Se c’è una cosa che gli Spinal Tap hanno capito meglio di chiunque altro, è che non si esce mai davvero dal personaggio. Anche quando si siedono davanti a Conan O’Brien o Jimmy Kimmel, non ci si trova di fronte Michael McKean, Harry Shearer e Christopher Guest, ma bensì i tre “musicisti” più sfortunati e ridicoli della storia del rock: St. Hubbins, Smalls e Tufnel. E questa è la magia.

Tra Conan, Jimmy Kimmel Live! e Marshall: il trionfo dei Tap è in mondovisione
Settembre 2025 ha segnato il ritorno televisivo degli Spinal Tap, ospiti di Jimmy Kimmel Live! per la prima volta in oltre quindici anni. L’occasione è ovviamente promuovere Spinal Tap II: The End Continues, sequel del mockumentary che ha definito un genere.

La performance è stata, come prevedibile, sopra le righe. Big Bottom, brano del 1984 già costruito intorno a tre linee di basso, è stato eseguito con cinque bassisti in contemporanea. Oltre a David St. Hubbins, Nigel Tufnel e Derek Smalls, sul palco sono saliti Tal Wilkenfeld e Thundercat, quest’ultimo armato di un Ibanez Custom Shop a doppio manico con sei e otto corde. Un set senza chitarre, ma con una potenza tale da sembrare misurabile sulla scala Richter.



Con Kimmel, gli Spinal Tap entrano in studio come se stessero calcando per la prima volta un late night, nonostante abbiano più rughe che riff all’attivo. Si vantano di un rider pieno di spremute d’arancia come se avessero appena inventato il concetto di lusso rock’n’roll, rievocano le morti dei batteristi con la solennità di un bollettino di guerra, e infine sganciano la bomba: un amplificatore che non si ferma a 11, ma va “all’infinito”. In quel momento anche il pubblico capisce che la parodia è ancora viva, vegeta e più sfrontata che mai.



O’Brien li tratta come se fossero i Led Zeppelin reincarnati e loro non si fanno pregare: rilanciano con racconti improbabili, annunciano che il loro ritorno riscriverà la storia del rock e parlano come se fossero ancora in vetta alle classifiche… quelle di fantasia. È qui che spunta l’altro lato degli Spinal Tap: la satira affilata, che punzecchia l’ego smodato delle rockstar vere, trasformando i capricci da sala prove in comicità universale.



Se Kimmel ha dato spazio alla parte performativa, Conan O’Brien ha esplorato il lato più narrativo. Nel suo podcast Conan O’Brien Needs a Friend, Conan ha ospitato gli Spinal Tap insieme al regista Marty DiBergi (Rob Reiner). Registrato dal SiriusXM Garage, l’episodio ha mescolato ricordi, battute in character e aneddoti sulla realizzazione del sequel.
Il tono è rimasto fedele allo spirito originale: i musicisti parlano di come sia “naturale” ritrovarsi dopo decenni, come se il tempo si fosse fermato.

Al centro, il tema della "legacy": This Is Spinal Tap ha plasmato l’immaginario della satira rock al punto che molte battute sono ormai entrate nel linguaggio comune. Non è l’unico contenuto targato O’Brien: Conan compare anche in un mini-documentario insieme a Ben Stiller, Ricky Gervais e Questlove, tutti impegnati a sottolineare l’impatto culturale del film del 1984. Un’eredità che non riguarda solo la comicità, ma il modo in cui il rock stesso viene raccontato.



Con l'arrivo della nuova pellicola nelle sale statunitensi, anche Marshall ha deciso finalmente di dare a Tufnel quel che è di Tufnel. Sul canale Youtube del brand, infatti, è stato pubblicato una video-intervista che prova a scendere nei dettagli della relazione fra il chitarrista e gli amplificatori firmati da Jim Marshall. Come prevedibile l'occasione si è trasformata in un piano perfetto per alimentare il legame fra Tufnel e l'idea che la ricerca sonora si basi esclusivamente su elementi tra i più irrilevanti per chi non detiene il sapere concesso dal Dio del rock in persona.

Satira aggiornata al presente
Il ritorno degli Spinal Tap è un’operazione nostalgica al punto giusto, ma è anche un vero e proprio rilancio multimediale: film, colonna sonora, apparizioni televisive, podcast e spot virali – come il PSA “Don’t Talk, Don’t Text” per Alamo Drafthouse – compongono un mosaico coerente. Per chi suona, il messaggio è chiaro: il basso può essere protagonista, il gear è parte integrante della narrazione e persino un amplificatore immaginario diventa simbolo di come tecnica e satira possano fondersi in una visione che va ben oltre la semplice gag.

Gli Spinal Tap restano un caso unico: una band che non è mai esistita, ma che continua a influenzare il modo in cui guardiamo al rock, con un sorriso sardonico e un occhio puntato su amplificatori che non smettono di salire di volume. Ogni video promozionale e ogni intervista diventano una performance: gli Spinal Tap fanno del marketing un atto teatrale, un’estensione del mockumentary che dal 1984 continua - fortunatamente - a demolire la forzata seriosità del rock.