Floyd sono "classic rock" come i Clash. In fondo il proliferare di scuole dove si insegnano le "regole" del jazz, del blues e del rock, come se esistessero, le regole, e il proliferare delle tribute band sono due facce della stessa medaglia, che a lungo andare occupa tutti gli spazi e impedisce a chi vuole uscire dagli schemi e creare di raggiungere un pubblico che vada oltre amici e parenti (che poi i parenti di solito non è che apprezzino). Nella seconda metà del secolo scorso certi generi musicali hanno avuto una fioritura incredibile; il rock in pochi decenni ha prodotto dei veri capolavori, cambiato per sempre la musica, ma anche il costume, per mano di ragazzi giovanissimi ma consapevoli che la loro creatività anche ingenua e fuori dagli schemi avrebbe avuto uno spazio per esprimersi, un pubblico alla ricerca del nuovo e dell'originale, Ma se anche la categoria più intellettualmente boomer (a prescindere dall'età anagrafica) che esista, quella dei chitarristi lettori di accordo (lo dico con affetto, lo giuro sulla mia Rickenbacher Electro del '36) comincia a capire che tutto sa un po' di artefatto e prova disagio al cospetto di Bonamassa che, per citare Aldo Giovanni e Giacomo é "El gran visir de tucc i boomer" c'è speranza. Adesso bisogna trovare il coraggio di liberarsi dalle abitudini di ascolto e munirsi di curiosità, attenzione e competenza (studiamo la teoria musicale, non lo stile di questo o quello, impariamo a creare un suono invece che comprare il pedale ispirato a quello di John Mayer). E potremo finalmente non lamentarci più del fatto che nei locali tutti suonano sempre le stesse stramaledette cover. P.s. Chi volesse comunque ascoltare un bellissimo disco pieno di sonorità, atmosfere e tematiche blues ma con uno spessore e un'originalità non comuni vada a cercarsi "Garbin" di Carlo De Bei. La prova che si può essere creativi è originali anche usando materiali sonori apparentemente passati, e che avere qualcosa da dire (e dirla in dialetto di Chioggia, incredibilmente comprensibile grazie alla magia della musica) conta più del saper padroneggiare uno stile.
Rispondi
di fraz666 [user #43257]
commento del 10/04/2025 ore 16:46:06
il blues è morto da anni, come tanti altri generi.
un buon revival fa sempre piacere, grazie Joe
Rispondi
di LukeLuke [user #755]
commento del 11/04/2025 ore 09:02:19
Rispetto le opinioni e le posizioni di tutti, che leggo sempre con piacere.
...e se ogni tanto ci fermassimo all'emozione?
Mi spiego: se il blues fosse ingessato in regole ferree, tutti i bluesman suonerebbero allo stesso modo, uniformandosi. All'appoggio su stilemi e giri armonici consolidati, però, si affianca sempre un guizzo personale che ci permette di drizzare le orecchie e spesso riconoscere un artista da un altro. Quindi ok le linee guida che aiutano a delineare un genere, ma vorrei fermarmi su quel "drizzare le orecchie". Ascoltando blues, possiamo riconoscere la cultura e la preparazione di un artista dal suo fraseggio, ma quel che mi fa venire la pelle d'oca è quel guizzo personale, quella scelta fuori dal coro, sia armonica (quell'accordo un po' fuori, o un po' più ricco...), sia melodica (quel fraseggio inusuale...) ma anche ritmica (quell'appoggio o quell'accento inconsueto...) o strutturale (andare oltre le 12 misure canoniche...). Resta la mia opinione, ma credo che se siamo ancora qui a parlarne e ci concediamo qualche artista che non sia morto da 20 anni almeno, forse è perché in giro ci sono quelli che ci fanno venire la pelle d'oca, o anche solo attirano la nostra attenzione. Bonamassa fa tutto questo, secondo me: non amo alla follia tutta la sua produzione, ma in ogni suo album trovo sempre qualche brano che ammiro. Dal vivo rende alla grande, tra ì'altro, e si circonda di una grande band, quindi un suo spettacolo è sempre in grande stile. ...ma cos'altro cerchiamo dalla musica se non di emozionarci?
Rispondi
di BBSlow [user #41324]
commento del 11/04/2025 ore 09:41:08
Però parlare del blues come se fosse uno stile unico e consolidato è un po' fuorviante. Per quanto il paragone suoni strano, è un po' come parlare della "musica classica" o del "canto gregoriano": sono esperienze, generi che hanno attraversato i secoli, e Brahms suona come Bach solo alle orecchie di un profano. Il blues è stato mandato in radio e sui dischi dagli primi anni '30, è quasi un secolo; un secolo in cui migliaia di artisti hanno "rivisitato" il blues secondo la loro ispirazione, accogliendo influssi di ogni tipo in una contaminazione continua che, pur ruotando attorno a schemi ben riconoscibili, ha creato generi e sottogeneri che difficilmente potrebbero essere riconosciuti come "blues", ma che di fatto del blues sono figli (e nipoti: basta pensare alla linea, sottile ma reale, che lega il blues al soul, e il soul alla disco, e quindi al rap). Sappiamo bene tutti che quando Muddy Waters diffuse il "blues elettrico" molti, allora, si fecero più o meno la domanda che ci stiamo facendo noi: è blues, questo?
Il blues è vivo, è rimasto vivo proprio perché ha cambiato pelle mille volte; e ogni volta un pezzo della pelle "vecchia" è rimasto attaccato a quella nuova, così che oggi, un secolo dopo, ci sono artisti che possono ancora fieramente utilizzare le classiche 12 battute senza timore di apparire "superati", e altri che invece sono lontani da quello schema ma di fatto cantano e suonano blues.
Bonamassa è un bluesman? BB King pensava di si, e io certo non mi azzardo a contestarlo. penso che alcune delle cose che ha fatto (le collaborazioni con Beth Hart, in primo luogo) siano di altissimo livello, e che, benché sia dotato di una tecnica sopraffina, le sue esibizioni e le sue incisioni non siano un mero sfoggio di abilità privo di senso (certo, può capitare; ma intendo dire che, nel complesso, la tecnica è messa al servizio di un'idea musicale di un certo valore).
A "rovinare" Bonamassa è, secondo me, paradossalmente, proprio la notorietà. Ci sembra strano che nel 2025 un bluesman possa essere un personaggio mainstream (facciamo pace anche con questo: non è detto che ciò che è "mainstream" debba necessariamente essere una merda), ci sembra assurda la sua ossessione accaparratoria (che non è collezionismo: lui, le chitarre, le suona), e questo non corrisponde alla nostra idea del "bluesman", che vediamo ancora come un emarginato, solitario eroe, possibilmente dedito all'alcol o alle droghe. Non sarà che siamo noi, prigionieri dei nostri cliché?

Rispondi
di axlrov [user #32222]
commento del 14/04/2025 ore 02:10:08
Si, ma questa canzone sembra wake me up di aloe blacc resa famosa dal dj Avicii, il ritornello é diverso, ma il resto é uguale, plaggio
Rispondi
di TriAxisLover [user #39110]
commento del 15/05/2025 ore 09:38:01
Personalmente lo apprezzo e lo stimo, oggettivamente è bravissimo per capacità e gusto, è piacevole da ascoltare, anche da vedere, ma rispetto alla sua sterminata produzione temo che la percentuale di pezzi che "resteranno" sia davvero miserrima.
Forse resterà nella storia più per la sua sterminata collezione di chitarre strepitose che per altro...
Rispondi
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