Play it, Steve! L’arte di togliere: ricordo personale di Steve Cropper, il gentiluomo del soul
di Francesco Sicheri [user #65794] - pubblicato il 04 dicembre 2025 ore 16:55
Ho conosciuto Steve Cropper nel modo in cui si conoscono i veri maestri: due strette di mano, zero fronzoli, tanta musica. Diceva che “conta quello che non suoni” e poi ti fulminava - letteralmente - con una di quelle sue ritmiche così semplici e solide da reggere un mondo. Ora che se n’è andato (Nashville, 3 dicembre 2025), mi resta un insegnamento antico e modernissimo: servire la canzone è la forma più alta di virtuosismo.
Chi scrive, ha fatto questo lavoro abbastanza a lungo da essersi tolto qualche soddisfazione. Una delle più grandi è aver conosciuto Steve Cropper, e poi successivamente aver intrattenuto con lui una piacevola corrispondenza.
(Sittin’ On) The Dock of the Bay è parte della mia vita da che ne ho memoria, e Cropper per me è sempre stato il maestro dei maestri. Un gigante buono, in tutti i sensi. E oggi che non c'è più, il pensiero di aver potuto far parte della sua vita, seppur in minuscola e irrilevante parte, mi lascia un senso di incredibile nostalgia mista a rimorso.
Ci sono tante domande che avrei voluto porgli e che ormai mi porterò nel cassetto, ma faranno compagnia al ricordo di una delle persone più dolci e educate incontrate in questi anni di lavoro. La stessa persona che, con assoluta onestà, poteva sminuire il fatto che alcuni dei brani che hanno riempito le classifiche di mezzo mondo portassero la sua firma.
photo credit: Michael Wilson
La prima volta che ho stretto la mano a Steve Cropper ho capito perché certi dischi “stanno in piedi”. Nessuna posa, niente sopracciglia alzate, zero mitologia autocostruita. Un sorriso e poi due accordi tagliati netti lì dove serviva: il brano si mette in riga da solo. È così che mi piace ricordare “The Colonel”: un uomo che arrivava puntuale al cuore della faccenda. In un’epoca in cui tutti alzano il volume, lui era la concretizzazione massima dell'idea di annullare l'ego in favore di qualcosa di più grande. Se il cinema poi ci ha regalato la famosa banda in missione per conto di Dio, nei corridoi della Stax la frase che contava era “Play it, Steve!”. E, poco ma sicuro, non era un effetto speciale.
Memphis, Stax e l’architettura del suono essenziale
Per capire Steve bisogna capire Memphis: città dove il blues si è messo la camicia bianca e il soul ha imparato a camminare con passo deciso. Alla Stax, i corridoi odoravano di legno e nastro magnetico; ogni take aveva l’aria di qualcosa che non si sarebbe potuto migliorare con una sovraincisione.
Booker T. & the M.G.’s erano una squadra più che una band: organo come mattoni, batteria come fondamenta, basso come travi portanti... E la chitarra di Cropper era l’impalcatura. Green Onions è nata così: pausa caffè, un giro buttato lì, la Telecaster che sussurra in levare e d’improvviso un’America intera che impara a scansarsi per far passare il groove.
La differenza con la Motown orchestrale era evidente: qui niente lacca, solo aria, pedali della batteria che si sentono respirare e chitarre in faccia al microfono. Steve ritagliava lo spazio sonoro con accordi spezzati e staffilate chirurgiche: il contrario del riempire, l’arte del lasciare quanto più libero possibile il contesto. È quasi urbanistica musicale, con la chitarra a fare da centro smistatore.
Le sedute di Cropper con Otis insegnano che prima si ascolta, e poi si suona. Steve aspettava la voce, annusava le pause, infilava un fill come un controcanto educato. (Sittin’ On) The Dock of the Bay è il manuale d’istruzioni di questa educazione: arpeggi soffiati, frasi di due note, quegli incastri dove l’armonia non si vanta, ma accompagna e costruisce. Dopo Monterey 1967, Otis arriva con un’idea e Steve la fa diventare canzone perfetta. La tragedia arriva troppo presto, ma Cropper, dietro al banco, ha la lucidità di completare il quadro con un suono di onde e gabbiani—una post-produzione che oggi chiameremmo “sound design”, allora era solo intuito, orecchio e rispetto.
Parlare di Otis Redding gli piaceva tanto, e come biasimarlo. E lo faceva sempre con il rispetto di un signore.
Non mi prenderei mai il merito di Dock of the bay - mi ha detto durante un'intervista - ci sono anche io su quel brano ma non è mio, capite? No, io non lo capivo. E gliel'ho anche detto che quel brano Otis Redding l'aveva scritto con lui. La sua risposta? Sì, ma è troppo facile scrivere con Otis Redding (ride). Sembra quasi di barare. Andiamo... Come si fa a fare qualcosa di brutto quando si lavora con Otis Redding?
Qui c'è tutto il Colonnello. Perlomeno quello che piace ricordare a me.
Con Wilson Pickett, la lezione cambia ritmo: chiusura in stanza al Lorraine Motel, matita, bloc notes e il polso che detta In the Midnight Hour. Due accordi serrati a fare da semaforo verde e la città parte. Con Eddie Floyd, un temporale fa da metronomo a Knock on Wood: il cielo brontola, la chitarra risponde. Con Sam & Dave, il colpo di genio è un accendino usato come slide.
“Play it, Steve!” non è solo un urlo registrato: è l’investitura ufficiale del capocantiere.
Less is more: un metodo con le maniche rimboccate
Personalmente Steve mi ha insegnato una cosa che sento ripetere da tantissimi (soprattutto di quelli che vogliono farsi belli della saggezza accumulata), ma che è anche qualcosa di molto impopolare quando la si applica in maniera seria: togliere costa fatica... e anche tanta.
I suoi double-stop, spesso su seste e terze, non urlano; conversano. Gli accordi? Triadi asciugate fino all’osso, mano destra severa. Il segreto è sempre lo spazio tra le frasi, il tempo, nel suo playing, non lo tiene il metronomo: lo tengono i silenzi. Per chi suona la chitarra elettrica, questo è un invito all’ordine: se il pezzo respira, respiri anche tu. Le frasi “di servizio” hanno dignità quando la band sa riconoscere l’essenziale.
Oggi che possiamo avere mille suoni in un click, la domanda cropperiana resta intatta: “Serve davvero?”.
Spesso la risposta giusta è “no”.
E a proposito di suoni, quello di Steve è un saluto militare: deciso, pulito, puntuale. La sua Esquire del ’56—il “pugno” di “Green Onions”—e poi la Telecaster costruita per lui da Hartley Peavey (usata nel 90% dei casi in posizione centrale, dove il ponte stinge e il manico addolcisce) hanno in comune due aspetti: il primo l'essenzialità, il secondo l'essenzialità.
Il plettro? Deciso e fermo sotto quella mano destra (enorme come lui) che fa da capo reparto. L'accordatura open E in studio, quando serviva, non era un vezzo: era una pratica scelta per sostenere voci e fiati, un bordone che teneva l’armonia senza ingombrare.
In un'intervista di qualche anno fa mi ha raccontato nuovamente la storia della sua Esquire viola. Ogni volta che penso a quella chitarra rimango senza parole. Per chi non sapesse la storia... Stiamo parlando di una Fender Esquire che io stesso ho riverniciato. Volevo rifarla con una finitura Candy Apple Red, ma nella vernice c’era una punta di viola ed il risultato finale si è rivelato molto più vicino al viola che al rosso. Un giorno prestai quella Esquire a Jimmy King... - La conoscevo già a memoria, ma non mi sarei mai sognato di farglielo presente. - Dopo l’incidente aereo che coinvolse la band di Jimmy - e nel quale Jimmy restò ucciso - il trombettista della band andò a trovare la madre di Jimmy e trovò la mia chitarra appesa al muro. La madre di Jimmy pensava che fosse la chitarra del figlio, perché era stato proprio Jimmy a lasciarla da lei prima di partire per quel suo ultimo viaggio. Quando venni a sapere della tragedia che aveva colpito la band pensai anche che la mia chitarra fosse rimasta distrutta nell’incidente, ma le cose erano andate diversamente. Non ho mai più rivisto quella Esquire, e al giorno d’oggi sapete bene quanto può valere... I genitori di Jimmy sono poi morti, a dire il vero il padre di Jimmy non si è mai saputo chi fosse, ma la verità è che qualcuno, da qualche parte nel mondo, ha la mia Esquire Viola del '56 appesa sul suo muro, e probabilmente non ha idea di quanto possa valere veramente quello strumento.
Gli amplificatori: piccoli combo valvolari Fender nei primi 60s (quel Tweed che oggi veneriamo nei musei), poi più watt quando la platea si allarga. Twin Reverb quando gli si chiedeva pulizia a volume inumano, Super o Princeton quando la pasta doveva restare grintosa ma controllata. Effetti? Il riverbero a molle dell’amplificatore e poco altro; al limite un tremolo, raramente un chorus o un phaser nei decenni successivi. La filosofia è sempre stata quella: chitarra, cavo lungo (scelto per stemperare un po' di alte frequenze) e amplificatore. Fine. Nota a margine: Steve spesso suonava seduto in control room, ascoltando il bilanciamento "reale" e finale.
In missione per conto di Dio In the Midnight Hour tiene in piedi mezzo secolo di dancefloor con due incastri ritmici semplici, decisi e efficaci; Soul Man vive di quelle sliding sixths in apertura: due corde, mano sinistra che scivola, mano destra che fa da cerniera; Knock on Wood fa un gioco di specchi tra chitarra e fiati che è un corso accelerato di arrangiamento per chi vuole padroneggiare il soul; Time Is Tight mostra l’altra faccia: melodia all’unisono con l’organo, niente virtuosismi, cantabilità a profusione. Il trucco sta - sempre - nell’architettura: Cropper costruisce la casa, non la tappezzeria. Quando tanti guitar hero cercavano il cielo con l’assolo, lui metteva pilastri nel terreno, ecco perché le sue parti, e i suoi brani, non invecchiano: sono funzioni strutturali, non mode.
Quando John Belushi e Dan Aykroyd bussano, Steve e Donald “Duck” Dunn dicono sì senza cambiare ricetta. Briefcase Full of Blues porta il soul in vetta alle classifiche col passo della vecchia scuola: una sezione ritmica che non sgarra neanche sotto minaccia di morte e una chitarra che detta il dress code. Il film del 1980 fa il resto: la generazione VHS impara che c’è un prima e un dopo Memphis. Sul set Steve era Steve: nessuna recita, il messaggio era chiaro: il suono "vero" funziona anche davanti alla cinepresa. È stato tutto incredibilmente fulmineo e bellissimo. Nessuno si aspettava nulla e le cose sono state semplicemente perfette nel loro essere quasi una “calamità”. Un altro giorno al lavoro per Cropper, un po' come infilare nel mezzo di una carriera già di per sé allucinante, la produzione di Jeff Beck Group.
Steve, groove o melodia?, gli ho chiesto in un'altra occasione. E ovviamente mi ha detto che non avrebbe mai potuto scegliere. Non si può scegliere l’una o l’altra bisogna puntare ad averle entrambe. Se devo però dire quale delle due sia il mio motore quando suono la chitarra, allora direi decisamente il groove. Il fatto è che l’una aiuta l’altra, così come della buona musica aiuta un buon testo, un groove ben portato aiuta la melodia ad esprimersi al meglio. Ma in fondo chi può avere la risposta definitiva? Io no di certo, sono anni che non ho una hit in classifica, quindi magari le cose sono cambiate anche in quel senso.
A guardare la marea che si ritira
Ora che si spengono i riflettori, mi restano due suoni in testa: una Telecaster che sgranocchia in levare e la risata corposa di uno che sapeva sempre quando fermarsi.
Questa mattina mi sono svegliato e sono stato fulminato da un quesito che mi ruberà diversi giorni prima di esaurirsi. Guardando mia figlia, ignara di qualsiasi cosa, ho subito cercato di capire come farò, un giorno, a spiegarle chi era Steve Cropper, e perché è stato così importante per me... Lui che, in un mondo costellato di "eroi", falsi miti e leggende costruite al punto da essere imbarazzanti, rappresenta la pragmatica accettazione del ruolo di antieroe per eccellenza.
Penso che la gratitudine si esprima al meglio nei gesti quotidinani, e non in quelli forzatamente eclatanti. E quindi, così come ho fatto tante altre volte, ho deciso che il modo migliore fosse semplicemente quello di tornare lì dove tutto è iniziato anche per me, quando una zia con la passione per il soul e la black music registrò su una vecchia Sony da 90 minuti una compilation che iniziava così: