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Moreno D’Onofrio: the delicate sound of jazz
di [user #12638] - pubblicato il

“Il jazz è un mezzo di espressione come tanti altri - Così esordisce Moreno D’Onofrio, chitarrista jazz torinese, quasi schermendosi se gli si chiede perché abbia scelto questa musica – ognuno deve trovare la propria dimensione e questo vale per qualsiasi forma di comunicazione”. D’Onofrio è un chitarrista all’apice della sua maturità artistica, ma pensa ancora che sia tutto da scoprire. “Le arti sono interconnesse, ma non siamo noi a stabilire che cosa fare – continua -. È la musica che ti sceglie e solo alla fine capisci che non hai deciso tu”.

Parlando con lui si ha la sensazione di stare vicino ad un vero maestro, ma se si prova a parlare di cose tecniche ti risponde: “Quando suono penso solo alle sensazioni che devo esprimere. Il mio modo di suonare non è basato su scale, accordi e sistema tonale, ma nasce da un’idea melodica, da cui scaturisce poi la parte armonica –. Sì, ti viene da dire, ma come si fa? – Per me è importante soprattutto il suono che ottengo, il mio suono. Ci sono musicisti preparatissimi che però non hanno un suono personale, che appartenga loro profondamente. In fondo quello che fai armonicamente e melodicamente è solo una conseguenza”. Intanto le sue mani percorrono sentieri inediti e talmente impervi che anche conoscendo a fondo la tastiera è difficile raccapezzarsi e allora capisci che devi solo ascoltare. “Il mio suono lo vedo come un prolungamento del suono acustico originario della chitarra – chiarisce -. Lo posso plasmare utilizzando il tocco e il volume e questo mi porta a fare cose differenti di volta in volta: sui cantini prediligo una risposta più elettrica, mentre le corde medie e basse devono avere una sonorità più acustica. Poi coloro il tutto per ottenere ora un fiato (mi piace molto il flicorno) ora una chitarra acustica, soprattutto nell’accompagnamento, dove voglio che si senta l’attacco della corda. Comunque non penso necessariamente in modo chitarristico, ma mi ispiro anche ad altri strumenti come appunto i fiati o il pianoforte”.















D’Onofrio non si rifugia nella tecnica e nella conoscenza teorica e per questo può spiazzare un po’ chi ha un approccio più classico. “Uno strumento polifonico come la chitarra – aggiunge –, si può utilizzare come una big band, non solo perché le voci suonate ricalcano per esempio una sezione di fiati, ma perché puoi riprodurre intere parti d’orchestra, anche nell’intenzione ritmica e percussiva”.

E per quanto riguarda l’interpretazione di un brano? “Mi affascina un frammento – dice – è come quando si osserva un quadro e una porzione di esso ti attira, allora mi concentro su quello e inizio da lì. Non trascrivo mai le parti, non voglio affezionarmi troppo alle cose, devo restare libero di non essere troppo sicuro, senza cristallizzarmi, perché questo limiterebbe la ricerca. Ogni piccola parte di un pezzo la sfrutto a mio piacimento, questo per me è il jazz”.

Rivelazioni e piccoli segni, grande mestiere ed intimo dialogo con lo strumento. Ma dove sta andando la musica, che cos’è oggi questo jazz, che significato ha? “Non è una moda – dichiara per spazzare subito via ogni tentazione intellettualchic –, è l’eleganza dei suoni e le cose eleganti non passano mai. Per la massa la musica è un fatto di consumo, per me deve essere qualità”. E gli standard? Oggi ha ancora senso suonarli? “Sarebbe come dire che i grandi compositori come Bach, Beethoven, Mozart, o Vivaldi siano da buttar via. Per me più vai avanti e più devi guardare indietro: Louis Armstrong allora diventa uno dei più moderni e oggi più che mai lo puoi vedere in senso attuale, ma anche Porter e altri classici, poi sei tu che li personalizzi e li fai tuoi. L’originalità non è inventare cose nuove, non c’è più nulla di veramente nuovo, tranne l’individuo”. Una filosofia spicciola ed efficace, di chi è abituato a non perdere tempo, perché il tempo deve essere usato per scoprire sempre più a fondo il mondo del proprio strumento. A proposito. “Uso un’archtop di liuteria che ha avuto una lunga serie di vicissitudini che l’hanno modificata strada facendo – conclude -. È tutta in acero massello, molto spesso e pesante, e ho aggiunto un’anima ad unire tavola armonica e fondo. In passato ho avuto dei grandi classici come le 175 e la Telecaster”. Effetti? “Di solito entro direttamente nell’amplificatore, tutto ciò che sta in mezzo altera la purezza del suono".

 

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