PRS 305
E' credenza comune che i suoni delle chitarre elettriche sul mercato si dividano nelle grandi famiglie costituite da strumenti con single coil e strumenti con humbucker. Ne conviene che, a grandi linee, ci siano i cosiddetti timbri fenderiani e gibsoniani. Poi qualche osservatore più sottile pensa ai legni e i ponti, e allora entra in ballo un tuttora non meglio definito suono Ibanez, finché un altro produttore lancia sul mercato delle chitarre con humbucker e diapason ibrido tra quello da sempre associato a Fender e quello Gibson, e nasce il suono PRS. Tutti felici, finché questo signore non decide di mettere in commercio una chitarra con scalatura da 25,5 pollici, tipicamente Fender, con tre single coil, tipicamente Fender anch'essi, e con un body in ontano, manco a dirlo uno dei legni preferiti da Fender, e la fa suonare sempre e solo come una PRS.
Viene da chiedersi da cosa nasca questa strana alchimia propria delle chitarre di Mr. Paul Reed Smith: quando se ne imbraccia una, che la si ami o la si odi, è impossibile negarne l'ergonomia e scorrevolezza, come è impossibile non riconoscere un certo timbro sempre presente in ogni modello della casa.
Si tratta di una voce gutturale e profonda che, per qualunque fascia di prezzo o peculiarità del singolo modello, dice al chitarrista: "quella che stai imbracciando è una PRS".

Non è detto che ciò sia assolutamente una nota a favore, probabilmente qualcuno odierà quel sempre presente inspiegabile timbro inevitabilmente tirato fuori dall'ultima SE come dal top delle Private Stock, ma è innegabile che queste chitarre abbiano una voce propria, e la 305 non è da meno.
Erroneamente considerata da parte della critica come una reinterpretazione della Stratocaster, la PRS 305 costituisce la prova definitiva del forte carattere del marchio e non può evitare di abbattere ogni certezza precedentemente acquisita dal chitarrista medio, di quelle che associano il suono di una chitarra a precisi fattori costruttivi.
La 305 adotta un manico in acero dal profilo Regular. La tastiera, disponibile sia in acero, sia in palissandro, è adornata dalle solite sagome d'uccello in madreperla poste tra un fret e l'altro, di quelli già montati sulla PRS 513. In effetti questa chitarra condivide con la 513 molti fattori, come anche i pickup: tre single coil uguali a quello montato in posizione centrale sulla 513 sono qui in tutte e tre le posizioni.

Completano il quadro delle caratteristiche il corpo in ontano, il selettore a cinque posizioni, le meccaniche autobloccanti PRS 14:1 Phase II, il ponte tremolo PRS e un diapason da 25,5 pollici.
Molti fattori farebbero pensare a uno strumento del tutto simile a una Stratocaster, ma il pesante e solido blocco di legno con manico incollato esprime una personalità tutta sua fin dal primo momento, risultando in una serie di suoni paragonabili solo a quelli prodotti da più chitarre diverse, ora chiaramente fenderiane sulle posizioni mediane, ora senza dubbio ispirate a un P90 quando si seleziona un pickup alla volta e alla fine adatte come un humbucker se si va in overdrive.
Viene da chiedersi dove sia il cuore di questo strumento. Che sia davvero solo un sapiente utilizzo dell'elettronica? Una volta caduti gli humbucker e la scalatura ibrida cosa resta per conservare certe timbriche così riconoscibili? Il volo d'uccello sulla tastiera?

Nella beata ignoranza che tanto cara dovrebbe essere a ogni chitarrista stanco di arrovellarsi circa il funzionamento dei suoi strumenti non resta che agguantare un jack, infilarlo nel primo amplificatore messo a disposizione dal Centro Chitarre di Napoli che, ancora una volta, ha reso possibile questa prova, e dare il via alle danze.
In questi casi si bada poco al resto della strumentazione: ci si trova davanti a una signora chitarra che poco ha da chiedere al resto del setup per fare colpo, basta quindi affidarsi al canale bright di un buon Peavey Classic 50 e al suo distorto per passare un buon quarto d'ora.
Talvolta non servono neanche le mani buone per identificare la firma di Paul Smith, anche se effettivamente farebbero comodo, in quanto la chitarra, dopo l'entusiasmo iniziale, si rivela piuttosto difficile da gestire. Un cavallo imbizzarrito di clean cristallini e con una definizione tale da non perdonare nessuna nota suonata a metà. Le tre lunghe lingue di gatto nere poste sotto le corde presentano un'ampia riserva di dinamica, si prestano ottimamente a giocare con i volumi e i toni ma, per gli stessi fattori appena annoverati come doti, possono rappresentare un incubo per un chitarrista poco preciso non dotato di un buon compressore o dell'immancabile serie di delay e riverberi atti a celare le saltuarie imperfezioni.
Una punta d'amarezza arriva anche quando, nella plettrata, ci si rende conto che il pickup centrale è un po' troppo invadente in quella zona. Naturalmente il fastidio dipende dalla posizione in cui il chitarrista usa plettrare, ma chi trova antipatici i normali single coil centrali delle Stratocaster o delle Ibanez RG odierà questo lungo ospite incomodo steso lì a contrastare il suo gioco di polso.
Sicuramente buona parte della timidezza espressiva - se così è giusto definirla - provata dal musicista all'approccio con la 305 è data dal connubio tra un prezzo importante, di poco inferiore ai 3mila euro, e una vernice bellissima e sottile, appena opaca a dare l'impressione di uno strumento con molti anni alle spalle, che però dà anche l'idea di essere piuttosto delicata.

L'estetica è, come sempre, impeccabile. La cura dei dettagli è maniacale. La scelta dei legni per qualità e bellezza è eccelsa.
Su questo versante niente di nuovo, mentre è tutto da scoprire il suono, con le sue numerose sfaccettature e la capacità di essere plasmato in forme che, restando sempre nell'amato ambito del vintage e di sonorità mai troppo distanti dalle epoche che hanno consacrato i maggiori idoli di ogni chitarrista, non fanno rimpiangere altre - apparentemente - più versatili configurazioni elettriche sfoggiate dalle solite chitarre-simbolo, soddisfacendo nella ricerca di suoni ora caldi e ricchi di sustain da usare in un trio jazz, ora scoppiettanti di timbrica funky e ora rabbiosi, definiti e piacevolmente resistenti ai rumori di fondo.
Mentre il mondo viaggia inesorabile verso l'informatizzazione con oceani di soluzioni alternative per scolpire suoni vecchi e nuovi, PRS continua a stupire con quello che sa fare meglio, ovvero scegliere legni di qualità e montarvi bobine capaci di lasciare ogni volta a bocca aperta.