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Fingerstyle italiano d'oltreoceano. Peppino D'Agostino
di [user #10] - pubblicato il

Cari amici vicini e lontani :-), eccoci con una nuova intervista ad un chitarrista dalla grande personalità. Questa volta siamo andati in America, per incontrare Peppino D'Agostino e parlare con lui di musica, chitarre, e sentimenti. Per quei pochi che non lo conoscono ancora, Peppino D'Agostino è uno dei nomi di rilievo mondiale del finger-style, una tecnica chitarristica che, come abbiamo già potuto vedere, sebbene ancora emergente in Italia, mostra già grandi segni di maturità, soprattutto grazie ai tanti chitarristi nostrani che l'hanno adottata di recente e definitivamente.

Inoltre, Peppino D'Agostino - come Paolo Giordano e Antonio Forcione - fa parte di quel bel manipolo di finger-stylist italiani, universalmente riconosciuti come i migliori e più estrosi al mondo.

L'ho quindi raggiunto in America, nella sua casa adottiva, per chiedergli come si vive da finger-stylist al di là dell'oceano. Le domande che gli ho fatto cercano di trovare risposta ai tanti interrogativi che su Accordo ci poniamo da tempo, riguardo musica, passione, chitarre, vintage...

Allora, Peppino, prima di tutto ti ringrazio per aver accettato di farti intervistare per Accordo.it; per cominciare, faccio anche a te la stessa domanda che ho già fatto ad un altro tuo collega italiano, ospite tempo fa di queste pagine: cosa si prova a sentirsi generalmente indicato come uno dei migliori chitarristi al mondo? Responsabilità, piacere, imbarazzo?

Ti ringrazio per il tuo complimento! Mi sento fortunato di potere esprimere i miei sentimenti attraverso la musica e di essere in grado di sostenere me stesso e la mia famiglia con la mia professione. Ho profondo rispetto e riconoscenza per il mio pubblico che mi ha sempre dimostrato simpatia ed incoraggiamento. La responsabilità che io sento verso questo pubblico mi sprona a continuare a studiare nuove cose ed a raffinare la mia intuizione musicale allo scopo di proporre una musica sincera, toccante e stimolante.

La tua storia personale sembra avere un andante antico ed avventuroso, quello di una persona che si allontana da ciò che ha per andare in cerca di qualcosa che non ha, che sogna, e che vorrebbe conquistare. In questo lungo cammino che hai percorso, quali erano i tuoi scopi iniziali? Da cosa venivi maggiormente spinto? Che spazi cercavi? Se hai mai perso qualcosa lungo la tua strada, cosa ti è dispiaciuto maggiormente perdere? Ed anche, cosa ti ha fatto maggiormente piacere trovare?

Quello che mi ha mosso a spostarmi è stato il desiderio di confrontarmi con una realtà diversa. In Italia negli anni '80 gli spazi per esibirmi erano molto limitati e non mi consentivano di esporre questo mio stile in maniera efficace. Non è stato facile da un punto emotivo lasciare persone care e luoghi familiari e quello che mi sostenuto e dato la carica necessaria per superare i momenti di solitudine è stato il supporto di persone amiche in Italia e USA, lettere da casa e l'incontro con mia moglie Donna. Non avevo scopi iniziali ma solo il desiderio di suonare per me stesso e la gente. Ho avuto la fortuna di incontrare persone nel settore che mi hanno aiutato ad esporre le mie idee musicali ad un pubblico sempre più vasto. Sono contento di essermi trasferito qui in America perché posso vivere della mia musica ed anche perché ho incontrato musicisti aperti a dividere le loro conoscenze, i loro contatti ed esperienze musicali. Quello che penso di avere perso è il vivere quotidiano in Italia, l'arte ed i monumenti che sono presenti dovunque, l'impossibilità di essere giorno per giorno vicino alle persone più importanti nella mia vita. Per questi motivi cerco di venire in Italia il più possibile e tenermi in contatto telefonicamente e con Internet.

Credi che oggi l'Italia sarebbe in grado di darti quegli spazi che allora non c'erano e che non avevi? In pratica, noti che in questi ultimi venti anni in Italia si siano create nicchie di ascolto, e quindi, esigenze musicali diverse? Oppure secondo te è proprio vero che la cultura musicale italiana è ormai statica da tanti anni, sia per la produzione che per la distribuzione?

Quando ho suonato l'ultima volta in Italia (Febbraio 2003) con Stef Burns della Vasco Rossi Band abbiamo avuto un grande successo di pubblico nel Nord Italia. Quando sono in tour da solo ho senz'altro molto più successo di quanto non ne avessi vent'anni fa! Credo che questo sia dovuto anche al fatto di avere fatto dei dischi e tournée all'estero, soprattutto in America. Non conosco la realtà Italiana di adesso in dettaglio, però mi dispiace dirti che miei amici musicisti italiani qualche volta si lamentano della mancanza di strutture musicali appropriate e riscontrano una indifferenza generale per generi di ascolto alternativi. Negli ultimi anni ho osservato che si vendono meno CD nei negozi e più CD da artisti che si esibiscono dal vivo. La gente è più oculata nello spendere e vuole investire i propri soldi solo dopo avere ascoltato l'artista dal vivo (... e sono d'accordissimo).

E invece, negli USA, come viene vissuto, musicalmente e culturalmente, il rapporto con la chitarra acustica, che è comunque uno strumento molto più esigente ed intimo di una chitarra elettrica?

La chitarra acustica ha una storia lunga e di successo quì in America. Pensa ad artisti come Bob Dylan, CSNY, John Denver, James Taylor o la Dave Matthews Band, con vendite di milioni e milioni di dischi... Il pubblico americano in generale ha ascoltato la sei corde acustica per decenni. Per questo motivo io penso che in USA ci sia un'apertura mentale maggiore per artisti che come me suonano un genere più specializzato e strumentale.

Hai giustamente citato James Taylor, uno dei veri antesignani del finger-style. Leo Kottke, con James Taylor, hanno forse fatto la fortuna mondiale delle chitarre che hanno suonato, le Olson, ad esempio, strumenti sicuramente di ottima fattura, ma che forse, senza testimonial così affermati, avrebbero faticato maggiormente ad affermarsi. A tuo parere, quindi, il destino dei bravi liutai - anche non americani - è necessariamente legato a doppio filo all'endorsing da parte di chitarristi affermati? In pratica, quanto pesa la pubblicità sulla qualità e sul successo delle chitarre acustiche e degli strumenti musicali in genere?

Il panorama è variopinto... Ci sono dei bravissimi liutai completamente sconosciuti che meriterebbero l'attenzione di un pubblico più vasto. Esistono ditte "famose" pubblicizzate, da artisti conosciuti, ma che producono strumenti mediocri. Esistono ditte che sono conosciute per la produzione di chitarre rivolte al mercato medio ma che sono in grado di costruire strumenti altamente pregiati a prezzi modici. La pubblicità e gli endorsers hanno un ruolo decisivo per quanto riguarda il successo di una ditta che produce chitarre. Detto ciò, l'acquirente non deve farsi ingannare dalle apparenze e dovrebbe sempre basare la propria decisione ascoltando il suono e osservando attentamente la rifinitura e la qualità dello strumento.

E invece, che pensi del fenomeno del vintage e dei suoi costi difficilmente giustificabili sulla base del rapporto che nasce, in genere, tra uno strumentista ed il suo strumento?

Ho sempre acquistato chitarre nuove e quindi non sono molto informato sul mercato vintage. L'unica cosa che posso dirti è che qualche anno fa, in un negozio californiano, ho visto una chitarra in vendita per 120.000 dollari. La mia prima reazione è stata di sbigottimento... Ritengo che certi strumenti raggiungano queste cifre proibitive non per la reale qualità sonora, ma per motivi di compravendita o di collezionismo. Detto ciò sono anche convinto che ci siano delle meravigliose chitarre vintage, ed aggiungo che se qualcuno ha le risorse economiche per permettersi di acquistare uno strumento del genere, buon per lui!

Come professionista già affermato, come effettui la scelta delle tue chitarre acustiche, ad esempio per le situazioni in studio e quelle live?

Suono e registro i miei CD da vari anni usando le chitarre Seagull. Recentemente la Seagull ha costruito uno strumento dietro le mie direttive, che è possibile acquistare anche in Italia.

Ma quanto conta la qualità oggettiva di una chitarra per un chitarrista come te? A tuo parere, è vero che se un chitarrista è bravo sia tecnicamente che musicalmente, riesce a tirare fuori ottime sonorità da qualsiasi chitarra suoni?

Un'ottima chitarra nelle mani di un ottimo chitarrista è la cosa migliore...

Qual è il tuo set up preferito, in termini di corde, o accordature, sia in studio che live?

In studio come dal vivo adopero corde Elixir Nanoweb Medium ed utilizzo circa 20 accordature aperte ma anche accordature standard.

E in termini compositivi, come scegli il tipo di accordatura? Intuitivamente, in base alle esigenze del brano, al tuo stato d'animo, o in base a un ragionamento specifico?

Penso di essere un chitarrista intuitivo che si serve della logica, del ragionamento e della conoscenza armonica. A volte ho scelto un'accordatura specifica in relazione al tipo di brano che avevo in mente di comporre ed altre a volte la scelta dell'accordatura è stata puramente casuale.

A tuo parere, in rapporto all'accordatura standard, quelle aperte e alternative possono aiutare a trovare percorsi compositivi diversi e nuovi, oppure tutto dipende sempre dal musicista?

Ci sono dei chitarristi meravigliosi che hanno sempre solo usato l'accordatura standard perché ne hanno una conoscenza approfondita e riescono a trarne il meglio da essa. Le accordature aperte ci permettono di sostenere certe note più a lungo e ci sfidano anche a scoprire nuovi accordi e rivolti che sarebbe impossibile ottenere usando l'accordatura standard. Noi musicisti dobbiamo tenerci informati, restare curiosi e sempre pronti a fare scelte che a prima vista potrebbero risultare astruse. Utilizzare qualsiasi mezzo a mia disposizione, anche quindi le accordature aperte, per raggiungere i miei obiettivi musicali è davvero essenziale.

Cominciando a parlare di tecnica chitarristica, come definiresti quella che tu hai sviluppato e che utilizzi nei tuoi brani? Quanto c'è di sperimentazione personale? A chi ti sei maggiormente ispirato, o a quale genere musicale?

Per quanto riguarda la mano destra io suono utilizzando una tecnica simile a quella della chitarra classica. L'angolazione delle dita della mia mano destra è solo leggermente più obliqua rispetto alle corde se paragonata all'impostazione voluta nella chitarra classica. La mia mano sinistra è senz'altro differente dagli stilemi classici. A volte ad esempio io uso il mio pollice attorno al manico per creare accordi, cosa questa senz'altro proibita nei Conservatori! Un altro esempio di tecnica personale può risultare apparente ascoltando i miei brani "Desert Flower" o "Why Not", in cui io adopero essenzialmente la mano sinistra per creare accordi, melodia e bassi ed utilizzando la mano destra solo per creare delle percussioni sulla cassa armonica. La creazione di qualcosa di "nuovo" a mio avviso è sempre molto relativa. Io credo che le idee non siano mai completamente "nuove"... Io ho assorbito molto da artisti come Chet Atkins, Leo Kottke, Baden Powell, Luiz Bonfà, John McLaughlin, Rafael Rabello per nominarne solo alcuni! Poi con l'esperienza e lo studio si riescono a filtrare tutte queste esperienze d'ascolto ed attraverso la propria intuizione si cerca di creare (con un po' di fortuna) un proprio stile personale.

Però tu sai anche essere un grande virtuoso, al momento giusto. Negli stili e nei chitarristi più moderni, anche non acustici, oggi troviamo molti più virtuosismi e molti più virtuosi che in passato. Per quanto riguarda la tua tecnica e la tua espressiva, quanto contano per te i virtuosismi e che ruolo hanno? E soprattutto, ad un tuo allievo, consiglieresti di essere "virtuoso" a tutti i costi?

Il virtuosismo fine a se stesso per me non ha nessun rilievo e mi annoia. Una tecnica raffinata al servizio della musica mi esalta e mi appassiona. John McLaughlin, Paco De Lucia, Charlie Parker, Joe Pass, Oscar Peterson ad esempio, sono virtuosi che creano vera musica... Ai miei allievi cerco di spiegare che la musica vera dovrebbe contemporaneamente toccare il cuore ed eccitare la mente. C'è troppa musica oggigiorno senza cuore oppure senza nessuna struttura logica ed interessante.

Hai citato Oscar Peterson, un non chitarrista... In termini di nuovi spunti compositivi e tecnici, cosa pensi invece della tecnica della "trascrizione trasversale"? Trascrivi mai per chitarra passaggi musicali fatta con strumenti diversi dalla chitarra? Che uso ne fai e quanto può arricchire secondo te il bagaglio di un chitarrista acustico, soprattutto in relazione alle accordature aperte ed alternate?

Riprodurre un assolo di sax, di pianoforte o di oboe sulla chitarra può essere davvero stimolante ed aprire nuovi orizzonti, perché ci si trova a dovere fare delle scelte per quanto riguarda le diteggiature, gli accordi e le linee di basso. Ricordo di avere arrangiato anni fa un brano scritto originalmente per orchestra intitolato "Ponteio" del compositore brasiliano Edu Lobo. Non ti dico la fatica, ma anche la gioia che ne ho ricavato a risultato ottenuto... Nel mio libro per accordature aperte "New Acoustic Guitar" (pubblicato dalla Warner Brothers e dalla Carish in Italia) insieme a dei brani da me composti, ho anche trascritto in musica il "Rondò alla Turca" di Mozart, in accordatura DADGAD. I chitarristi dovrebbero cimentarsi spesso nell'arrangiamento di brani scritti per orchestra od altri strumenti poiché si imparerà molto nel tentativo di ricreare sul nostro strumento la polifonia e l'intricata complessità di un vasto organico.

Attualmente, sei più impegnato in studio o in tour dal vivo? Stai incidendo qualcosa di nuovo?

A Novembre sarò in tour in Europa con un'orchestra di 8 chitarristi che si chiama World Guitar Ensemble, con una sola data in Italia a Merano. Tutte le notizie sono sul mio sito. Nel 2004/5 sarò di nuovo in tournee con il chitarrista della Vasco Rossi Band, Stef Burns in Italia e USA. In più faro diverse tournée da solo e con altri musicisti. Per quanto riguarda la mia attività in studio, ho in mente 3 CD nuovi e completamente diversi tra loro. Molto probabilmente alcuni di loro usciranno di nuovo con la Favored Nations Acoustic.

E invece, parlando di musica come messaggio, quale ascolti con più piacere e quale pensi possa ispirarti di più? Hai dei tuoi personali "guitar heroes" attualmente fra i chitarristi emergenti? E quali trovi più comunicativi, soprattutto all'interno del finger-style?

Da un punto di vista strumentale io adoro le composizioni del Maestro Ennio Morricone. Per quanto riguarda parole e musica, mi è piaciuto molto l'ultimo CD del compianto Giorgio Gaber intitolato "Io non mi sento Italiano". Le canzoni in questo CD hanno davvero un messaggio universale e mi hanno toccato profondamente. I miei "Guitar Heroes" appartengono a generazioni che precedono la mia e senz'altro posso farti qualche nome: John McLaughlin, Jeff Beck, George Benson, Rafael Rabello, Paco De Lucia, Luiz Bonfà, John Williams, Julia Bream, John Renbourn, Duck Baker, Leo Kottke, Doc Watson, Chet Atkins e Jerry Reed. Fra i chitarristi odierni ho molto rispetto per Stef Burns, David Tanenbaum, Pat Metheny, Alan Holdsworth ed all'interno del finger-style mi piacciono Tim Sparks, Roland Dyens, Tommy Emmanuel, Peter Finger e Tony McManus. Fra gli Italiani (finger-stylists e non) vorrei nominare Carlo Marchione, Beppe Gambetta, Franco Morone, Paolo Giordano e Corrado Rustici.

In riferimento al rapporto tra musica e comunicazione, sul nostro sito, di recente Gigi Cifarelli ha parlato della musica come un vero e proprio "atto comunicativo", un linguaggio completo. Se tu dovessi considerare la tua produzione musicale e la tua vita da chitarrista sotto quest'ottica, a quale atto comunicativo penseresti di essere più facilmente associabile? Qual è il rapporto comunicativo che attui con la tua musica e che vorresti attuare con il pubblico che ti segue, sopratutto dal vivo?

Le parole per me molto spesso sono fuorvianti e i nostri discorsi a volte tendono a imporre le nostre convinzioni su altre persone... La musica non vuol convincere nessuno di niente e dovrebbe essere semplicemente diretta al cuore ed all'intelletto di chi sta eseguendola e di chi sta ascoltandola.

Ed in questo tuo modo di comunicare, quanto conta la parte più emotiva (ovvero, diciamo quella "legata all'improvvisazione") e quanto invece affidi allo studio, all'applicazione e quindi alla ricerca di nuovi percorsi comunicativi?

Io credo nell'importanza dell'improvvisazione e anche dell'approccio "classico". Sono due mondi diversi ma interagibili. Infatti ritengo che riuscire a conquistare tutte e due questi mondi è un obiettivo forse irraggiungibile ma affascinante... Improvvisare uno standard o suonare Bach mi danno emozioni diverse ma egualmente soddisfacenti.

Se la musica è comunicazione, e se è vero che il mercato musicale è oggi è in crisi, secondo te cosa le manca oggi per essere ascoltata in passato? È solo un problema di vendite, o anche di contenuti?

La gente oggi compra se ha la possibilità di ascoltare musica dal vivo e se l'artista li convince della sua qualità ed autenticità. Io credo che i veri Musicisti ed Artisti non avranno grossi problemi durante questa crisi di mercato. La musica di plastica, falsa, concepita solo come fenomeno di costume, formulata in anticipo da discografici inetti, copiata alla "belle e meglio" da ignoranti e propinata continuamente per ipnotizzare la gente all'acquisto alla lunga è destinata al fallimento, e la storia ce lo insegna!

E la cosiddetta "pirateria", che ruolo ha, a tuo parere? Come musicista, ti senti danneggiato dalle "copie pirata" dei CD?

Da giovane ho fatto delle copie di vinili in cassetta per farli ascoltare ad amici miei o per avere la possibilità di godermi certi dischi in macchina. Non ho quindi il diritto o l'audacia di accusare nessuno. Oggi comunque alla luce della mia esperienza mi guardo bene dal fare copie di musiche altrui perché so che questo potrebbe causare dei danni economici ai miei colleghi.

Facendo un piccolo tentativo di divinazione, a tuo parere, come evolverà questa crisi? E soprattutto, avresti qualche consiglio da dare ai chi produce musica per uscire da questa crisi?

L'industria discografica deve evolversi altrimenti è destinata al fallimento. Questi discografici non devono avere paura di rischiare la poltrona per timore di fare delle scelte azzardate. Attraverso i secoli tutte le correnti musicali di rottura sono state sempre inizialmente criticate, temute ed a volte brutalmente eradicate. Chi crea qualcosa di veramente nuovo è sempre visto con sospetto e quasi mai incoraggiato. I discografici che hanno una visione musicale vasta ed un'intuizione profonda sono davvero pochi ed ancora meno sono quelli che riescono a trovare quella "perla musicale" nascosta tra la spazzatura.

E ai giovani che invece vogliono entrare "da professionisti" nel mondo della musica, cosa ti senti di dire?

Ai giovani musicisti vorrei dare questi consigli: studiate molto e di tutto, non concentratevi su un genere specifico, trascrivete musica anche di altri strumenti, suonate con altri strumentisti, esercitatevi con il metronomo, non fatevi scoraggiare da persone negative, bussate a molte porte e qualcuna si aprirà, aiutate altri musicisti e non siate egoisti, la tecnica è importante ma non è il fine ultimo, è solo un mezzo per potersi esprimere; non passate tutta la vita a studiare scale, ma vivete la vostra vita così da potere esprimere attraverso la Musica qualcosa di vero e personale. La cosa più importante e di fare un passo alla volta verso grandi sogni! M

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