Bassisti: come convivere con il proprio chitarrista
<img src="http://assets.accordo.it/cloud-assets/29295/600x0/00/t_bass1.jpg" alt=""> Questo manualetto è destinato, in primo luogo, a tutti quegli sventurati amanti della musica (principalmente rock, rock-blues, blues, hard, metal, et similia) che hanno il desiderio di estrinsecare la loro passione in un gruppo. In effetti, per suonare il nostro genere musicale preferito è innanzi tutto indispensabile fare parte di un gruppo, e in secondo luogo, purtroppo, c’è necessità assoluta di avere nella nostra band almeno un chitarrista, che definiremo d’ora in avanti “LUI”, e ciò per giusta importanza e considerazione (i gruppi più sventurati ne hanno persino due, ma so di masochisti che hanno nel proprio organico ben tre chitarristi !). Solitamente una rock band è composta da un cantante (a volte anche chitarrista, della serie: le disgrazie non vengono mai da sole), un batterista, un tastierista/pianista, un bassista ed appunto uno o più chitarristi.

Dobbiamo chiarire che, per il chitarrista rock (ma non solo per quest’ultimo, perché il jazzista è ancora peggio), tutti coloro che non suonano la chitarra sono prima di tutto musicisti a metà, necessari comprimari ma privi di ogni dignità artistica, di qualsiasi cultura musicale e di diritto di parola nonché di pensiero. Da qui l’assioma che il chitarrista è l’assoluto e insindacabile leader di una qualsiasi band. Conosco bene un gruppo il cui capo incontrastato è, ovviamente, un chitarrista soprannominato “Il Kaiser”; un motivo ci sarà !
Tratteremo in un capitoletto a parte i rapporti tra diversi chitarristi all’interno della medesima band, fenomeno deprecabile ma, a quanto sembra, estremamente diffuso.

Iniziamo ad analizzare le figure standard dei componenti di una rock band. Dedicheremo ovviamente la nostra massima attenzione ai sedicenti guitars heroes, ma per il momento rivolgiamo il nostro sguardo e il nostro pensiero a tutti coloro che chitarristi non sono, ai quali è in definitiva dedicato espressamente il seguente manuale.
Il cantante solista. Questo personaggio è solitamente considerato da LUI come una checca vanesia ed esibizionista, che ha il compito di biascicare qualcosa tra un Suo riff e un assolo. Questo è il punto fermo, la pietra miliare della Sua costruzione mentale: ovviamente il chitarrista più evoluto ritiene fondamentale il cantante, perché LUI non ama stare costantemente al centro dell’attenzione: questo ruolo di front man non è dignitoso per un vero musicista, ma è più adatto per un pavone che deve incantare le ragazzine ed i fans più di bocca buona, perché è evidente che i veri cultori – del gruppo in particolare e della musica in generale – hanno eletto ovviamente LUI come loro idolo e feticcio.
Quindi LUI lascia il cantante abbastanza libero di sfogarsi e di dimenarsi, tanto sa bene che alla fine quello squallido e sculettante individuo ha il pubblico che si merita, nonché la rogna di dover dire e fare sul palco le ovvietà più banali, come ad esempio annunciare i pezzi (mentre LUI approfitta di queste pause per accordare la chitarra per la centoseiesima volta).
Gli altri membri della band guardano con favore al cantante, perché il più delle volte è costui che ha l’ardire e l’onere di discutere eventuali questioni musicali, e in tale modo si assicurano la sopravvivenza all’interno del gruppo, evitando dolorose ferite all’amor proprio e consentendo alla propria dignità, già vilipesa e umiliata per il solo fatto di combattere con Lui, di mantenersi entro livelli accettabili.

Il batterista. E’ il motore del gruppo, persino il chitarrista è costretto a riconoscerlo, ma questa benevolenza deriva dal fatto che il batterista non Lo potrà mai insidiare sotto nessun aspetto (a conferma di ciò vi dicono niente i carismatici nomi di Ringo Starr, Charlie Watts, John Bonham, Ian Paice ? L’elenco potrebbe proseguire per parecchio).
Difatti il batterista deve stare costantemente seduto, di solito in fondo al palco; difficilmente fa assoli (oddio, i più megalomani hanno un momento tutto loro di rullate e deliri vari, ma sono pochi minuti e di solito alla fine del set, così che LUI ne approfitta per accordare per la duecentodiciassettesima volta la chitarra).
Di solito il batterista non rompe la balle per il volume, perché già di suo pesta come un fabbro incazzato; è costantemente ed esclusivamente concentrato sul proprio drumming (a proposito, avete mai osservato la postura e l’atteggiamento di un batterista sul palco ? Sguardo da catatonico, busto piegato in avanti ed inclinato verso i tamburi, occhi rivolti esclusivamente sul charleston, neanche fosse uno schermo riflettente dove stanno trasmettendo un film porno) ed è totalmente estraneo a qualsiasi forma di partecipazione collettiva della musica che si sta suonando.
Per questa serie di motivi il chitarrista generalmente ama il batterista, dello stesso amore che un umano prova per il suo cane o che un pensionato ha verso la guida tv.
Il bassista. Se il batterista è il treno, costui è la rotaia (o viceversa, fate voi, a me piaceva l’immagine). Il chitarrista intimamente lo disprezza, considerandolo un chitarrista mancato (e perciò frustrato) e scarso tecnicamente (altrimenti avrebbe suonato la chitarra). Il fatto stesso di suonare uno strumento a corde che non sia la chitarra è per LUI quasi un’offesa, una mancanza di rispetto. Se poi il meschino adopera un basso a cinque o, eresia suprema, a sei corde, il chitarrista lo dileggerà senza pietà, ridicolizzandolo per qualunque motivo di fronte a tutti (beh, certo che se un bassista rock usa un basso a sei corde qualche vaffanculo se lo merita !), e comunque il livello di considerazione nella Sua scala valori subirà un ulteriore e definitivo ribasso.
Comunque per LUI il bassista una funzione, almeno scenica, ce l’ha, perché più manici e palette si agitano su un palco e più il gruppo ‘funziona’. Certo, il bassista è meglio che si metta in seconda o terza fila, e la spiegazione che tale posizione sia dovuta ad un fatto di simmetria visiva (manico più lungo, paletta più grossa, e quindi asimmetrici con il manico e la paletta della chitarra) è una pietosa menzogna che LUI, nel più pietoso dei casi, adotterà per non ferire ulteriormente il già basso amor proprio del meschino pigiaquattrocorde.
Tuttavia costui non se la prende più di tanto, in quanto all’interno dell’economia della band è di solito the quiet one, il tipo tranquillo, più che altro per sopravvivenza se non per indole (Bill Wyman, John Entwhistle, John Paul Jones, Roger Glover, tutte le più grandi rock band del passato hanno avuto bassisti tranquilli e silenziosi: fa eccezione Paul McCartney, ma costui è nato chitarrista, quindi il discorso torna).

A volte il bassista ricopre anche la funzione di fare i cori, tanto la sua reputazione è scesa a un livello talmente miserevole che non sarà per il fatto di urlettare qualcosa di tanto in tanto che peggiorerà la sua dignità, ma almeno per LUI questa sarà un’ulteriore possibilità di mortificare il Suo sottoposto e quindi ricordare, una volta di più, la gerarchia della band.
Il tastierista. Verso costui il chitarrista rivolge una maggiore considerazione, nonché un atteggiamento ambiguo: innanzi tutto non suona uno strumento a corde e quindi non si macchia del reato infamante di (tentata) lesa maestà. Inoltre capita a volte, non sempre, che il tastierista, meglio se pianista/organista, abbia un’infarinatura musicale almeno sufficiente per confermare le idee musicali del chitarrista (abbiamo già visto precedentemente come gli altri componenti del gruppo non abbiano diritti, ma solo obblighi derivanti dalla grazia ricevuta di essere stati assoldati da LUI e suonare nel Suo gruppo la musica che LUI decide).
Se il tastierista/pianista/organista vuole avere ulteriore chance di essere considerato, non deve assolutamente cantare, meno che meno fare i cori. Questo lavoro di bassa manovalanza è compito della base ritmica o del chitarrista ritmico (una curiosa figura che esamineremo più avanti) o, come abbiamo visto, del bassista; altro compito essenziale per il tastierista/pianista/organista è quello di iniziare i pezzi con un’introduzione breve (per dare tempo a LUI di terminare di accordare per la settecentotreesima volta) e di inframmezzare qua e là l’esecuzione di un pezzo con misurati assoli, ovviamente a un livello di volume ben più modesto di quello che verrà adoperato per il ‘vero’ assolo, che LUI eseguirà nell’ammirato e rispettoso sussieguo degli altri componenti della band, mentre il delirio del pubblico sarà completo, totale e definitivo.
A volte in alcune band appaiono altre figure di contorno (coristi, ma è soprattutto dal vivo e in band di megalomani esaltati; coriste, presenti nell’organico di gruppi di assatanati e di maniaci sessuali, ma lo ‘jus primae noctis’ del chitarrista è spesso fonte di diverbi e litigi insanabili tra i componenti della band, nonché di repressioni e frustrazioni tra gli altri componenti; fiati – in sezione o singoli – che però con le moderne tecnologie trovano sempre meno spazio e quindi non ne parliamo; e il chitarrista ritmico.
Costui generalmente si divide in due categorie: o svolge il doppio ruolo di supporto chitarristico e di cantante, oppure non canta (o fa qualche coro sguaiato e fuori tonalità alla Keith Richards) ed è lì perché raccomandato o perché dispone della sala prove o perché è quello che conosce le ragazze. E’ di solito accettato benevolmente dagli altri (e come potrebbe essere diversamente, tanto se è lì è perché Qualcun Altro, e sapete bene di Chi sto parlando, ha già preso la decisione) ma ha dovuto subire un preventivo e attento esame da parte di LUI. Una volta superato l’esame teorico-pratico (con domande tipo: “quanti e quali effetti usi, che chitarre hai, quante volte hai cambiato pick up, ma quella leva del vibrato è originale o hai montato un tergicristallo di una Fiat Uno”) costui è ammesso alla corte di LUI, il CHITARRISTA SOLISTA.

Costui è il vero protagonista, non solo di questo manualetto, ma della vita e della cultura occidentale degli ultimi cinquant’anni (quest’ultima definizione la si sente pronunciare dalla quasi totalità dei chitarristi, anche quelli di più infima levatura).
Il chitarrista (quello solista in particolare, ma il discorso è valido per tutti i chitarristi di band) è un animale strano, particolarissimo, con abitudini curiose ed a volte stravaganti, che una volta analizzate e (forse) capite aiuteranno i componenti di un gruppo musicale a sopravvivere.
Partiamo dall’ego del chitarrista, che di solito è smisurato.
L’abilità di un chitarrista è data dalla somma di varie componenti, tra cui l’ego è parte essenziale. Di solito o dà il proprio nome al gruppo (anticipato da un the all’inizio e da un band alla fine, e poi dite che non è democratico !) o impone un nome di fantasia. Conosco chitarristi che quando non perdono tempo a svisare o a eseguire riff o assoli inventano liste di nomi, per lo più assurdi, per i loro gruppi e quando hanno stabilito come chiamare la band subito ne formano un’altra per utilizzare un nome “che è bellissimo, dobbiamo usarlo assolutamente” (di solito quest’altra band è formata dai quattro quinti della precedente, ma questo è un fatto secondario, così come il repertorio, l’importante è utilizzare il nome).
Altro metro di valutazione fondamentale per un chitarrista è la ‘tecnica’. Intendiamoci bene fin dall’inizio: il concetto di ‘tecnica’ è quanto di più soggettivo esista nell’universo! Ogni chitarrista è intimamente e totalmente convinto che solo LUI è padrone della ‘tecnica assoluta’; tutti gli altri sono o troppo scarsi o troppo prolissi (definiti dai più intolleranti anche “jazzisti di merda”). Quindi LUI, e solo LUI, possiede la padronanza tecnica, per cui NON AZZARDATEVI MAI a dire che il tale assolo non è perfetto, che ci sono troppe note o troppe poche note, o che il bending è eccessivo oppure che (eresia massima) l’assolo è troppo lungo (del volume ne parleremo a parte).
So di bassisti legati al proprio ampli con una muta di corde e costretti ad ascoltare l’opera omnia di Ritchie Blackmore ovviamente a volume da concerto da stadio, ma anche di un pianista che ad una obiezione sulla durata eccessiva di un assolo è stato costretto ad ascoltare integralmente ed in lingua originale una conferenza stampa di Keith Richards dal titolo “Perché voi non capite un cazzo di musica se non ascoltate Brown Sugar sniffandovi contemporaneamente tre etti e mezzo di coca purissima e recitando un mantra a Leo Fender”!!! (Non si hanno notizie dello sventurato, anche se una leggenda metropolitana narra che lo sventato pianista suoni, sotto falso nome, canzoni di Teddy Reno in un bordello di Bangkok).
Un altro aspetto da analizzare è l’equipaggiamento.
Apriamo tre brevi paragrafi, dedicati rispettivamente alla chitarra, all’amplificatore e agli effetti (lo so, questa parte è agghiacciante già dal titolo, ma purtroppo occorre conoscere la paura per superarla).
LA CHITARRA. Già qualche chitarrista obietterà che il titolo è sbagliato, in quanto un chitarrista degno di questo nome debba avere un parco chitarre degno di un negozio di strumenti musicali di New York: un vero axe man deve obbligatoriamente possedere (e portare sul palco per la gioia dei roadies e del suo tecnico): una chitarra equipaggiata ad humbuckings, una con single coils, una con entrambi i tipi di pick up come riserva nel caso di rotture di corde, una acustica, una dodici corde elettrica, una da collezione in bella mostra di sé sul palco per la delizia dei fans, una regalataGli dalla moglie/fidanzata e quindi GUAI se non usata almeno in un pezzo (di solito si tratta di una ciofeca coreana – la chitarra, non la moglie - di cui la gentile compagna Gli ha fatto omaggio, chitarra che LUI disprezza profondamente e l’inventare scuse per non usarla Gli procura più problemi di quelli dovuti a inventare nuovi nomi per le future band), una per l’assolo di quel particolare pezzo (che nove volte su dieci non viene eseguito, ma “se il pubblico dovesse richiedermelo”) e altri vari ed eventuali giocattolini a sei corde.
Caratteristica comune a tutte le chitarre che i chitarristi portano sul palco è che si scordano continuamente. E’ inevitabile, cari amici comprimari, a meno che non il vostro chitarrista non abbia un tecnico personale, che non vi sarà mai possibile eseguire due pezzi di seguito uno all’altro, perché LUI dovrà immancabilmente accordarsi. A nulla varranno discorsi tipo “attaccare Jumpin’ Jack Flash di seguito a Black Night è una figata pazzesca” oppure “ una volta ho visto Springsteen fare quattro pezzi uno di seguito all’altro!”; LUI non vi degnerà di un cenno, intento com’è a fissare con sguardo vacuo l’accordatore elettronico che Gli segnala come la corda del sol (sempre quella!) sia già tre quarti di tono calante rispetto a otto secondi prima.
L’AMPLIFICATORE. Valvole o transistor ? Testata/cassa o combo ? Qualunque sia l’opinione di specialisti del settore, costruttori, riviste specializzate, musicisti famosi, sottoposti all’interno del gruppo, l’unica verità, anzi LA VERITA’ ce l’ha solo LUI. Non illudetevi che vi spieghi (?!) il perché della Sua scelta con motivazioni razionali: se, e ripeto se, Egli si è imposto come sacra missione quella convincervi della bontà, anzi dell’unicità della Sua scelta, vi fornirà argomentazioni tecniche minuziosissime (e qui verrete sommersi da dettagli tipo la composizione chimica del cartone usato per i coni, le coperture in fibra di carbonio dei cavetti usati per i collegamenti, le speciali manopole dei comandi che agiscono in base a sensori sofisticatissimi che a loro volta azionano un campo di forza, l’importanza delle viti testa-tonda-dado-quadro che assicurano un sustain eccezionale), argomentazioni alle quali non oserete controbattere sia per ignoranza ma soprattutto per pudore.

In caso contrario vi rivolgerà uno sguardo sprezzante che, nel migliore dei casi, è traducibile più o meno con un “ma che cazzo vuoi capire tu, che ti spiego a fare !?”. Rassegnatevi quindi a decantare le virtù del Suo ampli, la sinuosità delle linee, l’armonicità della sua estetica, la potenza cristallina ma allo stesso tempo distorta del suono, la straordinaria maneggevolezza nel trasporto (e quando vi toccherà trasportarlo – perché sarete voi che avrete il sommo privilegio di aiutarLo a trasportare l’ampli - vi accorgerete che è stato interamente costruito, in ogni sua parte, con piombo e ghisa, cavetti e viti comprese), insomma di che razza di meraviglia tecnologica LUI stia condividendo con voi.
Allora il Suo sguardo di scherno muterà leggermente in un’espressione di composta superiorità del tipo “ce ne hai messa, ma ci sei arrivato, troglodita !”, e sia LUI che voi sarete contenti e soddisfatti.
GLI EFFETTI. Questo capitolo è, per i non chitarristi, estremamente penoso. Nel 99% dei gruppi il batterista si siede, afferra le bacchette, one, two, three, four e via. Il pianista/tastierista/organista si siede, accende i suoi pulsantini su on, regola i suoi sequencer e attacca. Il bassista infila il jack nell’ampli, alza volumi e toni al massimo e via. Il chitarrista no!
LUI innanzi tutto ha alcune pedaliere da collegare tra di loro: i più ricchi hanno costosissimi rack digitali già assemblati, ma la maggioranza dei chitarristi si rifiuta di usarli, in quanto “non sono rock” o “è roba da finocchi (?)”. Quindi hanno accrocchiato tra di loro decine di pedali, pedalini e pedaletti i quali immancabilmente provocano risonanze e ronzii tipo immenso sciame di vespe indonesiane incazzate e pronte all’assalto.
E’ persino superfluo osservare che LUI non si cura di tutto ciò, l’importante è che il phaser, il fuzz, l’overdrive, il chorus, il flanger, l’octaver, il compressore, l’harmonizer, il noise gate (la cui presenza è solo teorica), il reverb, il delay, il wha wha, il ninja boost, il cazz che t’ammazz, il comando dei canali pulito/assolo e qualche altro pedalino “che si usa poco ma non si sa mai” oltre all’immancabile accordatore elettronico (il più usato tra i pedali) siano operativi e correttamente collegati tra di loro.
Questo ovviamente NON AVVIENE MAI, ma non fateglieLo osservare, o vi sarete fatti un nemico per l’eternità, voi ed i vostri discendenti fino alla quarta generazione.
Dopo alcune decine di minuti necessarie a far funzionare l’esoterico accrocchio di pedali e qualche altra dozzina di minuti passate ad accordare per la ottocentoseiesima volta la chitarra, a questo punto la band di solito suona.
In sala prove o sul palco questo è un dettaglio, un particolare secondario, perché il primo rito che si svolge è il sound check, ovvero bisogna regolare i suoni.
Questa operazione, se si è in sala prove dura pochi minuti, l’importante è che “la chitarra si senta !”, mentre sul palco per una esibizione live questa fase di solito è più complessa, ma alla fine si arriva quasi sempre al termine. Iniziando dai suoni meno importanti (batteria e basso) passando alle tastiere (se e quando ci sono), le voci e infine la/le chiatarra/e. Una volta regolato il tutto alla perfezione, miracolosamente si sentono nitidamente le voci e gli strumenti (la chitarra è un po’ altina, ma noi non diciamo niente, semmai ci alzeremo un pelino dopo); ma quando arriva il momento di iniziare, i musicisti-non-chitarristi hanno la conferma definitiva di ciò che da tempo sospettavano ma non avevano sufficienti prove a dimostrazione: una mutazione genetica è intercorsa in quella particolare specie animale che è il chitarrista.
Difatti ci si è resi conto che il chitarrista ha le orecchie posizionate sul retro delle ginocchia e non ai lati della testa come quasi tutti noi. Come hanno rilevato tempo fa E. Cosimini e S. Tavernese (giornalisti e musicisti di chiara fama) solo sostenendo una simile anomalia fisica si può giustificare il classico posizionamento straight, tutto in avanti dell’ampli del nostro Duce supremo. I coni del Suo ampli sparano centinaia e centinaia di watt diretti sulle caviglie del chitarrista e, se si sta suonando in una sala o in un club, anche su uno o due tavoli di malcapitati avventori posizionati in asse.
Ovviamente il chitarrista perde immediatamente il controllo del proprio suono e del proprio volume, e a ogni pezzo alza il volume per l’immancabile assolo. E fin qui andrebbe anche bene, senonché all’inizio del brano o della strofa seguente il volume resta lì posizionato, e al sopraggiungere del nuovo assolo la manopolina maledetta del volume si alza ancora, e così via per tutta la durata dell’esibizione… il tutto a vantaggio delle Sue ginocchia, ovviamente.
Inutile dire che gli altri componenti del gruppo subiscono ineluttabilmente il progressivo incremento di volume innescando, salvo sporadici casi, una conseguente reazione a catena: il bassista alza un poco alla volta, il tastierista/pianista/organista inizia a smadonnare contro le ingiustizie del mondo e piglia a calci le sue pianoline, il batterista è tutto contento e pesta ancora più duro e il cantante sviene, dopo aver raggiunto in viso tutte le colorazioni e le sfumature dal rosso al blu e aver sputato in faccia agli avventori della prima fila nell’ordine: tonsille, ugola, corde vocali, anima.

I rapporti tra chitarristi all’interno della band. Questo è l’elemento cardine del funzionamento o dell’esistenza di un gruppo. Niente è più importante di questo fattore per la sopravvivenza della band, perché in questo delicato equilibrio di frasi dette e non dette, di sguardi significativi, di smorfie più o meno accennate, di amabili – e ipocriti - cortesie di facciata (“questo assolo fallo tu” “no fallo tu, viene meglio se fatto con i tuoi single coils” “forse, ma il tuo humbucking unito alla gioiosità del tuo overdrive dà una resa migliore” ecc. ecc.) si gioca una partita importante.
E non crediate che se avete (o meglio dire hanno, voi non contate un c…) già definito in precedenza i ruoli su chi sia il solista e chi il ritmico il problema sia risolto; qualunque chitarrista ritmico è, prima di tutto, un chitarrista e quindi ha TUTTI i cromosomi dello spaccamaroni e scassatimpani, e anche se non farà assoli tenderà a soverchiare con i Suoi accordi aperti al massimo della distorsione (e del volume) le prodezze del solista, il quale a Sua volta eviterà accuratamente le note basse e medie della tastiera per lanciarsi in lancinanti fischi e svisate alla Santana innescando paurosi feedback e sancendo il trionfo definitivo dell’effetto larsen sulla melodia.

E’ inoltre curioso osservare che, quando alle nostre orecchie sarebbe gradito, ad esempio in un pezzo country-rock, un arpeggio della chitarra ritmica con dei bei accordi aperti, ad esempio un bel la minore in prima posizione seguito da un do maggiore in seconda e magari un mi minore ancora in prima, suoni puliti e cristallini, intelleggibili e di grande pathos, il chitarrista ritmico imbraccia il manico della Sua arma letale con un piglio alla Schwartzenegger e si lancia in un la minore in barrè al 5° tasto (e vabbè, ci può stare) poi va ad un do maggiore in barrè al 8° e infine ad un mi minore al 12°, incrociandosi le dita perché infilare i tre ditoni in uno spazio di due centimetri quadrati non riuscì neppure a Houdini il mago. Fare una forza tremenda con pollice e indice per fare questi barrè assurdi e pretendere che le note suonino tutte è quanto meno fantascientifico, ma non osate farlo notare a LUI, guai !
Ovviamente se il Nostro deve fare una bella ritmica con fuzz, distorsore, overdrive e ninja boost tutti insieme ed eseguire la medesima scansione di accordi, state sicuri che li farà TUTTI APERTI in prima posizione, creando un pappone orrendo di suoni inintelleggibili, ai quali il solista risponderà con lancinanti latrati del mi cantino tirato all’inverosimile e la leva usata a mo’ di vanga con ampie rotazioni del braccio destro.
E’ del tutto superfluo ricordare che noi non-chitarristi non dovremo proferire verbo quando si innesca questa situazione bellica e questo perché:
1° non siamo chitarristi e quindi non capiamo un c…;
2° per sopravvivenza pura e semplice lasciamo che si scannino tra di loro, ne trarremo solo giovamento;
3° guardate le loro facce, sono uno spettacolo!
CONCLUSIONI. Questo breve manualetto è stato concepito principalmente per far comprendere ai componenti non chitarrosi di tutte le band che le situazioni paradossali che si verificano all’interno di un gruppo e che noi crediamo di essere gli unici sventurati a vivere come fossimo in un incubo, in realtà sono condivise da tutte le band, grandi e piccole, famose o sconosciute, che si agitano nel panorama mondiale della musica rock.
Quindi, cari amici e compagni di avventura, tranquillizzatevi.
Inoltre, una volta capito come funziona e qual è la distorta funzione cerebrale dei nostri amici chitarristi, di come e perché si innescano in Loro certi meccanismi mentali e comportamentali, vedrete che ci sarà più facile comprenderLi e quindi non farci trascinare nel vortice della Loro pazzia. Anzi, vedrete che diventeranno alcuni tra i nostri migliori amici, ovviamente a patto che assumiate un atteggiamento serio e pensoso quando vi parleranno della necessità di usare una scalatura di corde 010 anziché 009 (e parliamo di un decimo di millimetro, ma per loro è come se si stesse discutendo del diametro dei tiranti del ponte di San Francisco, ma non ditelo, mai !!). Condividiamo la Loro preoccupazione quando ci metteranno al corrente che se nel ’74 Jimmy Page non avesse usato quel particolare humbucking montato sulla sua Les Paul Standard in quel concerto all’Hammersmith Odeon di Londra, la storia della musica rock sarebbe stata completamente diversa, e forse noi a quest’ora non saremmo neppure qui.
AssecondateLi, sempre ! Non contradditeLi, mai !
Se osserverete queste poche e semplici regolette il vostro gruppo salirà nell’empireo dell’olimpo rock, e voi potrete raccontare ai vostri nipotini con che genio abbiate suonato (e trascorso) gli anni più belli della vostra vita.
Ma capirete anche che forse, tutto sommato, il fatto che abbiate scelto di suonare la batteria, il basso o una tastiera vi abbia salvato la vita.