C'è un basso che si chiama Arturo. Non è in vendita, non è in vetrina, forse non è nemmeno più suonabile, ma è da lì che comincia tutto. Giuseppe Orlando lo costruisce con le sue mani in un tempo in cui costruire qualcosa era ancora il modo più naturale per capire come funzionava. Cresciuto nella bottega di un orologiaio, impara presto che gli oggetti parlano se sai ascoltarli, che ogni meccanismo ha una logica e che quella logica, una volta capita, diventa tua.

Catania negli anni Novanta è una città che ribolle. Non è la cartolina barocca che si vende ai turisti, è una scena musicale improbabile e feroce, che i giornalisti del tempo battezzano «la Seattle d'Italia» con una formula che ha fatto sorridere molti, ma che si è poi dimostrata estremamente vera. Francesco Virlinzi è il mentore della scena locale, e la sua amicizia con Michael Stipe dei R.E.M. fa quasi da introduzione al rock statunitense del periodo per la città stessa.
In quel momento a Catania succedono cose che, anche a distanza di anni, hanno poco senso. I Fugazi vengono a suonare e il loro cachet finanzia parzialmente la stampa di Lapilli, una compilation musicale di genere noise rock pubblicata nel 1995, prodotta dall'etichetta indipendente Indigena Records guidata da Agostino Tilotta e Giovanna Cacciola (membri di band come Uzeda e Bellini); Ian Burgess, amico di Tilotta e maestro di Steve Albini, registra un album con i Turn (dei quali Orlando era il bassista) perché è in vacanza a Catania; Lee Ranaldo, con i Sonic Youth, passa da Catania nel 2002 per uno show rimasto nella memoria di chiunque nel nosto paese... Insomma, il mondo rock, soprattutto indie rock, per una manciata di anni, sembra stranamente piccolo e Catania stranamente al centro.
In questo clima Giuseppe Orlando cresce musicalmente, suona il basso, frequenta le band, tocca con mano l'idea che fare musica (farlo davvero musica, con una propria identità) sia una cosa possibile. E insieme matura un'altra consapevolezza: che gli strumenti con cui quella musica viene suonata non sono neutri, che il suono ha una materia, e quella materia si può plasmare.
L'incontro con , figura mitologica della liuteria italiana e padre del leggendario The Mojo, segna la svolta. È lui che diventa mentore silenzioso, che mostra la strada senza imporla, che porta Orlando in una discarica militare dove, tra la vegetazione e i rifiuti industriali, trovano circa 450 valvole RCA del 1949. Piccoli doppietriodi perfetti, destinati a raccogliere polvere... Orlando li mette in tasca e comincia a sentire che c'è qualcosa da fare. A questo proposito, è consigliata la lettura di , tratto dalle pagine di Nashville (antesignana di accordo.it) del 1994, nel quale è lo stesso Pistolesi a raccontare il suo The Mojo.

Il Brilliance Unit è il primo passo: un microamplificatore sperimentale, uno studio, un modo per imparare a orecchio quello che nessun libro avrebbe potuto insegnargli nel modo giusto. Poi arriva il . Il nome non è casuale, perché c'è qualcosa di mostruoso e magnifico in questo amplificatore a valvole che nasce dall'incrocio di un Fender Deluxe e un Fender Bassman degli anni Cinquanta, con un preamplificatore a pentodo 6SJ7 che spinge le armoniche oltre quello a cui si è abituati. Questo amplificatore po' esse fero e po' esse piuma, può essere morbido come un pomeriggio d'estate e violento come niente altro.
Orlando lo costruisce con una griglia che lascia le valvole in vista, perché negli anni in cui tutti inseguono i transistor e le chitarre votate all'heavy metal, lui vuole che si vedano, e che quelle valvole siano quasi una dichiarazione di principio. Un giorno, su un palco di Catania, Lee Ranaldo sente il Moby Dick, lo prova e rimane colpito, qualche mese dopo scrive: "mandamelo a New York". Orlando lo impacchetta, lo spedisce oltre oceano, e aspetta, poi arriva il bonifico. L'amplificatore è rimasto nelle mani di Lee Ranaldo.

Da allora il catalogo cresce lentamente, con la logica di chi non ha fretta ma ha le idee chiare. Il in tre versioni, per chi vuole più potenza e più spinta; l', pensato per il musicista moderno che suona in appartamento con molti pedali e vuole sentire, anche a basso volume, qualcosa che assomigli al palco. Sul fronte degli effetti arrivano il Soul Drive (un Tube Screamer rivisto con componenti vintage, più aperto, meno "artefatto"), e il GiZi Box, un fuzz costruito attorno a un circuito misterioso trovato in un pedale anonimo portato da un cliente, con dentro dei transistor al germanio NPN degli anni Sessanta che Orlando aveva messo da parte senza sapere ancora perché. Il pedale innesca un noise gate automatico che lui stesso non sa spiegare del tutto. «Sarà il bias del transistor», dice Orlando... Chi può dirlo, ma siccome gli piace, lo lascia così.
Ogni prodotto nasce da questo stesso principio: c'è del materiale bello, materiale che suona, e da lì si costruisce qualcosa, una filosofia che non ammette troppe scorciatoie né economie di scala, e che coesiste con una scelta precisa: non smettere mai di fare riparazioni. «Con le riparazioni vedo cosa c'è in giro, dove sbagliano gli altri». È da lì, dal contatto continuo con gli strumenti altrui, che nascono i dettagli che secondo Giuseppe distinguono un prodotto Orlando da tutto il resto. Arturo, il primo basso, è ancora da qualche parte. Il resto è finito a New York, in Inghilterra, e chissà in quale altro luogo del mondo, nelle mani di chi cerca qualcosa che altri non fanno più.
La visione completa dell'intervista a è altamente consigliata.
|