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Com’è stato il concerto dei Radiohead a Bologna: cronaca pop di un rito musicale collettivo
Com’è stato il concerto dei Radiohead a Bologna: cronaca pop di un rito musicale collettivo
di [user #65794] - pubblicato il

Una notte all’Unipol Arena in cui i Radiohead hanno trasformato il palazzetto in un planetario emotivo, tra glitch, luci mobili e memorie condivise. Un viaggio circolare nella loro discografia, sospeso tra poesia elettronica e corali stonati che sanno di catarsi. Un rito collettivo in cui Bologna ha respirato all’unisono la fragilità, l’ironia e la grandezza inquieta della band.
Entrare all’Unipol Arena il 14 novembre 2025 ha significato accettare l’idea di un concerto che era, prima di tutto, un happening. I Radiohead, ancora una volta, hanno dimostrato che sì, il futuro è arrivato, ma continua a suonare come se qualcuno avesse lasciato Kid A in loop per due decenni. Il palco era piazzato in mezzo al parterre come un’enorme piattaforma per meditazioni post-apocalittiche, con pannelli che si muovevano su e giù come fossero le porte automatiche di un’astronave presa in leasing da Star Trek.
 
Com’è stato il concerto dei Radiohead a Bologna: cronaca pop di un rito musicale collettivo

Tutti potevano vedere tutto, teoricamente. Praticamente, l’acustica ricordava certi televisori a tubo catodico degli anni Novanta: Thomas Edward Yorke, malgrado la sua frizzante energia di 57enne dal portamento più che baldanzoso, appariva e scompariva come un personaggio glitchato, con chitarre e voce che evaporavano periodicamente.

Eppure, nonostante il suono da reality distopico, nessuno sembrava davvero turbato. I Radiohead sono ormai una specie di culto intergenerazionale: li seguono i nostalgici di OK Computer, i reduci del primo album "su offerta" In Rainbows, gli adolescenti che hanno scoperto Let Down su TikTok tra un video di gattini e uno di trucchetti per pulire il forno. Insomma, un pubblico più variegato del cast di Stranger Things.
 
Com’è stato il concerto dei Radiohead a Bologna: cronaca pop di un rito musicale collettivo

La band ha portato in scena non tanto una scaletta, quanto un pellegrinaggio emotivo: si inizia con Planet Telex e poi alcuni capitoli di Hail To The Thief, perfetti per ricordarci che già vent’anni fa i Radiohead ci mettevano in guardia da un mondo che ora sembra essere uscito da Black Mirror. Poi, a ondate, arrivano i pezzi “da sofferenza condivisa”: Lucky, No Surprises, Videotape. A quel punto l’Arena diventa un enorme gruppo di supporto, il tipo di cose che in un’altra vita avrebbero potuto condurre a quattro mani Oprah Winfrey e BoJack Horseman.

Com’è stato il concerto dei Radiohead a Bologna: cronaca pop di un rito musicale collettivo

La componente spettacolare, però, fa sempre il suo: schermi che moltiplicano il volto di Yorke come in un loop proveniente da altre dimensioni; pannelli che trasformano il palco in una camera di risonanza visiva degna di Blade Runner; botole da cui spuntano e scompaiono i nostri eroi come se fossero i concorrenti meno fortunati di Squid Game. Il tutto avviene mentre i membri della band si scambiano e alternano i vari strumenti del mestiere con una naturalezza a dir poco disarmante, quasi aliena.

I momenti più intensi? Weird Fishes/Arpeggi, con tutta l’Arena che sembrava sul punto di abbracciarsi in un’unica sessione collettiva di mindfulness; Daydreaming, che ha ammutolito migliaia di persone come se qualcuno avesse premuto un tasto del telecomando universale; Idioteque, ovviamente, che ha ricordato al mondo che i Radiohead, se volessero, potrebbero chiudere ogni club europeo dalle 3 alle 6 del mattino con set techno a loro nome.

Com’è stato il concerto dei Radiohead a Bologna: cronaca pop di un rito musicale collettivo

E poi arrivano i bis, una specie di Greatest Hits dell’emotività umana: Fake Plastic Trees apre la sessione di pianto; Let Down accende un coro cross-generazionale, quasi “multiversico”; Paranoid Android rinnova il suo status di cantilena biblica del disagio moderno; You and Whose Army? trasforma per un attimo Yorke nel Frank Sinatra degli universi paralleli; Just ricorda che una volta erano una rock band, davvero; e Karma Police chiude la serata come l’inno nazionale dell’umanità che non ce la fa più, ma continua a provarci.

In tutto questo, lo scambio di strumenti tra i membri della band continua a rinfrescare l’impressione che i Radiohead possano aver completato tutte le side quest possibili nel gioco della vita: percussioni, chitarre, synth, tastiere… probabilmente avrebbero pure cucinato una carbonara decente se qualcuno avesse portato una padella sul palco. Cos’è che non riesce bene a Thom Yorke, Colin Greenwood, Ed O'Brien, Philip Selway, and Jonny Greenwood quando calati nel loro elemento? 

Com’è stato il concerto dei Radiohead a Bologna: cronaca pop di un rito musicale collettivo
 
Un palco circolare, una sorta di isola geometrica collocata al centro del parterre e circondata da pannelli traslucidi che salivano e scendevano come membrane. Nessun fronte, nessun retro: tutto era accessibile da ogni angolo. Un’impostazione coerente con una formazione che ha sempre cercato l’essenza dell’esperienza più che la tradizionale frontalità rock. L’acustica del palazzetto, invece, ha fatto il suo per dare fastidio a qualcosa di - altrimenti - etereo.

L’Unipol non sempre restituisce i dettagli con chiarezza — chitarre e voce tendono a evaporare — ma lo spirito della serata è altrove: un percorso attraverso un repertorio vasto e sfaccettato, guidato da un Thom Yorke energico e irrequieto, spesso in movimento, talvolta quasi inghiottito dal mix, ma sempre e comunque eroe di chi lotta perennemente con le paure, ansie e tensioni della vita. Yorke non le smorza, anzi, le amplifica in un esorcismo collettivo.
 
Com’è stato il concerto dei Radiohead a Bologna: cronaca pop di un rito musicale collettivo

Alla fine, Bologna non ha assistito semplicemente a un concerto: è stata invitata a un’esperienza totale, una specie di messa laica per anime sensibili che cercano conforto in un mondo dove la playlist generata dall’algoritmo non basta più.

Un viaggio pop, elettro-mistico, cinematografico e un po’ alieno dentro trent’anni di musica che è stata, in modi diversi, la colonna sonora di un’intera epoca. E anche se la voce a tratti abbandonava l’Unipol Arena, il senso complessivo restava chiarissimo: siamo tutti un po’ persi, ma almeno abbiamo avuto i Radiohead a ricordarcelo con stile.

E sì, Karma Police l’abbiamo cantata male, in coro. Ma era inevitabile.
Tutti i finali di stagione richiedono un coro stonato.
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