Da trent’anni il Fender Blues Junior è il miglior amico di moltissimi chitarristi, professionisti e non, per via del suo suono, della sua formula compatta, valvolare e adatta a un gran numero di esigenze. Per celebrare il traguardo dei trent'anni, Fender lancia l'edizione speciale Blues Junior IV 30th Anniversary, con leggere migliorie al circuito e un nuovo look che strizza l’occhio sia alla tradizione che all’estetica vintage più ricercata.
Le novità "sotto il cofano"
Questa versione mantiene la struttura monocanale con equalizzazione a tre bande (bassi, medi, alti), riverbero a molla integrato, volume, master e l’iconico Fat Switch per spingere le medio-basse e ottenere un suono più pieno. Tuttavia, le vere novità sono nei dettagli:
- Circuito del preamplificatore aggiornato, progettato per offrire maggiore definizione, chiarezza e un suono più articolato anche in saturazione.
- Riverbero a molla più fluido, con un decay più musicale e gestibile.
- Celestion G12M-65 Creamback come speaker di bordo, una scelta che promette clean caldi e un growl deciso quando si spinge il volume.
- Look: tolex nero in finitura “Black Western”, maniglia in pelle e manopole “chicken head” nere su pannello cromato.

Tradizione valvolare, anima moderna
Nonostante il formato compatto e le dimensioni da “amp to go”, il Blues Junior ha sempre sfoggiato una voce superiore alla sua classe di wattaggio. La Anniversary Edition non fa altro che ripetere quanto già noto, perché "squadra che vince non si cambia": clean cristallini e assolutamente in linea con ciò che si aspetta da un amplificatore firmato Fender; crunch dinamici e un comportamento sempre in grado di rispondere bene alla dinamica della mano destra e al controllo di volume dello strumento.
Specifiche tecniche
- Potenza: 15 watt
- Valvole: 3x 12AX7 (preamp), 2x EL84 (finali)
- Speaker: 1x12” Celestion G12M-65 Creamback
- Controlli: Volume, Treble, Middle, Bass, Reverb, Master, Fat Switch
- Impedenza: 8 ohm
- Costruzione: cabinet in pino
- Prezzo: €990.00

Un must per chi ama il suono Fender
Parte della celebre serie Hot Rod, il Blues Junior è sempre stato quell'amplificatore Fender capace di offrire a tutti l'accesso all'esperienza sonora per cui il marchio è famoso. Un unico canale, ma mille sfumature, grazie ad una dinamica che negli anni ha saputo regalare molte soddisfazioni anche a volumi contenuti. Il Blues Junior IV 30th Anniversary è pensato per essere una celebrazione di uno dei best-seller di casa Fender, ma soprattutto un amplificatore che è diventato un vero e proprio riferimento per quanto riguarda i "piccoli" valvolari dal cuore conservatore.
Per ulteriori informazioni: www.fender.com
Ha un senso.
Come ha senso il fatto che se non si torna a prezzi accettabili non comprerò ne l'uno ne le altre.
Non è sicuramente l’unico motivo per i redditi bassi e la situazione è più complessa, ma a mio parere la correlazione c’è eccome. Ciao Fab
Quella che non c'era, all'epoca, era la moneta unica e il sistema delle regole di Maastricht, che hanno ingabbiato i sistemi economici di economie molto diverse tra loro con una regolamentazione "one size fits all", che ha contribuito in maniera decisiva alla situazione di cui ora ci lamentiamo.
Poi i sussidi sono importanti, e le pensioni ancora di più (e ci mancherebbe…), ma è vero che il nostro sistema più importante è quello manifatturiero, e siamo piuttosto incapaci di fare innovazione.
Oltre ad essere imbarazzanti nel disperdere denaro in burocrazia e molto.
Aggiungo, da piccolo imprenditore, che oggi in tanti settori la marginalità si è talmente ridotta, che aumentare gli stipendi diventa un dramma, le aziende piuttosto chiudono.
Prima di chiuderla, almeno lato mio, segnalo solo che a metà anni ’90 siamo rientrati nello SME, poi trasformatosi in euro, quindi mi dai ragione: la produttività comincia a calare quando torniamo a “legarci le mani” valutariamente. Inoltre, se la svalutazione fosse solo una “vecchia medicina” furba (e non il modo più corretto per “prezzare” adeguatamente la produzione economica di un paese, senza dover incidere direttamente sulle retribuzioni dei lavoratori), ti segnalo che il virtuoso euro ne ha usufruito a piene mani, svalutandosi pesantemente verso il dollaro già appena nato, nei primi anni 2000, ma anche dopo, all’epoca del QE della BCE di Draghi, cosa che ha dato origine all’enorme surplus EU verso gli USA che ha portato alla recente guerra dei dazi. Che è il sintomo più forte della fine della globalizzazione, almeno nella sua modalità estrema con cui è stata portata avanti fino ad oggi. Sulla maggiore “bravura” degli altri paesi UE rispetto a noi la fai un po’ troppo facile, non considerando gli ovvi fenomeni di “catch up” (per i paesi più arretrati, come quelli dell’Est, che, inoltre, usufruiscono dei nostri versamenti al bilancio comunitario, oltre a guardarsi bene dall’aderire all’euro…), situazioni molto pesanti in Francia (twin deficits, do you know?) e Germania (crisi economica e politica sotto gli occhi di tutti, da quando gli hanno tolto a schiaffoni l’energia russa a buon mercato ed è fallita la connessione con i cinesi per la riconversione “green” dell’industria; adesso provano a rilanciarsi riarmandosi, auguri a tutti noi!), crescite di produttività “favolose” trainate da legislazioni fiscali per le imprese francamente indecenti (Irlanda, Olanda, Lussemburgo) o da un forte indebitamento estero (Spagna).
Mi fermo qui, l’articolo linkato (che, legittimamente, non hai letto o hai letto frettolosamente) è abbastanza esaustivo anche nel controbattere in senso tecnico alla favoletta autorazzista dei nostri difetti, che ci sono, ovvio, e vanno combattuti, ma che non possono essere ancora usati per continuare a venderci la vecchia medicina (questa sì, e pure amara) delle “riforme strutturali” necessarie per far ripartire la produttività. E’ dai tempi di Monti che ce la propinate, e il risultato è la più grossa perdita di PIL dai tempi dell’unità d’Italia, superiore come durata perfino a quella causata dalla seconda guerra mondiale. Adeso anche basta, però…
Perché da quando siamo entrati nella moneta unica non possiamo più svalutare il cambio per compensare i differenziali di competitività con gli altri paesi dell'eurozona. L'unico modo per farlo è svalutare gli stipendi. Tutto qui.
“si e' svalutato gli stipendi, ed e' giusto” No! Secondo me non è stato giusto per niente, è solo il risultato di una scelta fatta allora “ai piani alti”, deliberatamente, anche se magari da parte di alcuni con le migliori intenzioni (forse), per “migliorarci”… 😐
“tutto questo dove portera' ?” Non ho la palla di vetro, ma, come ho risposto sopra a Mariano, se non cominciamo a cambiare l’impostazione generale la vedo brutta, specie per gente come il tuo vicino… La nostra voce di cittadini è sempre più debole, le decisioni fondamentali, economiche e politiche, vengono prese in contesti sovranazionali dove possiamo incidere solo in parte, e chi lì decide per noi non mi pare stia avendo delle ottime performance, diciamo così. Mi sta passando pure la voglia di suonare, ma mi sa che quello è più per il caldo… 😉
E chi sei, la Torcia Umana? :-D
No, no, fino a settembre la mia Les Paul diventa una splendida acustica, l'ampli lo nascondo proprio, così evito tentazioni pericolose ;-)
C'è stato un referendum con 4 quesiti sul lavoro, pochi giorni fa.
Quindi direi: i piani bassi.
Ma il vero nodo della questione è un altro: la produttività.
Da decenni la produttività italiana è stagnante, molto più che in altri Paesi europei. E la produttività è ciò che permette di aumentare i salari reali in modo sostenibile. Se un lavoratore non riesce a produrre di più (non per colpa sua, ma per limiti del sistema), è impossibile alzare gli stipendi senza generare squilibri. Il punto è che l’Italia ha scelto un’altra strada: ha preferito aumentare la spesa in pensioni e assistenza, difendere settori a basso valore aggiunto (come turismo e commercio), e conservare filiere produttive vecchie, da anni ’80 e ’90, spesso scollegate dall’innovazione. In molti casi sembra quasi ci sia una resistenza culturale alla produttività, come se parlare di efficienza, formazione tecnica, competizione e merito fosse un tabù. Così facendo, abbiamo finito per sostenere con fondi pubblici attività che non crescono, mentre abbiamo trascurato proprio quegli investimenti (istruzione, ricerca, industria avanzata) che avrebbero potuto far crescere il Paese e aumentare davvero gli stipendi.
Le eccellenze ci sono, ma non bastano se il sistema nel suo complesso non viene messo in condizione di evolversi.