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Marc Ribot e la rinascita di Map of a Blue City: il disco riscoperto dopo trent’anni
Marc Ribot e la rinascita di Map of a Blue City: il disco riscoperto dopo trent’anni
di [user #65904] - pubblicato il

A mesi dall’arrivo sugli scaffali, "Map of a Blue City" continua a rivelare la sua natura più intima: un lavoro sospeso tra memoria e invenzione, in cui Marc Ribot torna a mostrarsi imprevedibile, coerente e unico. Il chitarrista americano rilegge trent’anni di idee rimaste in un cassetto trasformandole in un racconto sonoro che attraversa folk, blues, avanguardia e riflessi autobiografici. Un disco che, ascolto dopo ascolto, conferma quanto Ribot resti un narratore raro, capace di far vibrare la storia di una “città blu” con le sole dita sul manico.
Con l’uscita del suo originale memoir dal titolo Nelle mie corde, edito qui da noi dalla SUR di Marco Cassini nel 2023, Marc Ribot ci ha confermato, tra i tanti aspetti che lo riguardano, di non essere soltanto uno dei più rivoluzionari innovatori in materia di sei corde, ma anche uno scrittore dotato, divertente e sagace. Chi pensava che l’artista americano fosse un magnetico affabulatore soltanto con un’acustica o un’elettrica in mano, si è dovuto ricredere. Chi invece fosse ancora a digiuno delle sue innumerevoli peripezie strumentali - in veste solista, come leader dei Ceramic Dog o nei panni del collaboratore di lusso - avrà modo di redimersi. A maggio Ribot è tornato sul mercato con un album dal titolo Map of a Blue City, un lavoro rimasto nel cassetto per circa 30 anni!
 
Tutto è iniziato con me che dicevo: "Ehi, amico, scriverò delle canzoni, farò in modo che qualche rock star le reinterpreti e ci farò un sacco di soldi". Poi, a un certo punto, ho ascoltato quello che stavo effettivamente registrando e ho capito che nessuna rock star avrebbe reinterpretato una cosa del genere. Quindi era meglio che fossi io a pubblicarla, altrimenti sarebbe rimasta lì.
Marc Ribot

Marc Ribot e la rinascita di Map of a Blue City: il disco riscoperto dopo trent’anni

Il bello di uno come Marc Ribot è che non ti annoi mai. Non sai mai che cosa aspettarti - folk, blues, free jazz, radici cubane, musica haitiana - non sai quale sarà la sua prossima mossa, non sai in che forma si presenterà. L’unica certezza è lo stile, ormai saldo come una roccia, che - come una firma provata e affinata nel tempo - non può essere confuso. In altri termini, ci sono cose, brani, artisti che ricordano Marc Ribot, ma soltanto Marc Ribot suona come Marc Ribot. E tutti noi, o meglio, tutti coloro che lo conoscono e ne seguono le gesta, conservano un’immagine di lui. C’è il Ribot di Big Time di Tom Waits, tra i live più belli degli anni Ottanta, oppure quello che, con i suoi fraseggi e assoli, ha reso immortali le canzoni di Rain Dogs (1985), Mule Variations (1999) e Real Gone (2004) - tra i tanti gioielli che costellano la vetrina di successi del cantautore originario di Pomona, California.

C’è invece il Marc Ribot selvaggio, quasi allo stato brado, al comando di quella macchina noise estrema e avulsa da ogni compromesso che si rifà al nome di Ceramic Dog e che conta, tra le proprie fila, anche Shahzad Ismaily al basso e Ches Smith alla batteria. C’è poi il Ribot solitario che suona il blues catturato nella penombra dall’occhio della cinepresa di Wim Wenders (The Soul of a Man, 2003). C’è il Ribot combattente e partigiano, quello dello splendido Songs of Resistance 1942-2018. E ancora quello preso a prestito da Vinicio Capossela per dar lustro a tante sue composizioni, da Il ballo di San Vito a Billy Budd. Ed infine, l’ultimo Ribot, quello più recente, che al suo pubblico si presenta donando di sè l’istantanea più aggiornata e che, in questo caso, consiste in una mappa sonora architettata per ben tre decenni.


 
Un giorno (Clara, NdR) stava disegnando una mappa utilizzando un unico pennarello di colore blu. Dunque, le chiesi: 'Come mai stai disegnando una mappa blu?'. La risposta: 'Perché è la mappa di una città blu'. Non potevo lasciarmelo sfuggire!
Marc Ribot

In Map of a Blue City, la cui idea è merito della figlia del nostro, Clara, Marc Ribot canta e incanta, suona e seduce, coccola gli appassionati e ne culla i pensieri. Lo stile, come detto, non cambia di una virgola rispetto a quanto prodotto dall’inizio della sua carriera ad oggi: semplicemente, le dita del chitarrista, nato e cresciuto in New Jersey, se la prendono ancora più comoda, non hanno più nulla da dimostrare e ci intrattengono raccontando una serie di storie in musica che - anche solo per la stima dovuta a un nome di tale caratura - nessuno dovrebbe farsi sfuggire. Sono storie, queste, fatte di voci sussurrate al tramonto, bending, rivolti, vibrati, tremolo e glissati che saettano lungo il manico, storie sfuggenti e sinuose, storie belle, insolite. Certamente non scontate, certamente non per tutti.

That’s Marc Ribot, folks!
 
Lo spettro dei miei primi traumi musicali aleggia ancora sulle manopole del volume, spingendomi a compiere gesti eccessivi, proprio come i ricordi delle privazioni infantili attiravano mia nonna verso il frigo anche quando aveva già la pancia piena.
Marc Ribot

Qualche nota tecnica per i più curiosi. Marc Ribot si concede spesso ai più disparati strumenti e modelli. Tra i suoi principali punti di riferimento figurano: una Gibson HG-00 Sunburst del 1937, una Gibson SG, una Gibson ES-125TDC del 1962, una Gretsch G6122T-59 Vintage Select Edition '59 Chet Atkins, una Harmony H-44 Stratotone. In fatto di amplificatori, invece? Un buon Fender ’65 Deluxe Reverb è per sempre.

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