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Appunisce a parlesia?
di [user #17844] - pubblicato il

C'è stato un tempo in cui i musicisti, anzi, i musicanti, erano una sorta di popolazione nomade, considerati gente di cui diffidare, pericolosi, alla stregua di zingari e malavitosi e che, effettivamente, possedevano spesso peculiarità tipiche dei più bassi strati della società. Non stiamo parlando dei musicisti di corte, dei compositori che frequentavano i migliori salotti nobili e borghesi sfoggiando la propria arte, frutto di anni di studi accademici, bensì dei piccoli orchestranti, musicisti di strada, autodidatti da osteria, i maestri della "pusteggia" insomma.
Sì perché, parallelamente alla storia della musica colta, veniva scritta un'altra storia che non vanta nessun nome famoso, snobbata dai libri di storia ma mai sottovalutata o dimenticata dagli addetti ai lavori, quella del musicista lavoratore, che suonava quando e dove la situazione lo permetteva, viveva alla giornata e, nel suo precariato, contava sull'unico appoggio dei suoi colleghi sparsi per l'Italia. Forse, parlando di questo genere di musicista, la mente corre subito alle case di tolleranza di New Orleans, a quei pianisti da intrattenimento e le piccole orchestre di neri, presi dalla strada e piazzati su un palco tra un arresto e una rissa, ma la nostra storia ha luogo molti anni prima e nella nostra terra. I protagonisti sono i precursori bianchi di quei musicisti che, come loro, formavano un enorme club privato senza tessere nè presidenti, solo fratelli che si sostengono a vicenda. Ma come identificare questi soci? Chiaro: una lingua, anzi, uno slang, un gergo grazie al quale poter parlare indisturbati, riconoscersi, scambiarsi preziose informazioni e dritte senza essere capiti da chi non fa parte di questo circolo, della massoneria dei poveri. E quale gergo sarebbe stato il più adatto per accomunare un popolo di spiantati, senzatetto, volgari maestri di musica, per lo più meridionali (dove la precarietà dei musicisti era particolarmente sentita) e raccomandabili quanto un camorrista? Beh, ovvio, il gergo usato dalla maggior parte dei banditi del sud Italia: la Parlesia.

Appunisce a parlesia?

La Parlesia è essenzialmente una versione riveduta e corretta, semplificata se vogliamo, del dialetto napoletano, dove alcuni termini affondano radici antiche mentre altri sono totalmente inventati. Siccome l'utilizzo di questo codice era limitato solitamente a conversazioni riguardanti soldi, musica e donne il vocabolario era piuttosto limitato, con pochi sostantivi, pochissimi verbi, e la ridondante desinenza "esia", con la quale è piuttosto facile tradurre molte parole senza incorrere in particolari errori: la stessa parola "parlesia" non è altro che la traduzione di parlata, inteso come "lingua", con la solita desinenza, parl-esia. Per rendere le cose ancora più elementari i verbi essenziali sono solo due, appunire (appunì) e spunire (spunì), che non hanno una traduzione in italiano, ma basti sapere che il primo ha una generica accezione positiva, il secondo negativa, tutto qua. Senza dilungarmi troppo preferisco farvi un esempio pratico che chiarirà la cosa.

In un episodio del libro "Usciti in fantasia" (che consiglio caldamente, un bellissimo spaccato di realtà d'altri tempi), ma non solo, Luciano De Crescenzo inserisce uno splendido dialogo in parlesia tra due vecchi amici musicisti, si tratta di un ricordo della sua infanzia: i due erano, nell'immaginario del piccolo Luciano, a causa di alcune fantasiose storie raccontategli da suo zio, due ex gangsters americani, strettissimi collaboratori di Al Capone, e la strana lingua che usavano gettava ancor più ombra sul loro passato ("le altre famiglie avevano la tv, noi avevamo zio Luigi"). Vi riporto qui di seguito testo e traduzione:

- "Appunisce 'a chiarenza? (Vuoi un whiskey?)"
- "No, tengo 'a fegatesia addovà. E tu che stai appunendo? (No, ho il fegato a pezzi. E tu come stai?)"
- "Uhm"
- "Appunisce quacche jamma? (Hai qualche donna?)"
- "Nu spunì bacarie: si nunn' appunisco a me, comm' vuo' ca m'appunisco 'na jamma? (Non dire sciocchezze: se non riesco a mantenere me, come vuoi che mantenga una donna?)"
- "Appunisce armeno 'na machinesia? (Hai almeno una macchina?)"
- "L'aggia avuta spunì. (Me la sono dovuta vendere)"
- "E comme abbusche 'a campesia? (E come ti guadagni la giornata?)"
- "Cunosco a 'nu jammone c'appunisce 'na gallaresia e fa l'astesia tutte 'e sere e po quacche vota appunisco 'a pusteggia. (Conosco un signore che ha una galleria e fa un'asta tutte le sere, e poi qualche volta vado a cantare nelle trattorie)"
- "Aggio appunito, fai accauto e allauto a comme vene vene. (Ho capito, fai quello che ti capita, come viene viene)"

Appunisce a parlesia?

Pochi verbi, poche parole e pochi argomenti, ma il necessario per socializzare, scambiarsi pareri su quanto "spunisce o' jammone" (paga il gestore) o su come suona "o' jammo e fierro filato" (il chitarrista), se è "toche", ovvero bravo, o se prende una "fella", una stecca, o se "sta chine e' zucchere", nel caso ne abbia prese tante, di queste "felle" (letteralmente fette, nel caso in particolare, in senso figurato, fette di pastiera, il dolce, quindi star pieno di zucchero vuol dire aver mangiato tante fette di pastiera!) o ancora per scambiarsi informazioni più ardite su qualche jamma, magari se "appunisce 'a 'ndindallè", che non sto qui a tradurvi, ma che mi ha donato una visione totalmente comica del sesso orale (ops!).

La tradizione della parlesia è ancora viva, anche se ormai ha cambiato volto e la sua utilità è ormai dubbia: mentre un tempo si trattava di un mezzo segreto per riconoscersi e difendersi in un ambiente difficile, oggi è alla portata di tutti, raramente si sentirà un musicista usare questo gergo, se non in rari casi, come vecchi posteggiatori nostalgici, piuttosto sarà facile incontrare giovani studenti che vantano di conoscere la famigerata lingua dei musicanti, la imparano un po' dai film, dai libri, per sentito dire ed addirittura dai dizionari. Il rito iniziatico dei giovani orchestranti d'altri tempi è diventato un modo per dire "eh si, sono un musicista navigato che sa il fatto suo". La cosa importante da chiedersi ora è se la parlesia sia diventata folklore perché non se ne sente più necessità o perché il mondo dei piccoli musicisti si è talmente disperso, andato via via disgregandosi facendo spegnere quella fiamma di complicità che accomunava una volta i musici spiantati di tutta Italia. Voi cosa dite?



Questo articolo, parte dell'archivio storico di Accordo, è stato restaurato per una miglior fruizione sui dispositivi moderni.
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