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Il questionario di Ritmi – Intervista a Giulia “Nc” Lazzarino
di [user #24420] - pubblicato il

Batterista, neo-assistente veterinaria con la passione per i cavalli, grafica illustratrice, narratrice precaria: questo recita il biglietto da visita dell’ospite odierna del questionario. L’intervista di Giulia, la prima donna ad aver risposto alle nostre domande, capita in uno dei momenti più tristi di questa tristissima congiuntura storica, pregna di un gerontomaschilismo squallido e mortificante, imposto soprattutto dall’alto. Facciamole capire che qui tira un’altra aria e accogliamola come si conviene.

Come e quando hai iniziato a suonare la batteria?

Ho iniziato per gioco, sfida, caso o per meglio dire necessità: non sono mai riuscita a stare ferma per più di un quarto d’ora di seguito, e spesso ai tempi della scuola (15-16 anni) in classe la mia naturale indipendenza degli arti iniziava a diventare un serio problema: al giovane astro nascente dell’iperattività venne consigliato (da alcuni sedicenti esperti di comportamenti adolescenziali), di catalizzare quell’energia in eccesso attraverso la pratica dell’attività sportiva o di uno strumento musicale, per migliorare concentrazione e meglio incanalare tali presunte capacità espressive. Due pomeriggi dopo la “diagnosi”, l’adolescente difficile venne ripescata in una cantina dalle pareti scrostate, intenta a percuotere piatti e tamburi dell’orgoglioso proprietario, con tanto di maglia dei Megadeth addosso e nastro dei Metallica che girava in loop nello stereo. Fu l’inizio della fine.

Che formazione didattica hai avuto?

Parlare di formazione didattica, riferendosi al periodo in cui ho iniziato a percuotere le pelli io, potrebbe definirsi piuttosto azzardato. In quegli anni potevi soltanto permetterti di studiare sui libri di scuola, provare ad essere un musicista era qualcosa di assolutamente inadeguato e incompatibile con la formazione scolastica primaria e secondaria: l’unico strumento che mi venne consentito di suonare fu l’Aulos soprano n°302 (ancora ne ricordo i fischi snervanti durante le indescrivibili flautate collettive dell’ora di musica in terza media). Di conseguenza le uniche maniere per impratichirsi dietro le pelli erano lo scrocco o il subaffitto (di nascosto) di un box, suonare dietro ai dischi percuotendo con le bacchette elenchi telefonici e pagine gialle finché non sanguinavano le mani, assistere alle prove di musicisti più fortunati o dotati, andare fisicamente ai concerti e “rubare con gli occhi” dai più meritevoli: una volta ottenuta l’opportunità di entrare a far parte del primo gruppetto di ragazzini scatenati (gli Hideout, band di cui ancora serbo il tenero ricordo corredato di poster e demotape su musicassetta), ho potuto iniziare a prendere confidenza con il palco, le situazioni live, e comprendere la fondamentale differenza tra lo studio di registrazione, la pratica sullo strumento e l’approccio sul set dal vivo. Quel “tutto” (o niente) che so, l’ho imparato esclusivamente sul campo. Negli anni ‘80-‘90 non c’era YouTube, non c’erano i social networks da sovraccaricare, nessuno aveva X Factor, non esisteva il tritacarne deleterio dei talent show e nemmeno il sovrannumero che c’è adesso, non c’era la preziosa e abbagliante campana di vetro delle scuole di musica specializzate (e le poche che c’erano avevano costi insormontabili per noi “piccoli”) che inglobavano i pochi fortunati, e noi ragazzini appassionati, per “farci vedere”, le opportunità dovevamo procurarcele dal vivo, lottare per cercarcele esclusivamente tramite confronto diretto (jam sessions, feste in piazza, manifestazioni dedicate a gruppi emergenti, laboratori di musica organizzati dalle associazioni culturali etc.).

Verso il 17esimo anno di età sono finalmente riuscita a permettermi una vera e propria formazione didattica da privatista, tramite il maestro Steven Wilson e il supporto di mio padre, che tradito dalla sua ben celata anima rock, una sera si ritrovò a far da pubblico durante una delle migliori performance degli Hideout. Sorpreso e intenerito dalla mia forza di volontà e dai miglioramenti che avevo fatto sullo strumento (da sola di nascosto e contro il suo volere) mi accordò lo status ufficiale di “batterista finalmente approvato dalla famiglia”, finanziando parte della mia formazione e partecipando attivamente alla scelta della mia strumentazione (una delle prime Mapex serie Venus, comprata nuova a suon di sacrifici estivi). Successivamente a Wilson, ho avuto il piacere e il privilegio di essere perfezionata sulla teoria, coordinazione e lettura dal Maestro Angelo Bordonaro e sulla tecnica e l’impostazione sul set dal jazzman romano Carlo Battisti. Hanno contribuito a questo processo di miglioramento tecnico-espressivo con preziosi consigli, interessandosi alla mia attività di musicista, professionisti come Piero Monterisi e Marco Rovinelli. Per il 2010/2011 la mia scelta didattica andrà invece a favore dell’ottimo Free Drumming Studio di Roberto Pirami.

Chi sono stati i tuoi primi punti di riferimento?

I batteristi “delle band”. In un’epoca senza YouTube i batteristi più in voga erano quelli che si presentavano live con le grandi band: Dave Weckl, Steve Gadd, Stewart Copeland, John Bonham, Peter Erskine, Gavin Harrison, il visionario e bistrattatissimo Ginger Baker e in un secondo momento, quando subentrò l’amore sconsiderato per la Dave Matthews Band, l’inimitabile e quadratissimo Carter Beauford.

E ora? Chi sono i batteristi, o più in generale i musicisti, che stimi maggiormente e che influiscono sul tuo approccio allo strumento e alla musica in generale?

Difficile metterli tutti in fila perché sono parecchi, e ognuno di loro possiede un pregio speciale degno di essere menzionato: da musicista, la qualità che sto cercando di ottenere è la versatilità, la predisposizione ad interpretare generi diversi, la capacità di “entrare dentro ciò che si sta suonando”, diventare la batteria, sentire le vibrazioni giuste sulla pelle, assaporare l’essenza del pezzo incarnandone l’andamento, scavalcando la scomoda posizione dello sbattipentole dalle velleità esibizionistiche o circensi, per divenire un amalgama completo e complementare della sonorità globale:

Adoro la macchinosa, impeccabile velocità mischiata alla spaventevole tecnica di Marco Minnemann.

Impazzisco per la versatilità musicale e la verve del nostro Tullio De Piscopo.

Considero uno spettacolo per gli occhi e un balsamo per le orecchie il modo di muoversi e di interagire con il set di Mike Johnston e Benny Grabb: ogni clinic o lezione sembra un piccolo viaggio all’interno di un micro-mondo sonoro ogni volta differente.

Non posso non inchinarmi di fronte alla totale completezza di Buddy Rich: la leggenda del ritmo, l’incarnazione della “totalità tecnico-espressiva” cui dovrebbe ambire la maggioranza dei musicisti.

Resto sempre ad osservare con occhi sgranati dall’ammirazione le performance di Jojo Mayer e Johnny Rabb: innovatori dalla tecnica indiscutibile e dal drumming sempre più accattivante.

Ammutolisco di fronte alla perfezione di Dave Weckl e Billy Cobham.

Ammiro (e non nascondo che spesso nel mio piccolo cerco di replicarle) la “pasta sonora”, il modo di colpire, il groove e le scelte ritmiche raffinate e potenti di Jordan Richardson, soprattutto quando si esibiva dal vivo con Ben Harper.

Mi piacerebbe incontrare il “re del movimento” Dom Famularo, per farmi rimettere a posto una volta per sempre la mano sinistra.

Rabbrividisco di fronte a Gavin Harrison che esegue le sue incredibili scomposizioni ritmiche con la dovizia di un orafo e l’eleganza di uno stilista: attualmente il mio cuore da groover è quasi totalmente proteso verso di lui. Adoro osservare, ascoltare e prendere spunto da troppe cose, dalle mani del didatta avanzato fino alle cavalcate di doppio pedale del ragazzino del pub, che mette il suo cuore sopra il set: osservando senza erigersi sul piedistallo dell’arroganza si può venire in contatto con numerose, interessantissime realtà, e magari accorgersi che nel proprio piccolo ogni musicista, se nessuno sporca o attenta alla sua opportunità di esprimersi, ha un universo da offrire.

Ricordi qual è stato il tuo primo ingaggio?

Come potrei dimenticarlo? Una storia alla “Stand by Me” di Stephen King: tre ragazzini scatenati assistettero casualmente ad una mia performance batteristica in una nota sala romana (punto di ritrovo per ragazzi divorati dalla musica ma scarsamente facilitati a praticarne, cosa che noi eravamo al tempo) spiando dietro il doppio vetro della porta; una volta uscita dalla sala, goffa, buffa, timida e infagottata in abiti oversize, mentre riponevo le bacchette nella sacca, venni apostrofata da un curioso ragazzino glam con un: “Ti andrebbe di suonare con noi? Stiamo mettendo su una band, abbiamo scritto dei pezzi, non sappiamo che genere sia, ma vorremmo fosse rock. Stiamo cercando un batterista, credo che tu potresti fare al caso nostro.” Due giorni dopo, in un baretto da studenti in quel del quartiere romano Nuovo Salario, quattro bicchieri tintinnavano all’unisono in nome della neo formazione dei mitici Hideout.

Qual é la tua filosofia circa l’utilizzo della doppia cassa (o del doppio pedale)? Chi sono i batteristi che ti hanno influenzato in questo senso?

Non mi piace parlare di filosofia della doppia cassa o del doppio pedale contrapposta a quella del pedale singolo, preferisco vederli didatticamente come una sorta di utilissima estensione complementare dell’estremità inferiore degli arti: si può applicare più o meno tranquillamente ai piedi la tecnica che si usa per le mani.Certo la doppia cassa è qualcosa che affascina visivamente molti groovers, anche se non è esattamente sinonimo di comodità. Inoltre, questo è un tipo di studio che offre diversissimi spunti che poi possono essere applicati su vari tipi di stili, non a caso anche alcuni raffinati batteristi pop pare ne abbiano riscoperto recentemente l’uso. Il problema è l’utilizzo che ne viene fatto, ovvero quei classici tappeti e cavalcate tipicamente speed metal che sembrano essere l’unico motivo per comprare un doppio pedale. Comperare e pretendere di usare bene un doppio pedale, dopo aver cominciato a suonare la batteria da poco (magari da autodidatti), e quindi senza avere un controllo totale sul pedale singolo, lanciandosi in palate d’elicottero e crivellate di colpi senza fine, può compromettere la riuscita di un groove lineare, senza intoppi di sorta. Credo che sia stato questo tipo di utilizzo a generare la diatriba ancora aperta sull’uso di questo strumento: spesso se ne abusa, anziché vederlo come un qualcosa di utilmente aggiuntivo perfezionandone la tecnica, e si fa a gara “a chi decolla di più”. Credo si dovrebbe ragionare come se fossero due mani e, concettualmente parlando, evitare di suonare “a elicottero”: sarebbe come eseguire un brano con un fraseggio su rullante a colpo singolo e costantemente piatto. Ma questo un ragazzino fissato coi primi Metallica o con i favolosi Slayer dei tempi di Dave Lombardo (quale io stessa sono stata) non può saperlo. Fortunatamente uno dei vantaggi di questo secolo così musicalmente strano, è il fiorire di insegnanti tecnicamente ed umanamente sempre più preparati, che spiegano la tecnica dei piedi come potrebbero insegnare quella delle mani. I mentori di questa tecnica che ho tanto osannato, sono stati appunto Dave Lombardo, in un secondo momento Virgil Donati (quando ho capito che con i piedi si potevano ugualmente eseguire rulli, drags e figure ritmiche ben definite) e uno dei batteristi storici dei Death, Gene Hoglan.

Che strumentazione utilizzi? Sei endorser di qualche marchio in particolare?

La strumentazione che utilizzo da un po’ di tempo a questa parte è l’opera sorprendente di Paolo Zuffi, l’artigiano italiano che ha messo un materiale difficile come l’alluminio al totale servizio della sonorità di rullanti e batterie: il set che ha realizzato e customizzato per me (un set studio laccato di rosa che comprende una cassa 22”x16”, tom da 10”x8” e 12”x9”, floor tom da 16”x16” e snare da 13”x5,5”) è infatti interamente costruito con questo materiale, una lega dalle qualità veramente inaspettate soprattutto per un’ex cultrice dei legni come me; sono endorser del marchio Vibe Drum da due anni, e devo dire di essermi trovata veramente a mio agio sia per la vasta gamma di sonorità che questi strumenti riescono a tirar fuori se suonati in una certa maniera, sia per quanto riguarda la loro versatilità (sono diversamente ottimi sia per il live che per le registrazioni in studio). Per i piatti la scelta è molteplice, non prediligo una marca in particolare, al momento dispongo di tre set che alterno a seconda delle situazioni in cui mi trovo a suonare: uno totalmente artigianale martellato a mano, a cui sono particolarmente legata, dalle sfumature calde e intense, (altra prova di fiducia targata Carlo Battisti), un set standard della Ufip per quanto riguarda il rock, e un elegante corredo da studio firmato Anatolian (ultimamente mi trovo particolarmente in sintonia con questa marca) opportunamente arricchito da splash di misure diverse. Per quanto riguarda le bacchette mi sono sempre tenuta sul classico:Vic Firth 7AN, Pro-Mark 7A, Regal Tip o Vater, oscillando dal n5 al n7 per via dei miei polsi estremamente fragili e sottili, fino a un anno fa, quando la Drum’s Line, azienda di produzione artigianale di bacchette in fibra di carbonio, mi ha fatto provare i suoi prodotti dei quali rappresento tuttora il marchio.

Quali credi che siano i punti di forza del tuo drumming?

Credo molto, come ho più volte ripetuto nelle risposte precedenti, nella versatilità intesa come capacità di adattamento e reazione, interpretazione e attenzione: capacità di interpretare uno o più generi con la giusta intenzione, ascoltando e cercando di “diventare” il suono del pezzo (se si è in studio) o captando in maniera reattiva e immediata quello che succede sul palco (quando si è live); spesso l’errore che molti tendono a fare, e nel quale a volte sono caduta anch’io, è quello di “isolarsi” perché troppo presi dalla trance mistica in cui spesso il batterismo fa cadere il musicista con troppo cuore (o voglia di apparire?) perdendo quindi il senso del palco, del silenzio (perché la musica è anche saper tacere, carpire il momento, creare atmosfera in quello indicato), dell’interazione o dell’amalgama. Come punto di forza principale sto cercando di estendere e potenziare questo tipo di sensibilità musicale attraverso la sperimentazione di più generi: questa caratteristica, unita al modo di suonare “quadrato” e pulito che dicono mi caratterizzi soprattutto in studio e all’utilizzo di un certo tipo di fills che mi piace “far rotolare” in alcuni momenti sul set, credo possa essere il mio punto di forza; logicamente se si perde il gusto della musica, suonando senza divertirsi o soltanto per “farsi vedere”, o dando il massimo solo nelle situazioni “decenti”, tutto questo scompare all’istante. Credo sia importante dare sempre il massimo, di fronte a duecento persone come di fronte nessuno, suonare per se stessi, regalando al pubblico la soddisfazione di chi fa musica per il gusto di fare musica, perché non può farne a meno. Il sorriso e la semplice umiltà di chi fa qualcosa che lo fa stare troppo bene, credo non abbiano prezzo. Buddy Rich e Gene Krupa ne sono stati l’esempio vivente.

Riesci a vivere di musica?

Non avrei mai immaginato un giorno di poterlo dire, anche perchè lo spirito (e la lotta che ho dovuto sostenere solo per avvicinarmi per passione allo strumento) con cui ho cominciato non era minimamente volto a questo tipo di intento, però devo ammettere che ultimamente la musica ha contribuito in maniera abbastanza significativa al mio sostentamento personale, e non finirò mai di ringraziarla! Questo non significa che io suoni esclusivamente per il fine universale della pecunia, o che riuscirò per sempre a vivere di sola musica: sarebbe il lieto fine di una bella favola e la realizzazione inaspettata di un sogno, ma per le persone come me, che hanno avuto la fortuna (o la disgrazia?) di crescere e formarsi contando unicamente sull’aiuto delle proprie forze e su una passione dalle radici disperate (e senza l’ausilio di nessun santo in paradiso), in questo periodo storico, con i fondi nulli che girano in Italia per sostenere e diffondere tutto ciò che riguardi la musica, e con questa fantomatica “crisi” (che ancora non riesco a spiegarmi come mai continui a colpire solo i meno abbienti e gli onesti lavoratori) credo sia impossibile... anche se la speranza è l’ultima a morire.

In cosa sei impegnata al momento? E quali sono i tuoi progetti futuri?

Al momento sono impegnata nel migliorarmi, nel mettermi continuamente in gioco confrontandomi con musicisti, professionisti e didatti sempre diversi e a loro modo speciali; studio molto le mani, registro spesso video o audio di prove ed esercizi per riascoltarmi e rivedere la posizione sul set ed eventuali pecche, cerco di stare tecnicamente e spiritualmente al passo con ciò che sento ai concerti; rubo con gli occhi dai grandissimi (alle clinic, nelle fiere cui spesso sono presente con lo sponsor e tramite DVD didattici o le ottime YouTube lessons di Mike Johnston e Gigi Morello) e cerco di unire le mie forze a quelle di altri appassionati come me. Un progetto futuro, che spero tanto riesca a prendere il volo, è quello di riuscire a mettere su (o collaborare) con una struttura didatticamente competente, con insegnanti scelti personalmente oltre che per la tecnica, anche per qualità umane come l’umiltà e la capacità di trasmettere davvero qualcosa agli allievi, doti che si danno spesso per scontate ma che non sono mai così naturali, e in grado di potersi occupare in maniera professionale e accurata delle persone appassionate o di talento, che per motivi economici non possono permettersi una formazione adeguata. Qualcosa che non venda fumo, che non si spacci per ciò che non è, che non faccia inutili guerre tra poveri con altri batteristi, che corregga davvero lacune e pecche tecniche e non si prenda gioco degli allievi proponendo metodi di utilità discutibile. Una filiale romana della GM Drum School incarnerebbe perfettamente questo ideale.

Per quanto riguarda l’attività live e studio sono invece impegnata su più fronti: collaboro con diverse realtà, da quelle cantautorali a quelle teatrali, passando per il pop-punk, il rock e l’indie, senza tralasciare un recente ingaggio in una big-band; non mi faccio mancare niente, anche se per carattere preferisco evitare di vantarmi sciorinando nomi: l’unico modo che mi piace adoperare per far valere la sostanza di tali progetti è il palco. Sicuramente ci saranno novità interessanti... preferisco non smorzare l’effetto sorpresa e lasciare agli appassionati il compito di scoprirle.

Elencaci i tuoi cinque album preferiti di sempre.

The Queen - Innuendo; The Police – Reggatta de Blanc; The Buddy Rich Big Band - Mercy, Mercy; Ozric Tentacles – Pungent Effulgent; Ben Harper – Burn to Shine.

Film e libri preferiti?

Per quanto riguarda l’universo lettura e film, ammetto di essere veramente una drogata: leggo di tutto e di più , qualunque libro non riesce a durarmi più di 24 ore. Adoro tutto ciò che sia narrativa contemporanea o moderna (indifferentemente dal periodo storico), saggistica, filosofia (Karl Jaspers, Arthur Schopenhauer, Frédéric Pagès) e spesso mi perdo in testi di biologia, veterinaria (John Medina “Il cervello, istruzioni per l’uso”, Ridley Matt “Francis Crick, lo scopritore del codice genetico”) etologia e molto altro (John Lloyd & John Mitchinson “Il libro dell’ignoranza sugli animali”, Konrad Lorenz “L’anello di Re Salomone”, Patrizia Carrano “L’ostacolo del cuore”); per quanto riguarda la prosa divoro alternativamente e indifferentemente Buzzati (“Un amore”, “60 racconti”, “Il segreto del bosco vecchio”), Calvino (“Marcovaldo”, “Il sentiero dei nidi di ragno”, “Il castello dei destini incrociati”), Ammanniti, Lucarelli, Camilleri, Giordano, Tarchetti (“Fosca”), Pirandello, Zola (tutta la saga dei Rougon-Macquart), Thomas Mann, Hesse (“Le affinità elettive”, “Narciso e Boccadoro”) Daniel Pennac, Josè Saramago (riscoperto ultimamente, e grande perdita per il mondo letterario) il vecchio Stephen King, Queneau (da “I fiori blu” a “Esercizi di stile”), per il versante “nuovo mondo americano” non potrei non citare i meravigliosi Kerouack e John Steinbeck (“Uomini e topi”): nel mio minestrone interculturale si può trovare veramente di tutto, e questo paragrafo di risposta non basterebbe. Per il momento mi accontento di affermare che il mio profeta moderno resta l’inarrivabile Chuck Palahniuk.

Per la filmografia potrei dire lo stesso: guardo e mischio di tutto con la medesima curiosità che applico nella lettura dei libri; nella mia “videoteca alternativa” si può trovare parecchio Truffaut (“Jules e Jim”, “I quattrocento colpi”, “L’amore fugge”, “Adele H”, “La signora della porta accanto”...), Polanski (“Il pianista”, “La morte e la fanciulla”, “Frantic”), Lumet (“Quel tipo di donna”, “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, “Equus”), Quentin Tarantino, tutta la filmografia Disney\Pixar, moltissime raccolte documentaristiche del National Geographic... anche qui, non posso elencare tutto perché non basterebbe lo spazio. Amo l’arte in tutte le sue forme.

Un genio e un eroe per te. Facci due (o più) nomi e, se ti va, spiegaci perché.

Eroi: Buddy Rich, semplicemente il numero uno. Gene Krupa, una leggenda. Rita Levi Montalcini, Capo Giuseppe (tribù dei Nèz Perché – Oregon, 1840) Giovanni Falcone; in verità non sono un tipo molto incline alla mitizzazione o all’idolatria, prediligo decisamente di più la figura dell’antieroe.

Geni: Albert Einstein, Andy Warhol, Malcolm X, Leonardo, Kary Mullis (surfista, contestatore, sperimentatore dell’LSD e inventore della PCR, la tecnologia biologica più importante degli ultimi 100 anni, che gli balzò in mente mentre guidava); John Bonham, l’inimitabile eccentrico stravolgitore delle ritmiche standard.

La volta che ti sei sentito fiero di appartenere al consorzio umano:

Normalmente non vado molto fiera di essere un bipede e spesso mi vergogno della mia stessa razza, molte più volte di quante possa invece andarne fiera: eppure ogni volta che qualche ricercatore sperimenta una nuova cura per un morbo infernale, o qualche missionario di pace decide di sacrificare la sua vita in nome del benessere di persone meno fortunate, o quella volta che uno dei veterinari con cui collaboro ha salvato una cavalla da morte sicura tamponandole un’emorragia con il gomito... ogni volta che l’essere umano si riscopre capace di amare o fare qualcosa di veramente pulito e privo di tornaconto personale, mi sento fiera di appartenervi.

La volta che ti sei vergognato di appartenere al consorzio umano:

Me ne vergogno talmente spesso che risulta quasi meno difficile elencare le volte in cui non mi vedo costretta a vergognarmene: eccidi, violenze, pedofilia, razzismo, infanticidi, mafia, disastri ecologici, vivisezione... credo possa bastare, anche se l’elenco sarebbe ancora più lungo.

Il gruppo dei tuoi sogni sarebbe formato da te alla batteria…(completa la formazione)

Non ho mai pensato a una formazione ideale, non mi piace calcolare troppo o perdermi in sogni irrealizzabili: sicuramente Ben Harper alla chitarra, Jaco Pastorius al basso, tripletta di batterie con me, Omar Hakim e Stewart Copeland, voce Freddie Mercury e Miles Davis alla tromba. Chissà cosa ne uscirebbe...

giulia lazzarini interviste
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Giulia Lazzarino
Vibe Drum
Drum’s Line
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