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Life: Keith Richards e la sua vita
di [user #18572] - pubblicato il

"Posso riposare sui miei allori. Ho creato abbastanza casini nella mia vita, ci conviverò e vedrò come qualcun altro il gestisce. Non posso andare in pensione finché non schiatto”

In questa autobiografia, scritta insieme a James Fox e pubblicata in Italia da Feltrinelli, Keith Richards conferma la filosofia che ha animato la sua vita da pirata del rock, sempre sull'ottovolante, con alti e bassi paurosi. Un libro da leggere per molteplici motivi: per come è scritto, densissimo di date e di fatti, ma con lo stile di una chiacchierata di fronte ad una birra a tarda notte, e perché al di là della ricostruzione della vita sempre oltre del 67enne chitarrista e co-fondatore dei Rolling Stones, è un formidabile spaccato della cultura pop dell'ultimo mezzo secolo. Fa piazza pulita di leggende e dicerie e racconta gli Stones così come sono, socialmente pericolosi, immersi nel mito, prigionieri del loro gigantismo gestito con la logica dei teppisti da strada.


Questa costante corsa oltre i limiti, incurante ed immatura fino al limite del divismo, la si può notare in un racconto del 1975, quando Keith, Ron Wood, l'inquietante Freddie Sesser e la bodyguard Jim Callaghan le provavano tutte per sfuggire all'arresto, in pieno Arkansas, a bordo di una Chevrolet Impala gialla totalmente imbottita di stupefacenti, pannelli delle portiere inclusi. Droga e farmaci dappertutto, nei vestiti, nei cappelli. Richards descrive il tragicomico processo che ne scaturì ("la stagione di caccia agli Stones era stata aperta ai tempi dell'STP, lo “Stones Touring Party") e l'incredibile rilascio di tutti gli imputati. Episodio emblema di una vita con il piede sull'acceleratore a tavoletta, emblema di una socialità vittima della spropositata popolarità. La sua vita comunque è descritta per quello che è, Keith è figlio di una povera famiglia di origine Gallese, con una infanzia punteggiata dai bombardamenti e dalle macerie dei sobborghi Londinesi in cui si trasferirono i genitori. Coltello sempre in tasca, sempre, sia quando doveva farsi rispettare come bimbo più piccolo e fragile della scuola sia la volta che dovette far capire al grande organista Billy Preston, "il sesto Rolling Stone", che non poteva permettersi di suonare ad un volume maggiore del resto della band, relegandola al ruolo di accompagnamento. Stessa cura somministrata a Jerry Lee Lewis, che si permise di sentenziare che Charlie Watts suonava male la batteria. Ma nel libro c'è, ovviamente, molto altro.

Se qualcuno ancora ha dubbi su come le sostanze stupefacenti trasformino fino al limite la vita di una persona, dovrebbe leggere Life. Keith Richards descrive tutto senza censura: le droghe prese, le strategie sempre più elaborate per sballare, gli effetti devastanti. Pensate che anni fa in un’intervista dichiarò che, non sapendo più come poter sballare oltre, arrivò a fumarsi le ceneri di suo padre (dichiarazione poi ritrattata che nel libro non c’è). Ma lucidamente a volte, rendendosi conto della fin troppa esagerazione, si trovano anche gli estremi tentativi e il dolore tremendo che affrontò nella sua vita nel tentativo di disintossicarsi. Con la stessa brutale franchezza racconta i suoi amori dannati, dalle mille groupie tossiche e caritatevoli alle unioni con Anita Pallenberg (la cui degradazione chimica è scandita con terribile franchezza, tappa per tappa), con Patti Hansen e con la modella icona del Sessantotto Uschi Obermaier. Un concetto molto rock and roll di famiglia allargata, con il figlio Marlon chiamato negli anni Settanta a fare da assistente nei tour del padre, unico che potesse svegliarlo senza che Keith prendesse la pistola da sotto il cuscino.

Naturalmente in Life c'è la storia degli Stones, dai primi incontri al college fino ai trionfi di Satisfaction ed Exile Onstar a Main Street, il rapporto di odio-amore con Jagger viene sviscerato in tutte le sue trasformazioni nel corso degli anni, come pure le dinamiche all'interno della band (dalla "fratellanza" con Ron Wood, nonostante l'abuso di crack, alla malsopportazione per Brian Jones, piuttosto bistrattato). Una schiera impressionante di celebrità passa nei camerini delle Pietre Rotolanti in una sfilata paradossale, dai membri della Factory Warholiana alle top model, registi, pittori, gente che ha influenzato la moda, lo stile, le visioni di tre generazioni, restituita nella sua controversa umanità (sempre con ghigno sarcastico implicito) da Richards. Non mancano le rivalità sentimentali (a partire dal celebre quadrilatero Richards-Faithfull-Jagger-Pallenberg), i guai con la legge e con il fisco, in una vita rotolante, come una ruota lanciata provocatoriamente su un pendio la cui fine, presumibilmente un abisso, sembra non arrivare mai.
Un libro che racconta una vita sempre al limite e sopra le righe, vissuta attraverso il forte uso di droghe, con la convinzione di essere quasi immortale, intramontabile e del fatto di potersi ormai permettere qualsiasi cosa, alla continua ricerca della soddisfazione che nonostante tutto, non arriva mai.
Un libro che mi sento di sconsigliare a chi avverte il fascino del mito al di sopra di tutto, nella vana ricerca di un' emulazione: se è vero che Keith Richards, nonostante le sue innumerevoli trasgressioni, rimane pur sempre un personaggio magnetico, è altresì palese la contraddittorietà del suo stesso messaggio.

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