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Jeff “Skunk” Baxter, dalla West Coast al Pentagono, la storia di un chitarrista fuori dagli schemi
Jeff “Skunk” Baxter, dalla West Coast al Pentagono, la storia di un chitarrista fuori dagli schemi
di [user #65794] - pubblicato il

Figura laterale ma decisiva, Jeff “Skunk” Baxter ha inciso il DNA della West Coast anni ’70 tra Steely Dan e Doobie Brothers. Session man meticoloso, cultore del dettaglio timbrico, ha attraversato decenni di studio senza mai inseguire il protagonismo, poi la deviazione inattesa: consulente al Pentagono per la gestione dei sistemi missilistici...
A pensarci bene c'è qualcosa di profondamente, atavicamente, americano nell'esistenza di Jeff "Skunk" Baxter. Un uomo che suona l'assolo (forse) più elegante del catalogo degli Steely Dan e poi, qualche anno dopo, si ritrova a consigliare il Pentagono su come abbattere missili balistici. Se ci avessero raccontato questa storia in un film, avremmo chiesto il rimborso del biglietto, eppure eccolo lì, chitarrista di professione, difensore della patria per vocazione e, in mezzo a tutto questo, uno dei più sottovalutati artigiani del rock americano degli anni Settanta.

Jeff Baxter viene al mondo il 13 dicembre 1948 a Washington D.C., che è già di per sé un dettaglio inquietante per chi conosce il finale della storia. Cresce, impara a mettere le mani sulla chitarra, e alla fine degli anni Sessanta è già dentro al giro del rock psichedelico (compare persino tra le file degli Ultimate Spinach, che è una band il cui nome vale già da solo un intero saggio sulla fantasmagorica demenza collettiva che ha caratterizzato parte di quell'epoca creativa). Ma Baxter non è il tipo che si perde in trip acidi e proclami cosmici, è un artigiano, un tizio che ama i suoni più di quanto ami le ideologie e che preferisce un buon riff a qualsiasi manifesto. 

Jeff “Skunk” Baxter, dalla West Coast al Pentagono, la storia di un chitarrista fuori dagli schemi
 
La traiettoria tipica degli anni Sessanta per uno come lui è il lavoro da session man: quella casta di musicisti invisibili e imprescindibili che entrano in studio, leggono un foglio, suonano qualcosa (di memorabile, talvolta) su dischi altrui, prendono il cachet e spariscono. È in questo ambiente che Baxter affina qualcosa che vale più di qualsiasi tecnica: il gusto e quel senso di sapere dove mettere le mani, sapere quando tacere, e sapere quando spingere.

Steely Dan e il miracolo di Rikki
Nel 1972, Baxter entra a far parte degli Steely Dan. Ora, gli Steely Dan sono una di quelle band che non andrebbe mai spiegato al proprio partner nel caso si cerchi di non farlo/a addormentare... Allo stesso tempo è quella band che un numero sconfinato di musicisti conosce a memoria in ogni dettaglio, e di motivi ce ne sono molti. Baxter suona sui primi tre album: Can't Buy a Thrill (1972), Countdown to Ecstasy (1973), Pretzel Logic (1974).



Tre dischi che - francamente - da soli valgono un'intera carriera, ma il momento che lo consacra (quello che ancora oggi si riconosce a tre note di distanza) è il e i fill su Rikki Don't Lose That Number, 1974. Baxter lì non fa il fenomeno, non c'è alcuna dimostrazione di virilità da palestra, c'è solo una voce chitarristica perfettamente calata nel brano, con quella sua miscela ibrida di rock, country e jazz-rock che nessuno a Los Angeles stava sintetizzando con la stessa naturalezza. Il problema con gli Steely Dan è che Fagen e Becker, man mano che avanzano negli anni, decidono di non voler più una band nel senso classico del termine, vogliono uno strumento, un meccanismo di precisione svizzera in cui ogni singolo elemento è rimpiazzabile con uno migliore. Baxter, che è umano e ha un carattere, lascia nel 1974, ed è la mossa giusta.



La famiglia Doobie
I Doobie Brothers del 1974 sono una band di "rock da viaggio", onesta e un po' rustica, con un sound che funziona benissimo per quello che vuol essere; quando Baxter entra nei Doobie Brothers porta con sé qualcosa che la band non sa ancora di volere: sofisticazione. Il suo primo album da membro con i Doobie è Stampede, poi arrivano Takin' It to the Streets e Livin' on the Fault Line, e la musica dei Doobie Brothers comincia lentamente a spostarsi verso qualcosa di più complesso, più funk, più adulto nel senso musicale del termine.
Ma la cosa più importante che Baxter fa con i Doobie Brothers non è - paradossalmente - suonare la chitarra. È convincerli ad assumere Michael McDonald.



Pensateci un momento. Senza Baxter, niente McDonald. Senza McDonald, niente Minute by Minute, niente blue-eyed soul, niente di quella stagione di successo commerciale massiccio che porta la band alla Rock and Roll Hall of Fame nel 2020 — dove, per inciso, anche Baxter viene incluso tra gli inductees, giusto riconoscimento per chi quella macchina aveva contribuito a costruire. L'assolo finale di How Do the Fools Survive? è uno di quei momenti in cui la chitarra smette di essere strumento e diventa conversazione. Baxter lì parla, e sa esattamente cosa sta dicendo.



Il mestiere dell'invisibile
Parallelamente alle band, Baxter è per tutti gli anni Settanta uno dei session man più richiesti della West Coast. Il giro che conta. Suona su The Hissing of Summer Lawns di Joni Mitchell, che da sola è una credenziale da far impallidire chiunque, ma suona anche su Bad Girls di Donna Summer, su dischi di Rod Stewart e Barbara Streisand; Skunk attraversa i generi come se i confini non esistessero, perché per lui non esistono: esiste solo il servizio al brano.

Ah, tra le tante cose, Skunk prende parte ad un album divenuto un'immagine a sé nel mondo di Dolly Parton e della musica a Stelle e Strisce. L'aneddoto su 9 to 5 di Dolly Parton dice tutto. Baxter si presenta in studio con una Jazzmaster del '61 (cosa non così scontata per chi era solito entrare negli studi della Regina di Nashville) e il produttore gli dice: "Fai quello che fai di solito. Fai quello che fa Skunk." In questo caso quello che fa Skunk è mettere un elemento R&B sincopato in un contesto country che non lo aveva mai sentito in maniera così importante prima, e farlo sembrare ovvio, inevitabile, esistente da sempre. Questo è il paradosso del grande session man: il suo genio sta nell'essere invisibile, e Baxter riesce a far sì che la sua chitarra sembri l'unica chitarra possibile su quel disco... e poi sparisce. Nessuno lo ringrazia sul retro di copertina. Nessuno lo intervista (al tempo). Nessuno lo vede. Ma è lì, e il disco non sarebbe lo stesso senza di lui.



Una questione di missili
E poi arrivano gli anni Ottanta, e Jeff comincia a fare una cosa bizzarra... Si mette a studiare. Nello specifico studia tecnologia missilistica, e non è uno scherzo. L'uomo che ha suonato l'assolo di Rikki Don't Lose That Number comincia a scrivere memo per il Congresso americano sulla difesa balistica. Come ci si arriva? Baxter lo ha spiegato in vari modi nel corso degli anni, ma la versione che convince di più è quella artigianale: è lo stesso approccio con cui ha sempre lavorato la chitarra. Smontare le cose, capire come funzionano, pensare alle soluzioni. Un sistema missilistico non è poi così diverso da un brano... Speriamo.

Nel 2005 viene nominato membro dell'Exploration Systems Advisory Committee della NASA, o come recita il  comunicato ufficiale: Jeff 'Skunk' Baxter, Missile Defense Analyst, Beverly Hills, California. Nel 2012 testimonia davanti alla U.S. House of Representatives come "Advisor to D.O.D. and I.C., Former Chair of the Advisory Board for Ballistic Missile Defense." ma nel mentre riemerge un'indagine del Los Angeles Times del 1999 che porta a galla che alcune sue competenze erano state "gonfiate"...

La morale di questa parabola? Anche i geni dell'artigianato a volte esagerano nel loro curriculum, e l'America è un paese in cui puoi fare entrambe le cose: suonare la chitarra e fregare il Pentagono. Il Potomac Institute for Policy Studies lo elenca come Senior Fellow, Il MIT Lincoln Laboratory lo cita tra i partecipanti a un "Director's Strategic Red Team" ed è comunque tutto vero, un po' esagerato, e americano in maniera quintessenziale.

Ritorno a casa
Nel 2022, a 73 anni, Baxter pubblica Speed of Heat,  il suo "primo vero album solista" dopo una carriera lunga mezzo secolo. Co-prodotto con CJ Vanston, ospita collaborazioni vocali varie e persino una cover di My Old School, il brano degli Steely Dan, che in questo caso decide di cantare lui stesso in un'esecuzioni a tratti commuovente: l'uomo che aveva costruito la canzone torna a cantarla cinquant'anni dopo, come a chiudere un cerchio.

Nel 2024 esce Speed of Heat (Storytellers Edition), con tracce di commento e contestualizzazione, ma nel frattempo Skunk riceve l'AFS Hedy Lamarr Unsung Heroes in Science & Technology Award. Si tratta di un riconoscimento intitolato alla donna che inventò il frequency hopping e che era anche un'attrice di Hollywood, il che rende l'intera faccenda perfettamente coerente con la logica baxteriana del tenere insieme mondi che non dovrebbero stare insieme per alcun motivo.



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di Repsol [user #30201]
commento del 07/04/2026 ore 08:33:30
Bellissimo articolo!
Un musicista al servizio della musica con una strumentazione al servizio del musicista.
Quasi tutte le sue chitarre sono profondamente modificate, gli ampli sono pesantemente modificati, il tutto per far si che lo strumento possa far esprimere le proprie idee musicali.
Rispondi
di Oliver [user #910]
commento del 08/04/2026 ore 20:13:51
Il suo solo su Hot Stuff di Donna Summer è qualcosa di incredibile (e la ritmica pure).
Un suono... orrendo, ma che ci sta a pennello, una scala pazzesca mai sentita in un disco pop... un unico take. Perfetto. Inconfondibile. Memorabile.
E in un'altra occasione lo stesso uomo, alla richiesta di Quincy Jones "ascolta questo pezzo, dimmi cosa ci suoneresti" (roba di Michael Jackson, mica pizza e fichi), risponde: "Niente. E' perfetto così". E, giustamente, viene pagato.
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di MAURIZIO [user #49375]
commento del 11/04/2026 ore 13:17:46
Volevo citare io il solo di Hot Stuff. Lo imparai anni fa sputando sudore e sangue, senza conoscerne l'autore. È semplicemente stupendo.
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