SHG MUSIC SHOW PEOPLE STORE
Intervista a Mario Guarini: il valore del percorso, dentro
Intervista a Mario Guarini: il valore del percorso, dentro "Enjoy The Journey"
di [user #65794] - pubblicato il

Un album che mette al centro il percorso, non la destinazione. Con "Enjoy The Journey", Mario Guarini firma un lavoro corale ma compatto, costruito su scrittura meticolosa e dialoghi con ospiti di primo piano. Il filo rosso? Il suo basso, la sua identità timbrica, una visione chiara dall’inizio alla fine.
C’è un momento, nella carriera di un musicista, in cui la tecnica smette di essere un obiettivo e diventa un mezzo. Un passaggio sottile, quasi invisibile, che segna la differenza tra il voler dimostrare e il voler raccontare. Per Mario Guarini, questo momento coincide con Enjoy The Journey, un disco che non rappresenta una rottura con il passato, ma una presa di coscienza. Un lavoro che fotografa una fase di maturità artistica costruita su anni di studio, tournée internazionali e collaborazioni di primo piano.

Il titolo non è una formula di circostanza, ma una dichiarazione chiara: vivere il percorso creativo con consapevolezza, senza farsi schiacciare dall’urgenza di confermare il proprio valore. Se il primo album era stato affrontato con la pressione di chi sente il peso dell’aspettativa, questo nuovo capitolo nasce con un’attitudine diversa. Guarini sceglie di rallentare, di godersi ogni passaggio – dalla scrittura alla pre-produzione, fino alla registrazione con ospiti di caratura mondiale – trasformando il processo stesso in parte integrante dell’opera.
Le dieci tracce attraversano blues, soul, funk, flamenco e suggestioni etniche, ma senza cedere alla logica della playlist. Il centro gravitazionale resta sempre il suo basso elettrico, punto di partenza di ogni composizione e filo conduttore timbrico dell’intero progetto. È una scelta precisa: mantenere una coerenza sonora forte anche quando il linguaggio cambia. Attorno a questa visione si muove una squadra di musicisti che include nomi come Vinnie Colaiuta, Victor Wooten, Oz Noy e Michael Pipoquinha, coinvolti non come semplici ospiti, ma come interlocutori chiamati a dialogare all’interno di strutture già solidamente definite.

Ne emerge un disco corale ma compatto, dove la leadership artistica di Guarini si esercita attraverso una scrittura dettagliata e una pre-produzione meticolosa. In questa intervvista approfondiamo la genesi di Enjoy The Journey, il lavoro con gli ospiti, le scelte timbriche e la filosofia che guida il progetto. Un confronto che restituisce l’immagine di un musicista fedele al proprio suono, allo stesso strumento da quasi trent’anni, e determinato a trasformare ogni nuova tappa in parte di un cammino coerente e personale.

Intervista a Mario Guarini: il valore del percorso, dentro "Enjoy The Journey"

Il titolo è una dichiarazione d’intenti: quando hai capito che Enjoy The Journey sarebbe diventato il perno narrativo del disco?
Sì, è proprio una dichiarazione d’intenti. Quando ho registrato il primo disco ho sentito molto la pressione del dover dimostrare qualcosa, del dover dare il massimo, e questo mi ha impedito di godermi fino in fondo ogni passaggio. Ero spesso sotto tensione. In questo nuovo lavoro ho deciso fin dall’inizio che avrei fatto tutto con più calma, assaporando ogni fase: dalla scrittura alle interazioni con i musicisti. Per questo ho scelto subito il titolo Enjoy The Journey: volevo godermi il viaggio che ha portato alla realizzazione di questi dieci brani.

Dopo Now It’s My Turn, qual è stata la prima scelta – compositiva o produttiva – che ti ha fatto dire: “qui sto andando in una nuova direzione”?
Per me è stato un passaggio naturale. I dischi rappresentano una fotografia: raccolgono emozioni, incontri, contesti musicali approfonditi o amati in un determinato periodo. A un certo punto sento l’esigenza di fissare quella fase della mia vita. Quando i brani hanno raggiunto un numero e una coerenza che mi sembravano significativi, e ho percepito che si completavano tra loro, ho capito che era il momento di lavorare a un nuovo album.

Le dieci tracce: le hai pensate come tappe di un percorso unico o come episodi autonomi poi raccordati in produzione?
Sono nate come parti di un progetto unitario. Anche la varietà di generi – dal blues alla musica brasiliana, fino al flamenco – è frutto di questa visione d’insieme: ogni brano rappresenta un mondo diverso, ma tutti si completano all’interno della stessa narrazione.

Intervista a Mario Guarini: il valore del percorso, dentro "Enjoy The Journey"

Il disco attraversa blues, soul, funk, flamenco e suggestioni etniche: qual è la regola che ti sei dato per mantenere coerenza, evitando l’effetto “playlist”?
La coerenza nasce dal fatto che tutto parte dal mio strumento. Mi sono dato una regola precisa: ogni brano deve funzionare anche suonato solo con il basso, un po’ come accade in Continuum di Jaco Pastorius. Se lo eseguo da solo, deve essere riconoscibile. Questo rende protagonista il mio strumento e crea continuità tra generi diversi. Il filo rosso è il mio modo di suonare, la mia attitudine. Inoltre utilizzo sempre lo stesso basso per tutto il disco, proprio per garantire una coerenza timbrica: è come se fossi io a visitare culture diverse, restando però sempre me stesso.

Brasile, India, Giappone, America e Spagna: quanto c’è di studio “consapevole” dei linguaggi e quanto di memoria musicale assorbita negli anni?
Tutti questi generi fanno parte delle mie influenze. Spesso però un brano nasce pensando a una persona specifica. Il pezzo brasiliano, ad esempio, è nato con l’idea di coinvolgere Michael Pipoquinha, uno dei bassisti più rappresentativi in quel linguaggio. In questi casi approfondisco in modo serio e consapevole il genere, per essere credibile davanti a chi lo vive quotidianamente. È uno stimolo a migliorarmi e a entrare davvero dentro quelle tradizioni.



Parti più spesso dal groove, dall’armonia o dalla melodia? E in questo album cosa ha guidato più frequentemente la scrittura?
Tutto parte dal mio strumento. Inizio spesso da un’idea ritmica, immaginando una batteria, e poi suono sopra interagendo anche con la voce, cantando la melodia. È fondamentale che il brano nasca dal basso elettrico e che la parte di basso abbia una sua autonomia, pur senza tradire il ruolo di accompagnamento. Cerco di restare nel ruolo del bassista, ma ampliandone i confini, introducendo accordi e porzioni melodiche.

Hai scritto pensando già a determinati ospiti, o hai chiamato i musicisti quando le strutture erano già definite?
Scrivo sempre pensando agli ospiti. Nel primo disco, una ballad è nata immaginando il suono di Mike Stern sul tema. Visualizzare il suo timbro e il suo approccio ha influenzato la composizione. Le strutture, però, arrivano in studio già completamente definite: partiture dettagliate e demo chiari permettono ai musicisti di concentrarsi sull’interpretazione senza perdere tempo sugli aspetti formali.

Quanto hai lavorato in pre-produzione prima di entrare in studio?
La pre-produzione è una delle mie “armi segrete”. I demo e le partiture sono estremamente dettagliati: il brano è già definito in ogni parte. In studio possiamo così dedicarci esclusivamente all’esecuzione, lasciando emergere la personalità degli ospiti senza dispersioni.

In un disco così corale, come decidi quando lasciare spazio all’improvvisazione e quando invece stringere l’arrangiamento?
Gli equilibri vengono stabiliti in fase di scrittura. Alterno sezioni molto arrangiate a momenti di libertà, ma sempre codificati: lunghezze, stacchi, armonie sono chiari. Questo permette di mantenere una forte identità produttiva, lasciando spazio all’espressività nei punti giusti.

Come nascono queste collaborazioni?
Nascono sempre da rapporti personali. Non tramite etichette o manager. Frequentando il NAMM Show a Los Angeles, anche grazie al supporto di Markbass, ho creato connessioni spontanee con molti musicisti. Le collaborazioni si sviluppano in modo naturale, spesso attraverso amicizie comuni.

Quando mandi un brano a un ospite internazionale, che tipo di indicazioni dai?
Nei demo e nelle partiture indico tutto ciò che ritengo fondamentale: cambi di tempo, stacchi, sigle. Poi non serve aggiungere altro. Musicisti come Vinnie Colaiuta hanno una capacità incredibile di entrare nel brano e valorizzarlo spesso alla prima take.

Intervista a Mario Guarini: il valore del percorso, dentro "Enjoy The Journey"

Cosa cercavi specificamente da Vinnie Colaiuta?
Era come andare all’università. Cercavo la sua energia, il suo suono e la sua capacità di leggere l’arrangiamento in tempo reale. Registrare con lui di persona a Los Angeles è stata un’esperienza formativa, oltre che musicale.

Con Victor Wooten, com’è stato impostare un dialogo tra due voci di basso?
È stato necessario lavorare moltissimo sulla scrittura per creare un equilibrio vero. Ho rielaborato il brano più volte per definire con precisione gli spazi tra esposizione del tema, soli e sviluppo finale. Solo con una struttura forte si può sostenere un dialogo alla pari con un artista di quel livello.

Il bow bass: è stata una tua richiesta?
Sì, l’ho immaginato fin dall’inizio. Volevo quel colore timbrico nelle sezioni più melodiche, in contrasto con parti più energiche. Anche se il suono ricorda un violoncello, è uno strumento modificato da lui stesso: una scelta che ha caratterizzato fortemente l’atmosfera del brano.

Oz Noy: cosa volevi dalla sua chitarra?
Ho scritto pensando al suo fraseggio blues-jazz. Cercavo la sua personalità pura, il suo accento newyorkese. Il brano è dedicato a lui proprio per valorizzare quel modo unico di stare sul tempo e sulla dinamica.

Intervista a Mario Guarini: il valore del percorso, dentro "Enjoy The Journey"

Come è nato il coinvolgimento di Michael Pipoquinha al basso a sei corde?
Volevo il colore del sei corde per creare un contrasto di registro. In quel brano io svolgo un ruolo più tradizionale, lasciando a lui libertà tra tema e improvvisazione. La differenza di range rende l’interazione più interessante.

Qual è stata la differenza più evidente tra la sua grammatica ritmica e la tua?
Per lui quel linguaggio è naturale. Sono stato io ad adattarmi al suo groove morbido e rilassato, tipicamente brasiliano. In questi contesti mi pongo in ascolto, senza forzare la mia personalità.

Come è cambiato il tuo suono nel tempo?
Il timbro è rimasto sostanzialmente lo stesso. Utilizzo lo stesso basso dall’ottobre 1996: un MTD 535 in korina e wengé. È lo strumento con cui ho registrato anche questo disco, e garantisce continuità sonora. È cambiata la maturità, non l’identità timbrica.

Qual è oggi il tuo setup di riferimento?
Uso il mio MTD 535 che entra in una DI REDDI A-Designs, poi diretto al banco. Effettuo anche un reamping microfonando la mia 4x10 Markbass con un Sennheiser 421. È lo stesso setup che utilizzo dal vivo, anche con Claudio Baglioni. La continuità dell’attrezzatura per me è fondamentale.

Prossimi appuntamenti dal vivo?
Quest’estate ripartiremo in tour con Claudio Baglioni per presentare la nuova versione de La Vita È Adesso, registrata nuovamente dal vivo in studio. Parallelamente continuo la promozione del disco e del libro, incontrando studenti e musicisti per condividere la mia esperienza, lo studio quotidiano e il percorso che mi ha portato fin qui.

Intervista a Mario Guarini: il valore del percorso, dentro "Enjoy The Journey"
approfondimenti bass basso basso elettrico enjoy the journey intervista interviste mario guarini music musica
Mostra commenti     0
Altro da leggere
Phil Campbell: il motore nascosto dietro il rombo dei Motörhead
Julian Lage e lo spazio tra le note | Note Sparse EP05
Maximum Volume, i sunn O))) e il drone ancestrale
Quando la concorrenza diventa "troppo brava": Fender e il ritorno delle guerre legali
Dentro il mito dell’Uni-Vibe Honey 1968: storia e ricostruzione hand made di un suono leggendario
Maurizio Rolli torna con The Bass Journal Vol.3, il volume avanzato dedicato al basso jazz
Articoli più letti
Seguici anche su:
Scrivono i lettori
Una semi-acustica home made: l’evoluzione di una chitarra unica
Never Ending Pedalboard (e relative sfumature made in Italy)
Gretsch G5220: gran muletto per i più esperti
Mini Humbucker FG Mini-H SP-1
Fattoria Mendoza Hi-Crunch: il fratello arrabbiato dell'M
Harley Benton Tube5 combo: sei bella quando strilli
Parliamo di analogico!
Sistemi digitali per cinquantenni soddisfatti
Impressioni a freddo sul Neural DSP Quad Cortex
Acquistare strumenti musicali in Gran Bretagna: come funziona il dazio...
Basi o Altezze?
M-Vave: profiling per tutti
Vintage V132: Les Paul style con un rapporto qualità-prezzo sbalordit...
Wiring Nashville su un kit Telecaster




Licenza Creative Commons - Privacy - Accordo.it Srl - P.IVA 04265970964