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Allan Holdsworth in concerto
di [user #17844] - pubblicato il

Vedere Allan Holdsworth suonare è un'esperienza ben al di là del semplice intrattenimento, assistere a un concerto del suo trio è qualcosa di più vicino a un viaggio introspettivo nei suoni e nelle forme che non un freddo esame di uno stile ancora tutto da capire, frutto di una lettura dell'armonia totalmente personale.

Quando un chitarrista decidere di destinare una serata all'ascolto di un maestro del calibro di Allan Holdsworth, il suo istinto cleptomane prevale dal primo istante e questi decide di prepararsi psicologicamente a un concentrato di lezioni di strumento dal quale spiluccare spunti di ogni genere. Si presenta ai piedi del palco prima dell'inizio dello show cercando di scovare la chiave di un suono da sempre ricercato senza successo, finendo quasi sempre con lo stupirsi della semplicità della strumentazione usata. Poi va a sedersi e si posiziona in assetto da battaglia: aspetta come un cecchino l'arrivo del chitarrista, lo squadra da capo a piedi, guarda come tiene le mani sul manico, cosa fa coi pedali, come maneggia i potenziometri, e per tutto il concerto sta lì a contare le battute, a cercare di individuare le posizioni e le scale utilizzate durante gli assoli.

E' con questo spirito che quasi ogni chitarrista segue i concerti dei propri eroi, ed è con questo spirito che quasi ogni chitarrista si rovina questi concerti.
Talvolta tale pratica può risultare positiva, un ricco bottino di dettagli da sfoderare alla prossima jam session. In alcuni casi si riesce a rubare qualche frase intera dal chitarrista, le scale che usa sono ben note e si riesce a seguire un intero concerto con la soddisfazione personale di aver interpretato tutto ciò che le mani dell'artista andavano a fare. In altri casi invece bisognerebbe solo spegnere il cervello, dimenticare di essere chitarristi e godersi l'energia che uno show di qualità può trasmettere.
Anche il sottoscritto era caduto nella trappola per chitarristi cleptomani di cui sopra, e la possibilità di rubare qualche fraseggio da un vero genio vivente era una esca succulenta. Domenica 24 ottobre Allan Holdsworth si esibiva al Black Cat di Caserta, in uno show organizzato in grande stile dal Centro Chitarre di Cristiano Ceruti con la collaborazione di Ciro Manna e l'associazione Faremusica, e sentivo di non poter mancare.
Gli amanti del genere immagineranno cosa voglia dire trovarsi a pochi passi da un uomo destinato a entrare nei libri di storia della musica, un artista e studioso che ha sviscerato il nostro sistema musicale sino a piegarlo alla sua visione al fine di farne nascere suoni e armonie totalmente nuovi, conservando un gusto inconfondibile. L'ultimo che abbia fatto qualcosa del genere in modo così radicale, per quanto mi riguarda, è un signore chiamato John Coltrane, non a caso annoverato come una delle principali fonti d'ispirazione di Holdsworth.
Come Coltrane e gli altri geni di quel calibro, Allan sembra avere un rapporto conflittuale con il palco. Non pensa allo show, non ama i riflettori, resta in penombra sul palco, chiede al presentatore di non essere presentato. Quando il concerto inizia lui si limita a guadagnare la sua posizione, fa ciò che gli riesce meglio con la sua inseparabile Steinberger, e quasi non proferisce parola.
Da un professionista osannato di solito ci si aspetta consapevolezza di sé, padronanza del palco e scioltezza nei rapporti col pubblico, invece Holdsworth letteralmente non c'è, lui in quel momento è altrove, e usa la sua chitarra come tramite per restare in contatto con la realtà. Dal palco proviene ogni genere di suono, Ernest Tibbs al basso e Chad Wackerman alla batteria fanno un egregio lavoro nel seguire e nell'interagire con un Allan che al momento sembra trovarsi in una dimensione parallela.

Per quasi tutto il concerto i suoi occhi sono chiusi, l'espressione concentrata e le sue mani sembrano stregate. Il timido genio si trova nel suo habitat ora, ha trovato le parole, molte anche, e le esprime attraverso sei corde.
Allan non fa licks, non crea motivetti sugli accordi, lui parla, discute, comunica.
Bastano pochi minuti e tutto il desiderio di rubare frasi da riciclare svanisce. Si è allibiti e non si riesce a smettere di ascoltare quei discorsi, ora quieti e sereni, ora carichi di ansia e sofferenza.
I brani alternano momenti d'atmosfera che donano una sensazione di sospensione nello spazio e nel tempo ad attimi collerici, hard bop estremo con vere e proprie urla di chitarra, familiari a chi avesse mai prestato orecchio a composizioni audaci degli anni '50 e '60, talvolta sfocianti nel free jazz.
Ogni voglia di trattare quella condivisione di genialità come fosse un seminario da rivoltare come un guanto è un lontano ricordo. Nessuno dei presenti bada più alle assurde strutture dei brani, alle complesse funzioni armoniche sviluppate e ai fraseggi tecnici, tutti sono rapiti dall'onda di suono, un vortice di energia primordiale che arriva direttamente dalla chitarra di Allan Holdsworth e prende forza dal supporto di Tibbs e Wackerman, che lo seguono come un'ombra e assecondano i suoi virtuosismi come se gli leggessero nella mente.
Lo sfavillante mondo della chitarra, con i suoi elaborati tecnicismi ingabbiati in scale dalle forme ben precise e i licks pentatonici distribuiti come caramelle in ogni situazione, ha visto ben pochi geni del genere e difficilmente ne vedrà di più, quindi certe esperienze potrebbero apparire pazzesche per alcuni, magari incomprensibili.
Ma il genio è fatto anche di questo: comunica in un'altra lingua che forse nessuno riuscirà mai a comprendere pienamente, alcuni ne sono affascinati, altri impauriti, ma tutti riconoscono che accade qualcosa di unico.
Il genio è sempre legato fortemente al lato umano, talvolta estremamente diverso da come ci si aspetterebbe. Può addirittura accadere che questo porti a negare un bis perché convince di non aver offerto un'esperienza all'altezza delle aspettative, mal interpretando il silenzio del pubblico a fine concerto, per nulla indifferente, bensì attonito, sconvolto dall'intensità del lungo monologo al quale ha appena assistito, fatto di parole appartenenti a una lingua arcaica con radici nel più primitivo istinto dell'uomo. Parole che non si fermano alle orecchie, ma le aggirano per arrivare ben più in fondo.

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