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Il questionario di Ritmi - Intervista a Gigi Morello
di [user #24420] - pubblicato il

Se Gigi Morello fosse un libro non sarebbe un metodo di batteria, ma un taccuino pieno zeppo di appunti di viaggio: come Camminando di Pino Cacucci, oppure Mistic Turistic di Luca Morino. Viandanti instancabili, cittadini globali con poco rispetto per concetti come confini e barriere (soprattutto se mentali) capaci di raccontare luoghi, circostanze e persone grazie al loro sguardo curioso e sensibile, defilato ma partecipe. Questa è la sua storia di batterista, didatta ed essere umano.

Come e quando hai iniziato a suonare la batteria?

Avevo 13 anni (ora ne ho 43 ma continuo a sentirmene 12). A me e a due miei amici del Liceo Scientifico Statale Albert Einstein di Torino venne l’idea di formare un gruppo punk. Ci piacevano G.B.H., Crass, Vice Squad, Chaos UK, Dead Kennedys, ma anche i primi Cure e i primi gruppi che proponevano punk in italiano come Kollettivo, Quinto Braccio, Negazione etc. Sia io che uno degli amici, Franco, volevamo suonare la batteria e non c’era posto per due batterie nella band. “Ma allora tu suoni il basso”, “no la batteria la voglio suonare io”: alla fine per stabilire il mio diritto ad essere il batterista della band (se possiedi la batteria sei il batterista) mi sono messo a sfogliare in fretta e furia Business, il giornale degli annunci sull’usato, e ho trovato una vecchissima batteria in vendita a 60 mila lire da un privato.

Era incompleta, vecchia e rotta e io avevo solo 30 mila lire da parte, guadagnati dipingendo una serranda di un magazzino sotto casa. In famiglia “niente soldi per sbattere i coperchi”, una frase che risuonerà spesso nella mia vita futura di batterista e l’appello di clemenza verso i miei genitori per ottenere con promesse e lusinghe le restanti 30 mila lire risultò vano. Per fortuna il venditore era un coetaneo che per realizzare almeno le 30 mila lire si fece convincere a darmi la batteria per i miei miseri risparmi e le mie luci psichedeliche: tre luci colorate che si accendevano a ritmo della musica ricevute in regalo per il mio compleanno e usate per le feste in casa mia, dove con gli amici si sperava che data l’atmosfera esotica si riuscisse a rimediare almeno una limonata con una delle compagne di classe. Ma purtroppo niente, quindi le luci erano sacrificabili.

Così mi procurai la mia prima batteria e iniziai a “sbattere i coperchi”. Il gruppo però non si fece mai e i miei due amici Ezio e Franco,che mi diedero lo stimolo, non iniziarono mai a suonare nessuno strumento musicale.

Che formazione didattica hai avuto?

Ho iniziato a suonare da assoluto autodidatta, andando dietro alle cassette (rigorosamente duplicate) senza sapere altro che il suono più grave era la cassa, il “cha” era il rullante e quello acuto il charleston, e cercando di percuotere la batteria ricreando quello che sentivo nei dischi. Per tre anni tutto quello che ho imparato l’ho imparato da solo, suonando dietro i dischi e infilandomi nelle cantine a vedere le prove dei batteristi più bravi di me. All’epoca per suonare dovevi avere una sala prove tua e il tuo strumento, il tuo impianto voce etc.: non esistevano molte realtà di sala prove come negli anni a venire.

A 16 anni già suonavo in una band che si esibiva live e avevo la fama di essere “uno che ci dà” perché picchiavo e suonavo tutti i giorni e dicevo di sì a tutti quelli che volessero suonare con me. A 17 una band con un buon contratto discografico (gli Swarm poi diventati Clamour) dove il loro bassista (Maurizio Lamparelli) era il fratello del mio bassista (Paolo Lamparelli) mi nota e mi chiede di diventare il loro batterista. Inizio a girare gli studi di registrazione e mi viene chiesto di registrare con altre band della casa discografica che avevano batteristi che avevano dei problemini di groove (io sapevo fare poche cose, ma ci mettevo l’anima dentro e andavo a tempo); era un’operazione in incognito: io suonavo, loro beccavano il merito, i soldi li intascava il produttore che non doveva chiamare un costoso turnista e a me rimaneva la soddisfazione personale di avere suonato. Mi bastava.

Il mio primo incontro-scontro con la necessità di studiare avvenne proprio in studio, precisamente al Java Studios di Moncalieri, dove all’epoca si registravano molti dei dischi prodotti in Piemonte. Il produttore mi chiese di far finta di scrivere musica per fare vedere alle persone per cui stavo registrando che ero competente: dovevo scarabocchiare note su di una pagina a casaccio, e sperare che nessuno che avesse una qualche cognizione di causa sbirciasse dietro al foglio di carta che tenevo apposta in un posto poco visibile. Dissi a me stesso che non avrei mai più fatto una cosa del genere e decisi che da quel momento avrei studiato, seriamente. Non mi sono più fermato: ho continuato a studiare sempre e studio ancora giornalmente se riesco. Qualsiasi buco di tempo e ogni situazione è buono per studiare. Se non ho la batteria studio su di un pad, se non ho il pad mi arrangio sulla suola della scarpa.

Le prime esperienze furono con alcuni “insegnanti” che cercavano di farmi imparare chiedendomi di ripetere a memoria quello che facevano loro. Poi Fazio Delfo, bravo batterista che suonava in giro nei locali del Torinese, mi presenta il Maestro Giorgio Gandino, batterista e percussionista del Teatro Regio di Torino, uno dei più grandi insegnanti che abbiano mai esercitato in Italia. Studio prima con lui privatamente, ottenendo uno sconto “inter nos e da non dire in giro” per ovviare il problema della famiglia - “battendo i coperchi finirai a vivere sotto i ponti - pagando di volta in volta le lezioni e non all’inizio del mese come i comuni mortali.

Quelle 15 mila lire dovevano materializzarsi nel mio portafoglio il lunedì, nonostante qualsiasi tipo di disastro economico nel quale fossi stato eventualmente coinvolto. Il maestro Gandino mi aveva dato l’opportunità di studiare sebbene fossi povero in canna e io non potevo permettermi di deluderlo. Ricordo di avere distribuito volantini pubblicitari, venduto mimose l’8 marzo (comperate qualche giorno prima, confezionate nastrate etc. tutto da me), fatto il commesso in un negozio di biancheria intima, piazzato antenne e molti altri lavori per niente musicali per pagarmi gli studi.

Sempre con il maestro Gandino mi preparo per la selezione alla Scuola Civica Musicale di Torino, una scuola statale che costava poco ma che all’epoca ammetteva solamente tre nuovi allievi batteristi all’anno. Studio come un bastardo, vinco il primo posto, entro alla Scuola Civica e dopo 4 anni mi diplomo studiando strumento con il Maestro Gandino, solfeggio, armonia e composizione con il prof. Bruno Astesana e musica d’insieme con il Maestro Alfredo Ponissi. Poi studio e mi diplomo con il Maestro Walter Calloni presso il CPM (studiavo insieme a illustri colleghi quali Ramon Rossi, Roberto Gualdi, Ruggero Pazzaglia e Gianluca Scollo). Studio musica d’insieme con il grande arrangiatore e direttore d’orchestra Tony Mimms e improvvisazione jazz con Marco Siniscalco, grande bassista diplomato al Berklee. Dopo quel momento ho partecipato a innumerevoli seminari e studiato privatamente con grandi Maestri internazionali quali Dom Famularo, Marco Minnemann, Sergio Bellotti, Marko Djordjevich (Drummer’s Collective), Johnny Rabb e molti altri. Ho studiato inoltre arrangiamento e un sacco di programmazione di macchine e strumenti elettronici.

Gigi Morello con il Maestro Giorgio Gandino

Chi sono stati i tuoi primi punti di riferimento?

I batteristi delle band. Non esisteva youtube e i batteristi noti e seguiti erano quelli che facevano musica con le band, non i solisti: Stewart Copeland, John Bonham, Jan Paice, Buddy Rich, Alex Acuña, Steve Gadd, Billy Cobham, Lenny White, Peter Erskine, Omar Hakim e il primo Dave Weckl, soprattutto insieme al grande pianista cubano Michel Camilo.

E ora? Chi sono i batteristi, o più in generale i musicisti, che stimi maggiormente e che influiscono sul tuo approccio allo strumento e alla musica in generale?

Amo da morire gli innovatori, ma amo ognuno per qualcosa: c’è sempre qualcosa di grande in ogni artista, non si può trovare tutto in un solo batterista. Ognuno ha qualcosa di irresistibilmente bello dentro di se che riflette la sua identità come persona. Difficile elencarli tutti, metterò degli esempi.

Amo il genio ritmico pazzo ma con solide basi tecniche e una botta assoluta di John Bonham.

Amo il rapporto di bassi, medio bassi e acuti nei pattern di Steve Gadd.

Amo il groove a 360 gradi e con infinite tonalità di stretching di Sergio Bellotti.

Amo la dolce quadratura, le ritmiche accattivanti e le innovazioni tecniche di Johnny Rabb.

Amo la “fuoricità tecnica” (non saprei dirlo diversamente) ma assolutamente geniale e personale di Marco Minnemann: lui è veramente quello che suona.

Amo la padronanza assoluta delle componenti della tecnica di Buddy Rich.

Amo la comprensione filosofica profonda della tecnica di Dom Famularo.

Amo la fluidità del drumming nel marasma musicale in cui si cimenta di George Kolias.

Amo l’uso della tecnica avanzata a servizio della musica di Jojo Mayer.

Amo la ritmica geniale e l’assoluta padronanza dello stile di KJ Sawka.

Amo come Squarepusher e Venetian Snares programmano le batterie sintetiche: i ritmi generati dai non batteristi sono sorprendenti perché escono dagli schemi di quello che un batterista suonerebbe. Non smettono mai di stupirmi e di ispirarmi.

Amo veramente un sacco di musicisti e batteristi, mi innamoro facilmente e apprezzo diverse cose nei grandi professionisti come nei ragazzini che suonano nei pub, ognuno ha qualcosa di incredibilmente bello musicalmente.

Amo lo sguardo di gioia di Luciano, 6 anni, che ha appena imparato i doppi colpi e si meraviglia di sentire i primi rulli che escono dalle mani.

Ricordi qual è stato il tuo primo ingaggio?

Certo! Il mio compagno di classe, il chitarrista Marco Calliari (ora conosciuto come Cipo, tecnico audio dei Subsonica e di molti altri artisti) voleva mettere su una band che facesse cover dei Beatles e dei Rolling Stones: mi chiede di entrare nel gruppo e di far venire suo padre a casa mia per prelevare la mia batteria e piazzarla a San Mauro Torinese, nella cantina dell’altro chitarrista, Guido Boetto. Lusingato accettai.

Anzi, prima ancora Marco Pavone (in arte Strega, chitarrista in seguito fondatore delle Trombe di Falloppio) veniva nel mio garage dove con gli stracci sopra le pelli e le mollette da bucato sull’unico piatto che avevo suonavo “Cuccurucucu Paloma” di Franco Battiato, non perché mi piacesse particolarmente, ma perché il ritmo era in quarti e la cassa ed il rullante non variavano mai e quindi riuscivo a suonarla. Due take a prova prima che i vicini si mettessero ad urlare dal balcone.

Qual é la tua filosofia circa l’utilizzo della doppia cassa (o del doppio pedale)? Chi sono i batteristi che ti hanno influenzato in questo senso?

Io non parlo mai di doppia cassa o di doppio pedale. Quando senti dire “doppia cassa” sembra si parli di metal: ti dimentichi che Louis Bellson ci faceva jazz.

Io penso che esista una tecnica dei piedi così come esiste una tecnica delle mani; studio e insegno i piedi alla stressa stregua di come insegno le mani: con i piedi si possono fare tante cose utili in una marea di generi musicali. In pratica con due piedi puoi fare più cose che con un piede solo come con due mani puoi fare più cose che con una mano sola. Semplice e stupido ma fondamentalmente vero.

La più grande cavolata che abbia mai sentito dire, purtroppo anche da grandi batteristi e didatti, è “prima di imparare ad usare il doppio pedale impara ad usarne uno bene”: sarebbe come dire “prima di imparare ad usare la mano sinistra, impara ad usare bene la mano destra”.

Immagina come sarebbe imparare ad usare la mano sinistra dopo anni che si usa solo la destra. Sarebbe uno sfacelo. Io uso tantissimo i piedi, in situazioni commerciali tendo ad usare più il piede sinistro sul charleston per sostituire l’accompagnamento della destra e lasciarla libera di eseguire contrappunti, una lezione che ho imparato da Omar Hakim. Uso lo splashing foot come ho imparato da Al Foster. Ma quando uso il doppio pedale ci faccio quello che potrei fare con le mani se avessi le dita prensili come una scimmia e potessi suonare la cassa con le bacchette, o almeno cerco di farlo.

Non dimentichiamo che il piede sinistro ha un compito più difficile del destro: l’hi-hat non solo suona quando viene premuto verso il basso, ma suona anche diversamente a seconda di come viene rilasciato verso l’alto. Se provate ad aprire l’hi-hat di pianta o di punta scoprirete la differenza di sonorità nelle due tecniche. Per aprire il charleston in levare nel più banale dei tempi disco dovete farlo di pianta, oppure suona male.

Il doppio pedale è più facile perché và solo verso il basso. Sono stato uno dei primi ad avere e usare il doppio pedale in Italia. Ricordo di avere ordinato il primo Pearl aggiuntivo sinistro che si attaccava a qualsiasi pedale destro già esistente. Prima suonavo con due casse, rigorosamente di modello, colore e marca diversa e con pelli diverse, in pratica quello che passava il convento.

Sulla tecnica dei piedi mi hanno influenzato Al Foster (l’inventore dello splashing foot), Omar Hakim per la sostituzione dell’hi-hat suonato col piede all’accompagnamento, i primi batteristi thrash metal quali Lars Ulrich dei Metallica, Dave Lombardo degli Slayer, ultimamente Virgil Donati per la heel-toe technique che uso per fare rudimenti tipo flams, drags, rulli ecc con i piedi. Avrei voluto iniziare dall’inizio a studiare i piedi come ho studiato le mani.

Non sono un grande fanatico dei multipli pedali e degli ostinati con multipli pedali perché non mi piace il risultato sonoro che generalmente hanno. È una questione di gusti anche se ammiro i batteristi che lo fanno e rimango estasiato dalla loro tecnica, comprendendone l’incredibile difficoltà.

Io preferisco eseguire i rudimenti con i piedi e studiare la tecnica dei piedi come se studiassi una marcia del NARD sul pad con le mani, poi la tecnica viene applicata al servizio della musicalità e se ci sta la faccio, se non ci sta la risparmio agli orecchi degli ascoltatori.

Che strumentazione utilizzi? Sei endorser di qualche marchio in particolare?

Uso diversi set a seconda di quello che suono e anche a seconda di come mi gira in un particolare momento. Cambio spesso set di tamburi, piatti e pelli perché penso che la sonorità, come la musica, sia cibo per l’anima. Lo pensavo già quando ero ragazzino, ma all’epoca la scelta dei crash piccoli quando facevo rock era dettata dal fatto che costavano meno rispetto a quelli più grandi. Ora finalmente posso usare crash grossi se suono rock e crash piccoli con attacco immediato e veloce decadimento se suono musica elettronica.

Uso e sono endorser delle batterie Sonor, rullanti Vibe Drum (rigorosamente in alluminio perché penso che un rullante debba avere un suono drasticamente diverso rispetto a una cassa o un tom di legno), piatti Ufip, pedali Trick, pelli Evans, bacchette Vic Firth, amplificatori per cuffie Powerclick, pad da allenamento HQ, allenatori per piedi Powerfeet e scarpe per batteristi Fulmine.

Inoltre sto usando e sperimentando diversi set elettronici e l’uso di microfoni processati da computer con software musicale per ottenere un suono elettronico da una batteria acustica senza usare i trigger, che non sono sempre sensibili e hanno un suono che non cambia a seconda dell’espressione sullo strumento.

Quali credi che siano i punti di forza del tuo drumming?

Secondo me, la mia “forza” sta nel fatto che non mi tiro mai indietro, suono con gusto e al meglio delle mie possibilità qualsiasi cosa debba suonare mettendoci il cuore e cercando di rimanere almeno un pochino personale. Inoltre non faccio mai distinzione su quale gruppo o quale artista: se la cosa mi interessa la faccio. Non sono uno di quelli che musicalmente cerca di esibirsi solamente in situazioni “dignitose”. Faccio quello che va fatto e cerco di godere di ogni nota che esce dal mio strumento e da quello degli altri.

Ho fatto liscio e commerciale per anni e con gioia perché mi permetteva di vivere facendo quello che amo, ma non mi sono mai lamentato perché cercavo di farlo bene e di imparare qualcosa di nuovo mentre lo facevo. Pure suonare in una situazione dove non hai spazio per muovere i gomiti può essere stimolante, oppure in situazioni dove la tua dinamica fff deve essere a 2 cm dalla pelle. E devi fare suonare bene la canzone: non mi dimentico mai che sono lì perché devo dare groove alla canzone.

Riesci a vivere di musica?

Onestamente non ci avrei mai sperato, ma devo dire assolutamente sì: vivo di musica da ormai moltissimi anni. Ho una Peugeot 206 vecchia di 10 anni ma forse è anche dovuto al fatto che quando ho due soldi li spendo per altre cose, generalmente musica e tecnologia in relazione al mio lavoro e alla mia ricerca. Produco quanto mi serve perché i soldi non siano un problema. Vedo i soldi come un mezzo e non come un fine, un modo per realizzare le cose che vuoi fare e sentirti felice ed appagato.

In cosa sei impegnato al momento? E quali sono i tuoi progetti futuri?

La GM Drum School è senz’altro il mio progetto spirituale dove cerco di dare il mio contributo al servizio della comunità batteristica. Nasce da un sogno, tante cose belle viste e vissute negli anni in giro per il mondo per offrire il miglior servizio a un batterista che voglia veramente imparare a suonare bene questo fantastico strumento. Una scuola di tipo universitario con una filosofia condivisa da quelle che a breve saranno più di venti sedi in Italia, dove un giovane batterista possa studiare spendendo poco con i migliori insegnanti a livello locale e mondiale, studiando la tecnica e tutti gli stili che più lo intrigano direttamente dai migliori esponenti di quello stile.

Se vuoi suonare metal il jazzista non ti può aiutare e viceversa, ma magari il jazzista ha delle doti nello spiegare come interpretare “quei strani segni sulle 5 righe” che un musicista dovrebbe conoscere.

Perché non far lavorare insieme le persone che hanno a cuore la batteria, ognuno contribuendo con quello che ha di meglio da dare? Perché fare la guerra dei poveri dove sei insegnanti si contendono tre allievi? Perché per ottenere quel’unico allievo disponibile bisogna spacciarsi per quello che non si è? Perché non unirsi e far si che la batteria venga riconosciuta in Italia come strumento “ufficiale” e permettere a migliaia di bambini di buttare nel cestino la clavietta o il flauto dolce e iniziare a fare rock?

Personalmente ho esperienza professionale nel jazz (ho suonato con Flavio Boltro, con la Big Band della Rai e con quella del noto sassofonista e compositore Alfredo Ponissi), nel metal (negli anni ‘90 ho fatto un tour con i Creeping Death, una band storica del thrash piemontese nella quale suonavo tappeti in sedicesimi a 190 BPM che all’epoca era considerato estremo: tutti di gamba, niente trigger e con una fatica paurosa), nel pop (ho suonato con Claudio Baglioni e con Jo Squillo), nel reggae (ho suonato con una reggae band della Costa D’Avorio) nel latin (ho suonato con cubani, messicani, peruviani, brasiliani etc.) e in un’altra decina di stili musicali, ma insegno tecnica: il jazz a Torino lo lascio insegnare ad Alessandro Minetto che lo vive da vent’anni e il metal al giovane astro nascente Raphael Saini che vive il metal con ardore e competenza. Per il brasilian ho chiamato Dino Verdade, direttore della Bateras Beat, la più grande Scuola di batteria del Brasile. Penso sia più credibile che “il samba” (non la samba come si dice in sala da ballo) la insegni lui.

Ma sulla tecnica sono un’enciclopedia e mi puoi chiedere tutto, persino chi era e cosa spiegava l’insegnante di Sanford Moeller. La tecnica della batteria è il mio amore e il mio campo di competenza professionale che aggiorno giornalmente come un dentista che studia i nuovi sistemi di impianto dei denti.

Nella GM Drum School c’è spazio per tutti e ognuno da il proprio contributo con il risultato di garantire la migliore istruzione per tutti, sotto casa, anche se non hai i soldi per pagarti una retta alla Berklee.

E ci sono un sacco di nuove cose che bollono in pentola…

Personalmente come musicista sto sperimentando con suoni e ritmiche, per ottenere delle cose originali per mezzo di un set a quattro rullanti, nessun tom, pochi piatti, computer e batterie elettroniche. La musica elettronica è secondo me uno dei pochi generi dove al giorno d’oggi puoi fare un po’ quello che ti pare e non sei vincolato a schemi di comportamento fissi. Un po’ quello che era il jazz 50 anni fa.

Elencaci i tuoi cinque album preferiti di sempre.

The Queen - Live Killers; Jaco Pastorius - Invitation; Michel Camilo - Suntan; Bill Meyer - Images; Chet Baker - She Was Good to Me (Gadd suona lo swing in quarti!!!).

Film e libri preferiti?

ADORO Stephen King, Ken Follet, Dan Brown, Dino Buzzati, Umberto Eco, romanzi storici, fantasy, fantapolitica, fantascienza: quando ho tempo leggo molto. Leggo anche la Bibbia, filosofia e qualsiasi cosa sia scritta bene e trasmetta qualcosa di positivo su cui pensare. Mi piace molto leggere in lingua originale. Odio il gossip. Tra i migliori libri mai letti: Ken Follett - I pilastri della terra; Wilbur Smith - The River God; Stephen King - The Dark Tower Series; Wilbur Smith - Monsoon; Stephen King - It; Leon Uris - Exodus; Leon Uris - Haj.

Amo i film e devo ammettere che raramente riesco a vederne uno senza fare almeno un esercizio tecnico; li chiamo “esercizi da film”: sono quegli esercizi che devi fare semplicemente per ore e che davanti ad un buon film perdono la loro noiosità ma non la loro efficacia. Esempio: posso vedere un film di due ore studiando per tutta la durata il controllo delle singole dita della mano sinistra. Vedi Secret Weapons di Jojo Mayer, circa 40 minuti dall’inizio del primo DVD. I miei film preferiti: Schlinder’s List, Blade Runner, Matrix, C’era una volta in America, Quei bravi ragazzi, L’attimo fuggente, Forrest Gump.

Un genio e un eroe per te. Facci due (o più) nomi e, se ti va, spiegaci perché.

Eroi

Buddy Rich: il numero uno della tecnica. Lui sarà sempre il primo.

Mohandas Gandhi: numero uno che dimostra come la mente, il carattere e le buone intenzioni di una persona possono cambiare il mondo

Geni

Dom Famularo: ha isolato la vera teoria delle tecniche (non esiste una tecnica sola), le differenze di fulcro e di scuola di pensiero.

Jojo Mayer: il primo ad eseguire con maestria tecniche che quasi nessuno si era mai soffermato a studiare con diligenza.

Johnny Rabb: l’unico vero inventore di una tecnica nuova, la freehand.

John Bonham: il primo a usare una ritmica complessa e originale in un genere musicale che già allora era trito e ritrito; lui ha fatto qualcosa di unico ritmicamente.

La volta che ti sei sentito fiero di appartenere al consorzio umano:

Quando è stato eletto il primo presidente di colore in America.

La volta che ti sei vergognato di appartenere al consorzio umano:

Quando vedo che le differenze tra le persone quali colore, razza, credo religioso o anche semplicemente stile musicale vengono usate per mettere un gruppo contro l’altro. Il bello della vita e di questo fantastico mondo è appunto la diversità. Non vorrei vivere in un mondo dove l’unico ritmo permesso è il due quarti di una marcia per soldati che vanno in guerra.

Il gruppo dei tuoi sogni sarebbe formato da te alla batteria…(completa la formazione)

Jaco Pastorius al basso che si alterna con Squarepusher: uno solista, l’altro accompagna, ma quando si fa slap entra Marcus Miller; nel Jazz Ron Carter; per l’“all around” chiamerei il mio attuale bassista, Fufo Serra. Il bassista per me fa la differenza.

Kenny Kirkland alle tastiere ma Chick Corea al piano.

Miles Davis alla tromba ma nelle ballads c’è Chet Baker con la sordina.

Al sax probabilmente David Sanborn per la roba più cattiva e Dexter Gordon per le ballad.

Al trombone Giorgio Giovannini.

Alle percussioni Carlo Bellotti per roba standard e commerciale, Trilok Gurtu per roba più strana, Naco per roba etnica, in duetto con Candelo Cabesa.

John Scofield alla chitarra per le armonie su pezzi un po’ meno commerciali, alla ritmica e armonie per pezzi più standard il mio chitarrista Angy Zoggia. Alla solista Steve Vai ed Eric Clapton.

Alla voce un trio: Frank “The Voice” Sinatra, James Brown e Mariah Carey. Aggiungerei EMINEM (Marshall è un grande) per il rap. Sting, Angy Zoggia e le Supremes ai cori.

Se dovessi suonare con un altro batterista sarebbe Sergio Bellotti: con lui si può suonare e due batterie diventano una cosa che ha un senso, non una gara di bravura.

Alle macchine, sequencers ed effetti Venetian Snares con Brian Eno.

Il tutto condito dall’arrangiamento di Quincy Jones.

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