Intervista a Filippo Bertipaglia: la nascita di Amigdala, il primo album solista
di Francesco Sicheri [user #65794] - pubblicato il 03 marzo 2026 ore 16:33
C’è una stanza silenziosa, e dentro quel silenzio una chitarra acustica che non accompagna: racconta.
Amigdala scava tra malinconie, scarti di memoria e picchi improvvisi, intrecciando melodie e contrappunti come se fossero pensieri che si rispondono. E quando entrano riverberi, tagli, ombre elettroniche, non è trucco: è atmosfera, è la stessa emozione che cambia luce mentre si ascolta. Questo è il debutto di Filippo Bertipaglia.
Il 30 gennaio 2026 è uscito per RayDada (distribuzione EMI/Universal Music) Amigdala, il primo album solista di Filippo Bertipaglia: un lavoro strumentale che mette al centro la chitarra acustica come dispositivo narrativo, prima ancora che come strumento tecnico. Il titolo non è una scelta suggestiva, ma una dichiarazione d’intenti. Nel greco antico “amigdala” significa mandorla; in ambito neuroscientifico indica la struttura cerebrale deputata alla gestione delle emozioni primarie, alla memoria emotiva, alla paura e alla risposta di sopravvivenza. È da lì che Bertipaglia decide di partire: non da un concept estetico, ma da un nucleo emotivo preciso, quasi fisiologico.
Il disco raccoglie nove composizioni, sei già pubblicate nel corso dell’ultimo anno e tre inedite, riunite in un formato album con un’idea chiara di compattezza e sequenzialità. In un’epoca dominata dallo streaming frammentato, Bertipaglia sceglie la forma “chiusa”, il percorso coerente, l’ascolto consequenziale. Non è un’operazione nostalgica, ma una presa di posizione: le tracce, nate in momenti diversi del suo percorso umano e musicale, trovano qui una continuità narrativa fondata su un lessico riconoscibile e su una sensibilità maturata nel tempo.
Al centro c’è la chitarra acustica, suonata tanto in fingerstyle quanto con il plettro, con un approccio dichiaratamente polifonico. Il registro acuto diventa territorio espressivo privilegiato, quasi a voler forzare i limiti tradizionali della sei corde acustica, l’idea di climax melodico ascendente, di tensione che si risolve in quota, attraversa l’intero lavoro. Non si tratta di mero virtuosismo: la tecnica, per quanto evidente, resta un mezzo; la melodia è il primo elemento fondante, il cardine attorno a cui ruotano armonizzazioni talvolta non tonali, contrappunti indipendenti e scelte dinamiche calibrate.
Un album strumentale, per sua natura, espone l’autore: senza voce e testo, il peso della narrazione ricade interamente su timbro, dinamica, registro, forma, pause. Bertipaglia lo sa e costruisce i brani come piccoli racconti sonori, dove l’arrangiamento è un vestito che valorizza il contenuto ma non lo sostituisce. In questo senso, la collaborazione con Corrado Rustici si rivela determinante. Amigdala è, in definitiva, un lavoro che mette in dialogo introspezione e rigore compositivo. Le emozioni – malinconia, insoddisfazione, tensione – diventano materia musicale concreta, tradotta in linee melodiche, modulazioni, volate di legati, salti intervallari e groove costruiti anche su pulsazioni minimali del pollice. È un disco che non cerca scorciatoie, né effetti di superficie. Chiede ascolto, attenzione, e restituisce un percorso coerente, dove la sei corde acustica si fa veicolo di un pensiero musicale strutturato e consapevole.
Con Filippo Bertipaglia abbiamo parlato di scelte compositive e visione produttiva di un album che segna un passaggio importante nel suo cammino artistico.
In che modo la parola “Amigdala” è diventata la chiave per unire titolo, concept e atmosfera dell’intero album?
Amigdala è quella struttura cerebrale a forma di mandorla che più di tutte racchiude le nostre emozioni e paure. Otto brani su nove nascono da emozioni, dissapori e timori talmente forti che avendo già un brano dal titolo omonimo non potevo sfruttare l’occasione di ergerlo ad esempio e compendio del contenuto dell’intero album.
Quale criterio ha guidato la selezione definitiva delle nove composizioni, considerando che alcune erano già state pubblicate e altre erano inedite? In un’epoca dove l’ascolto mordi e fuggi impera e si ascoltano stralci di brani o si selezionano i preferiti, il fine ultimo era proprio quello di elaborare un album che racchiudesse in un unico pacchetto le mie composizioni per dar loro uno spazio condiviso e la possibilità a chi piace la mia musica di ascoltarle in maniera unitaria e consequenziale. E’ una questione di compattezza e coerenza. Per quanto riguarda la selezione dei brani un solo brano registrato è stato scartato per il disco perché ritenuto superfluo, chissà in futuro.
Come è stata costruita la coerenza narrativa tra brani nati in fasi diverse della tua vita artistica e personale?
Gli impulsi per la scrittura delle composizioni sono sempre stati gli stessi: malinconia e insoddisfazione. Inoltre da un punto di vista del linguaggio musicale, pur cercando sempre di evolvermi e migliorarmi, in un contesto solista ho maturato una certa sensibilità che ritrae esattamente la mia sensibilità. Anche ora non avrei un linguaggio molto dissimile con il quale esprimermi. Probabilmente certi pezzi sarebbero strutturati e sviluppati diversamente ma presentando le stesse atmosfere armonico-melodiche. Qual è stato il primo elemento davvero fondante nella scrittura: una melodia, un colore armonico, un ritmo, un’immagine mentale? Solitamente un’emozione forte dovuta a qualche evento piuttosto impattante nella mia esistenza, oppure una profonda riflessione su ricordi a volte distorti o immaginati, sensazioni mai comparse ma desiderate. Automaticamente, quando ho una serie di elementi informativi ed emotivi all’interno del mio cervello, iniziano a crearsi delle melodie che devo trascrivere su carta/software o registrare subito.
In un disco strumentale, quali strumenti usi per far percepire un racconto: dinamica, timbro, registro, forma, pause?
Chiaramente è l’insieme degli elementi che hai elencato che contribuisce alla creazione di un racconto e/o di un messaggio ben preciso e nitido. Ritengo altresì che se la melodia non ha una direzione ben chiara tutti gli altri elementi contano poco e si fatica a carpire l’attenzione dell’ascoltatore. Esagerando, diventa tutto fumo e poco arrosto.
Quale bilanciamento hai cercato tra virtuosismo e leggibilità del tema, soprattutto pensando a un ascolto non necessariamente chitarristico?
A parte un brano come Hybrid Headache e una breve sezione di Sultry Weather, dove ho volutamente spingere sull’acceleratore per ottenere certe immagini frenetiche, il tema melodico è l’elemento portante, il primo tassello da cui parto per comporre. L’arrangiamento è un vestito che deve servire come elemento di esaltazione ma non può essere un salvagente per prestare soccorso a un contenuto appannato.
Quando scegli il fingerstyle e quando il plettro: che cosa cambia, concretamente, nella tua idea di attacco, groove e fraseggio?
Con il fingerstyle ho più controllo dinamico e timbrico e grazie alle unghie della mano destra anche un discreto attacco. Ho la libertà totale di fare ciò che voglio in termini di polifonia: avere quattro dita (a volta cinque) a disposizione apre un mondo di possibilità e posso utilizzare un bilanciamento di pesi differenti in ognuna di esse, anche quando suonano contemporaneamente; la melodia può essere sempre sottolineata facilmente in tutte le situazioni. Il plettro invece mi assicura un attacco più clinico e compresso, ma soprattutto mi consente di lavorare con lo strumming quando ne ho voglia, non che non si possa fare con le dita della destra ma il timbro sarà diverso e anche il movimento sulle corde per forza di cose produce un groove differente; poi c’è sempre lo spettro dell’unghia che si spezza e quindi accetto volentieri il plettro! Detto questo, lavorando costantemente in maniera polifonica nella mia mente anche quando suono con il plettro l’utilizzo dell’hybrid picking è sempre dietro l’angolo.
L’album privilegia spesso registri acuti tipici dell’elettrica: quale esigenza espressiva ti porta lì, e come la gestisci su un’acustica?
Nella chitarra solista le melodie per forza di cose si trovano, nella stragrande maggioranza dei casi, sulle prime corde per stagliarsi rispetto al tappeto armonico sottostante. Il risultato è di avere poco più di un’ottava circa di note da cui attingere. Io, che amo molto il climax melodico e dinamico ascendente, trovo limitante mantenersi all’interno di un range che arriva circa al XII/XIV tasto e amo infrangere questo vincolo autoimposto da molti per suonare note sovracute che sono il naturale proseguimento di una frase. Chiaro che senza la spalla mancante non riuscirei mai a fare certi passaggi. Inoltre ho dovuto aggiungere dei tasti posticci (fino al ventiquattresimo) per portare a compimento la mia visione nell’acustica. La controindicazione è che più si procede verso l’alto lungo la tastiera più il registro delle note basse è acuto e quindi per avere un corretto bilanciamento tra basso e melodia lo stretching quasi estremo è all’ordine del giorno.
In Into Your Sweetness, quali scelte armoniche ti permettono di evocare “candore” senza scivolare nel prevedibile?
Parlando del tema principale suppongo che avere una melodia semplice e con i giusti punti di tensione e risoluzione possa essere sempre di facile codificazione in chi ascolta per la prima volta il brano. L’elemento che non è prevedibile è la armonizzazione non tonale di certe note della melodia; questo trucchetto aiuta a mantenere il cervello sempre attivo e non annoiarsi troppo facilmente. Al contempo la melodia giustifica tutto, così come il giusto movimento delle voci tra gli accordi nel momento in cui si modula aiuta a non percepire i vari cambi armonici artificiosi. Anche le varie “volate” di legati qui e lì aiutano nel non addormentarsi o “skippare” dopo pochi secondi.
Il contrappunto è una firma ricorrente: come lo progetti sulla chitarra—partendo da due voci indipendenti o trasformando una linea in risposta dell’altra?
Inizialmente compongo una melodia che il mio orecchio considera sempre la principale e poi ne scrivo un’altra che possa essere la naturale controparte della prima. L’importante è che tutte e due siano delle melodie di cui io sia pienamente convinto, con una profondità musicale.
Sultry Weather è la traccia più progressive: come hai costruito le transizioni tra sezioni in movimento continuo mantenendo una direzione chiara?
Ho seguito il flow delle idee melodiche che mi sorgevano automaticamente nella testa. Componendo il brano con un software di scrittura potevo subito capire quanto le singole sezioni fossero accostabili l’una a l’altra senza creare un effetto di copia-incolla. Nel momento in cui sento che devo passare a una nuova sezione in fase di scrittura cerco sempre di cantare un naturale proseguimento del canto precedente, una sorta di confluenza tra ciò che termina e ciò che inizia. Un passaggio di testimone.
In Sultry Weather, che ruolo ha l’elettronica e l’editing nel definire il carattere del brano, rispetto alla sola performance chitarristica?
La versione presente nel disco è stata totalmente editata e immaginata da Corrado dopo che gli ho inviato la mia registrazione casalinga. Temeva che la versione originale (più lunga e priva di alcun effetto) non potesse essere apprezzata e quindi, oltre a qualche mirata sforbiciata qui e lì, anche gli effetti vari che sono stati applicati la rendono più moderna e in qualche modo accattivante. Puoi sentire la versione originale nella versione live del video e sul mio EP che vendo durante i concerti.
In Hybrid Headache, quali aspetti dell’hybrid picking erano prioritari: ampiezza intervallare, controllo della dinamica, precisione ritmica, velocità?
Direi ampiezza intervallare e velocità. Avendo deciso di utilizzare il plettro per avere un effetto più meccanico con salti di corda di 4/5 corde a velocità medio alte non potevo far altro che aiutarmi con le dita.
Quali accorgimenti tecnici (mano destra e sinistra) rendono possibile quell’intreccio senza perdere pulizia e articolazione?
Moltissimi micro-dettagli che scopro regolarmente durante le sessioni di studio per migliorare il mio playing del pezzo in sede live. Per quanto riguarda le dita della mano sinistra è fondamentale l’economia di movimento e la giusta rotazione del polso a seconda del passaggio che stiamo affrontando. Per la destra bisogna lavorare in maniera logica tra direzione delle pennate e quale dito usare tra medio e anulare. Tutto deve essere il più economico possibile in termini di dispendio energetico e di movimento per le mani e deve aiutare a non aggiungere stress superfluo all’esecuzione e all’esecutore.
Per Mysterious Path, quali elementi hanno determinato la sensazione di “ascesa” continua: scelta delle posizioni, direzione melodica, armonia, densità?
Direzione melodica in primis. Soprattutto nella seconda sezione c’è una costante ricerca del percorso verso le note più acute, che io identifico come un grido liberatorio. Anche l’uso costante degli slide aiuta a dipingere un senso di movimento.
Night Shift nasce con chitarra elettrica ma viene registrata con acustica: quali compromessi e quali vantaggi ha portato questa trasformazione timbrica?
Nessun compromesso in realtà ma ho anzi potuto implementare il carattere dinamico del brano.
In Night Shift, come hai lavorato su delay e pulsazioni ritmiche per mantenere un feel dance senza snaturare l’identità chitarristica?
Il pollice suona costantemente note da un quarto sui bassi e assume il ruolo di pulsazione ritmica costante. Le sincopi in bicordi completano il quadro e penso che offrano uno scenario credibilmente ascrivibile alla musica dance. Il delay è settato sul classico ritardo di ottavo puntato ma ha fatto la differenza come lo ha utilizzato Corrado e la puntigliosa operazione sulle dinamiche delle singole sezioni da parte di Sabino Cannone in fase di mix. La cassa in quattro e i sedicesimi sull’hi-hat sono un’ideale corollario per sottolineare il carattere danzereccio e urbano del brano. Inserendo maggiori elementi si sarebbe rischiato di schiacciare le altre tracce dell’album in termini di arrangiamento facendoli risultare troppo scarni.
In Shout A Whisper, come hai gestito il passaggio dalla sezione più epica a quella più intima: arrangiamento, dinamica, spazi, trattamento degli effetti?
La sezione centrale è la parte sussurrata del titolo. Volevo sì creare qualcosa di differente ma senza cambiare repentinamente mondo. All’inizio ho mantenuto la stessa tonalità di G e una ritmica strumming in maniera da creare un legame con la precedente atmosfera e gradualmente l’ho trasformata allontanandomi dal mood originario. Anche la dinamica si abbassa per offrire soluzioni melodiche formalmente differenti e l’arpeggio prende il sopravvento. L’effetto d’ambiente inoltre è più intenso rispetto alla sezione iniziale.
La title track Amigdala è l’unico episodio con sovraincisioni: quale obiettivo espressivo ha richiesto il dialogo “domanda/risposta” tra chitarre? È stata un’idea di Corrado. In sede di registrazione in quella specifica frase mi ha incitato a far respirare maggiormente il brano rendendolo meno scandito e più libero. L’idea delle due chitarre rende più chiaro il dialogo e differenzia maggiormente i due pesi degli incisi che scambiano conversazioni tra di loro esaltando le loro caratteristiche tramite un uso differente degli effetti di modulazione.
Sul piano della produzione, quale è stata la regola guida per l’uso di effetti d’ambiente ed elettronica: valorizzare la chitarra o trasformarla in un elemento orchestrale dentro un paesaggio sonoro?
È stato complicato. Intingendo i brani in una vasca di effetti di modulazione e d’ambiente (così come un suono sbilanciato sulle frequenze basse) si rischiava di perdere troppi abbellimenti per strada. Quindi alla fine il suono naturale è (quasi) sempre in primo piano e dietro di esso si trova l’architettura di effetti. Quando suono o compongo a casa la chitarra è tutto il tempo unplugged e il risultato acustico deve rispecchiare esattamente il prodotto mentale di partenza anche senza aiuti vari, sono io con il suono della chitarra e la dinamica delle mie dita che devo fare musica e non gli effetti d’ambiente, non posso affidarmi a questi come una conditio sine qua non per far funzionare le mie composizioni. Detto questo non nego che certa effettistica “liquida” aiuta sicuramente a veicolare meglio il contenuto e la drammaticità del pensiero musicale e ne sono un grande fan.
E ora quali sono i progetti per il futuro? Porterai l’album dal vivo?
Certo! Stanno uscendo alcune date, che siano essi concerti o masterclass, e non vedo l’ora di farne il più possibile perché quella è la mia situazione ideale: io e la chitarra che comunichiamo ad altre persone. Ogni volta è un viaggio diverso.