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Ode a Bob
Ode a Bob "Weir-do": Greateful Dead, controcultura, psichedelia, doom e signature Ibanez
di [user #65794] - pubblicato il

La scomparsa di Bob Weir, co-fondatore e chitarra ritmica dei Grateful Dead, chiude uno dei capitoli più longevi e coerenti della musica americana del Novecento. Musicista atipico, ha ridefinito il ruolo della chitarra ritmica nel rock attraverso un linguaggio armonico colto, libero e profondamente collettivo. Attorno ai Grateful Dead, Weir ha contribuito a costruire non solo una band, ma un vero ecosistema culturale, simbolo duraturo della controcultura statunitense.
Nella storia del rock – quella vera e più impolverata  – c'è sempre stato spazio per gli eroi silenziosi. Poi c'è Bob Weir. Che stava di lato, è vero, ma zitto non ci stava mai. E soprattutto, non trattava la chitarra ritmica come se fosse un riempitivo: la trasformava in un linguaggio a parte.

Se n'è andato il 10 gennaio, e il web trasuda commiati più o meno sentiti (e più o meno istituzionali), ma quello che a noi interessa maggiormente non è tanto che Bob Weir sia stato co-fondatore dei Grateful Dead, quanto che in oltre sessant'anni di carriera è stato capace di mettere sottosopra l'idea stessa di chitarra ritmica: quella che tutti pensano sia un accompagnamento passivo, lui l'ha caricata di accenti jazz, voicing forbiti, quasi dei tagli diagonali dentro il caos psichedelico.

Un funambolo sonoro che invece di lanciarsi nel vuoto preferiva tendere la corda per gli altri.



L'incontro con Garcia (e l'inizio della morte)
Leggenda narra che Bob incontrò Jerry Garcia in un negozio di musica a Palo Alto, nel primo giorno dell'anno 1963. Garcia stava aspettando allievi per una lezione di banjo (sì, il banjo: erano altri tempi), Weir era un adolescente con troppa energia e poca disciplina. In breve, la cosa sfociò in una di quelle jug band che mescolano un po' di folk, un po' di blues e tanta armonica, poi nei Warlocks, poi nei Grateful Dead. Tutto in una manciata d'anni, con l'acido lisergico a scorrere più abbondante della Coca-Cola. Lui era il più giovane del gruppo. Il "ragazzo biondo", chiamato così non solo per i riccioli da cherubino ma anche perché sembrava sempre un po' più fuori posto degli altri. Mentre Garcia si lanciava in viaggi solistici infiniti, Bob ci metteva gli incastri di sostegno e dava struttura all'improvvisazione.

Parliamoci chiaro: la chitarra ritmica è il mestiere più sottovalutato del rock. E se la maggior parte dei chitarristi ritmici si limita a pestare quattro accordi in croce assumendo il ruolo di metronomi umani, Weir faceva l'esatto contrario. Era un artigiano ossessivo della griglia armonica, uno che studiava come spostare gli accenti ritmici di una battuta per farla respirare. Aveva mani da pianista e cervello da percussionista.

Molti suoi colleghi ammettevano che imparare i suoi brani era un incubo: armonie contorte, cambi di tempo imprevedibili, accordi inventati sul momento. Una volta dichiarò: "Cerco sempre di suonare qualcosa che non ho mai suonato prima". Il che, per un musicista, è sia poetico che suicida. Ma a lui funzionava. Anzi: era il suo credo.
Il suo modo di suonare era la somma di mille influenze. Folk, jazz, musica classica, country, il tutto filtrato attraverso una logica tutta sua, dove un accordo poteva diventare ponte, melodia e tensione, tutto insieme. Un compagno di band disse che Bob suonava "come se fosse l'unico ad avere la mappa, ma senza volerla condividere". Genio? Forse. Ma soprattutto, anticonvenzionale.

Le sue canzoni, tra romanticismo e cinismo
Quando non stava ingarbugliando armonie, Bob cantava. E anche in questo caso lo faceva a modo suo. Voce nasale, poco ortodossa, ma stranamente magnetica. Scriveva canzoni con John Perry Barlow, un cowboy del Wyoming prestato alla poesia lisergica. Insieme hanno tirato fuori perle come Cassidy, Estimated Prophet e Looks Like Rain, pezzi che alternano mistica, nostalgia, visioni profetiche e un romanticismo ruvido da bar notturno.
C'è sempre stata una vena malinconica nella sua scrittura. Come se dietro ogni viaggio ci fosse già il ricordo della fine. Bob non ha mai avuto l'aria del guru psichedelico: era più lo zio saggio e un po' burbero che ti dà una pacca sulla spalla e ti dice di non fidarti troppo della libertà. Eppure è stato tra i pochi capaci di raccontare l'America on the road senza cadere nella retorica.



Quando Garcia è morto nel 1995, molti pensavano che i Dead sarebbero finiti con lui. Ma Weir, ostinato com'è sempre stato, ha preso in mano il timone. Prima con i RatDog (una band dal nome canino e dall'anima jazzata), poi con Dead & Company chiamando al suo fianco anche John Mayer. Oh, in quanti hanno storto il naso: Weir che suona con un popstar? Ma è bastato vederli dal vivo per capire che l'anima originaria dei Dead era ancora viva,e che Bob Weir ne era il custode.
Negli ultimi anni ha suonato anche per e con orchestra, ha arrangiato i classici dei Dead per quartetto d'archi, ha collaborato con musicisti di ogni età e genere. Un ossimoro vivente: tradizionalista visionario. E sempre con quella chitarra a tracolla, come se fosse un prolungamento del corpo.

La Ibanez di Bob Weir che ha scolpito  anche il doom, lo sludge e lo stoner
La Ibanez "Bob Weir", ovvero quella che sarà la Ibanez 2680, nasce a metà anni Settanta come uno dei primi modelli signature della casa giapponese, in una fase storica in cui Ibanez stava definitivamente abbandonando la stagione delle "copie" per affermare un’identità progettuale autonoma. Il punto di partenza è l’incontro del 1974 tra Weir e i tecnici Ibanez/Greco, mediato da Jim Fisher di Elger, distributore USA del marchio. Fisher è tra i primi a sostenere apertamente la necessità, per Ibanez, di legare il proprio nome a un chitarrista rock di primo piano e quindi nell’estate del 1974 porta alcuni strumenti a un soundcheck dei Grateful Dead al Philadelphia Civic Center.

Ode a Bob "Weir-do": Greateful Dead, controcultura, psichedelia, doom e signature Ibanez
photo credit: Ibanez-Vintage

Progettata, quindi, nel 1975 come modello signature per Bob Weir, la Ibanez 2680 rappresenta uno dei passaggi più interessanti della produzione Ibanez di metà anni Settanta. Si tratta di una double cutaway con corpo e top carved in frassino, soluzione non comune per l’epoca, abbinata a una costruzione set-in che prevede un manico in acero e una tastiera in ebano, scelta che punta a definizione e risposta immediata. Sul fronte elettronico, i primi esemplari fino al 1976 montano pickup Maxon Super 70, sostituiti a partire dal 1977 dai Super 80, sempre firmati Maxon, noti per un output più deciso e una maggiore articolazione sulle medie. Il disegno di base, con le celebri “due corna”, richiama apertamente un progetto storico di Gibson, riferimento evidente e perfettamente in linea con il contesto produttivo di quegli anni. 

Ode a Bob "Weir-do": Greateful Dead, controcultura, psichedelia, doom e signature Ibanez
photo credit: Ibanez-Vintage

Nel 1976 Ibanez introduce due nuovi modelli signature dedicati a Bob Weir e al session man Randy Scruggs, segnando un passaggio storico per il marchio: si tratta delle prime chitarre signature Ibanez e, allo stesso tempo, dei primi strumenti a entrare ufficialmente nella nuova Professional Series. Pur appartenendo formalmente alla Professional Series, queste chitarre risultano molto vicine per impostazione alla nascente famiglia Artist. Il design deriva direttamente dalla double-neck che aveva attirato l’attenzione di Weir, con corpo in frassino caratterizzato dal tipico German carve, confermando come, già a metà anni Settanta, Ibanez stesse affinando un linguaggio estetico e costruttivo destinato a diventare centrale nella propria identità.

Ode a Bob "Weir-do": Greateful Dead, controcultura, psichedelia, doom e signature Ibanez

Weir utilizza queste chitarre dal 1976 al 1978, sia in studio sia dal vivo, lasciando un’impronta ben documentata nei tour di Terrapin Station e nelle registrazioni coeve. Il modello tornerà ciclicamente sotto forma di riedizioni limitate, fino alla BWM1 prodotta in pochissimi esemplari negli anni Duemila.
A distanza di decenni, la Bob Weir vive una seconda vita inattesa nelle mani di Matt Pike, noto per il suo lavoro con Sleep e High On Fire. Chitarrista associato a doom, stoner e sludge, Pike utilizza la Ibanez 2680 soprattutto per la sua evidente parentela formale con la Gibson SG, dimostrando come un progetto nato nel contesto psichedelico dei Seventies possa trovare spazio, senza forzature, anche nei territori più estremi della chitarra elettrica. La Seger YG e la Woodrite Warlord, modelli scaturiti dalla fanbase di Matt Pike, condividono diversi tratti progettuali con la Ibanez 2680.

Quando si parla di Bob Weir esiste anche una signature D'Angelico, ma dire che giochi un ruolo di qualsiasi rilievo è un'affermazione veramente azzardata.
 
I Deadheads e il culto del "Weirdo"
I fan dei Grateful Dead sono una religione a parte. I Deadheads sono gente che ha lasciato il lavoro per seguire i tour, che ha barattato panini al formaggio per un biglietto, che considera un concerto da tre ore un antipasto. E Bob Weir, per loro, era il punto fermo. Jerry era il profeta, ma Bob era il prete: quello che celebrava il rito musicale ogni sera, senza mai sbagliare una liturgia (o magari sbagliandola appositamente).
C'è chi lo chiamava affettuosamente "il weirdo". Un po' per il cognome, un po' per il personaggio: vegano convinto, appassionato di yoga, in anticipo su tutto ciò che oggi consideriamo new age a sufficienza da essere monetizzato in ogni angolo di Milano, ma con un'anima profondamente rock. Uno che negli anni Settanta saliva sul palco in pantaloncini da tennis e negli anni Duemila si presentava con camicie da boscaiolo hipster prima ancora che il termine si conoscesse tra le vie di Williamsburg.



Ora che Bob Weir non c'è più, il suo stile non è raccontato nei manuali, questo perché difficilmente riassumibile lontano dai tanti dettagli epidermici che lo caratterizzano. In quel modo tutto storto ma elegantissimo di stare nel ritmo, in quella voglia di sperimentare anche quando il palco ti implora di suonare normale, è lì che si manifesta il Weirdo.

Bob Weir ha passato la vita a fare da cornice a opere d'arte collettive. Ma la sua cornice era così bella, così elaborata, che a volte rubava la scena al quadro. Quelle jam di quaranta minuti, quei momenti in cui sembrava non succedere nulla e invece stava succedendo tutto... E oggi ci accorgiamo che quel groove storto, quell'accordo spesso non così volutamente "strano", quella pennata in levare erano Bob, solo Bob, e sempre Bob.
Per una volta, forse, potremmo metterlo al centro del palco.

Ode a Bob "Weir-do": Greateful Dead, controcultura, psichedelia, doom e signature Ibanez
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