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Yamaha SR500 - Ops! L'ho fatto ancora
di [user #21617] - pubblicato il

Non si tratta di un riferimento a Britney Spears, Dio mi protegga, ma del fatto che ancora una volta ho ceduto al fascino di una matura signora giapponese. Chiaramente sto parlando di chitarre e nello specifico di una Yamaha Super R'nroller 500 che mi sono portato a casa qualche giorno fa, è una chitarra del 1978 conosciuta più comunemente come Yamaha SR500.

La chitarra è un copia di una Stratocaster della primissima produzione CBS, la prima Fat boy per capirci, e ne ricalca le caratteristiche principali: palettone, regolazione del truss rod alla fine del manico, selettore a tre posizioni.

Il corpo è in uno splendido frassino in due pezzi, la linea di giunzione è spostata verso l'alto di un paio di cm rispetto all'asse centrale ed è pressoché impercettibile: a un primo superficiale esame il body sembra in un pezzo unico. La finitura è in nitro natural blonde con le venature ben evidenziate ma non troppo, il battipenna bianco è molto aged ed è in tre strati a undici fori, l'ho pulito a lungo con il polish da carrozziere anche se, togliendo una delle manopole dei controlli, si nota come il bianco originale contrasti ancora parecchio con quello attuale. Le plastiche dei copri pickup sono ancora più aged, visto che sono quasi beige, mentre le manopole hanno conservato il bianco originale.

Il manico è in acero tagliato slab, non è che la cosa mi entusiasmi ma c'è da dire che sia lo spessore dello stesso, sia l'età dello strumento mi assicurano sulla sua stabilità: cambiando la scalatura delle corde da 009 a 011, il manico non si è assolutamente mosso e non ho avuto bisogno di intervenire sul truss rod. Il profilo del manico è un generoso “C” che riempie bene la mano e che mi ha dato subito un ottimo feeling: è scorrevole e mi ci sono trovato subito a mio agio.

La tastiera è in acero con dot segnaposizione neri, i 21 tasti jumbo sono in splendide condizioni nonostante la chitarra sia stata parecchio usata a giudicare dalle condizioni della verniciatura del retro del manico che si è parecchio assottigliata. Il confronto con la verniciatura della paletta mi conferma questo fatto. Le meccaniche sono marchiate Yamaha Japan, il seriale punzonato sul retro della paletta mi conferma che l'anno di produzione è il 1978 e il logo sul fronte, cubitale nelle sue dimensioni, è realizzato con un carattere che ricorda molto quello di mamma Fender. Sono presenti due coppie di tendicorde e il capotasto, che sembra in osso, è fatto molto bene, da manuale.

Il ponte è un classico flottante a sei viti marchiato, sul retro del blocco inerziale, STC Made in Japan, ed è equipaggiato con tre molle. Era già regolato piuttosto bene ed era privo della leva.

Una volta smontate le corde e rimosso il battipenna, mi sono accorto che il vano non è assolutamente schermato così come non è applicato nessun foglio schermante alla battipenna. Le fresature per l'alloggio dei pickup non sono della forma tradizionale ma sono rettangolari e decisamente comode per quello che è l'ingombro dei pickup. Inoltre pare che qualcuno abbia pensato di incrementare la profondità del vano potenziometri scavando in corrispondenza dei pot del volume e del primo tono, mah. Alla fine non ha fatto gravi danni.

I pickup sono flat pole e sono annegati dentro i loro coperchi in una resina che rende praticamente impossibile qualsiasi ispezione senza l'utilizzo di metodi distruttivi. Una basetta in ottone opportunamente collegata a massa credo abbia la funzione di fare da femmina alle viti di fissaggio e regolazione altezza dei pickup. Una di queste basette era scollata dal resto del pickup ma la mia ispezione si è dovuta fermare qua per non rischiare di rompere il coperchio. Il contrasto tra il colore della plastica esposta alla luce e quello della parte di pickup sotto alla pickguard è testimone degli anni passati.

Quando l'ho provata, la chitarra aveva qualche ronza sicuramente dovuta a qualche massa farlocca e così ho deciso di scablare tutto, ripulirla dallo stagno vecchio e ricablarla. Ne ho approfittato così per misurare il valore dei pickup, che va dai 6,2KOhm del bridge ai 6KOhm del neck. Purtroppo l'esigua profondità del vano potenziometri nonché una differente dima di foratura sulla pickguard non mi ha consentito di installare un selettore a cinque posizioni, quindi ho deciso di ripristinare la configurazione originale.

C'è da dire che il suono di questi pickup non è tra quelli che fanno urlare al Divino: quello al manico non è male ma anche l'impossibilità di configurarli con le posizioni due e quattro mi hanno convinto che la cosa migliore fosse sostituire l'intera mascherina conservando l'originale in modo da non compromettere in futuro l'integrità dello strumento così come è stato prodotto, non che sia un pezzo da collezione eccelso ma ha pur sempre una sua storia che a mio avviso va conservata.

Una volta rimontata e settata, ho collegato questa Signora al mio vecchio Peavey Delta Blues modificato by Svalvolman e la chitarra ha confermato le prime impressioni che avevo avuto al momento dell'acquisto: un'ottima base di partenza per una Stratocaster, un feeling ottimo con il manico e con lo strumento in genere, meccaniche e ponte affidabili per cui l'unico intervento da fare, e per il quale volevo una base di partenza come questa, è l'installazione di un set di pickup con cablaggio a cinque posizioni, perché non posso proprio rinunciare alle posizioni due e quattro del Kamas... ehm... della Stratocaster.

Per dovere di cronaca il prezzo che ho pagato per questo strumento è stato di circa 450€ compreso uno splendido case in ABS talmente robusto da sopportare senza problemi i miei 90 e passa chilogrammi.

Una considerazione prima di chiudere: spesso si parla della qualità altalenante degli strumenti degli anni '70 di produzione americana e nello stesso tempo si ripetono apprezzamenti lusinghieri per le chitarre prodotte negli stessi anni nel Paese del Sol Levante: una Burny, una Greco, un'Ibanez prodotte in quegli anni destano spesso molto più interesse delle più blasonate Gibson e Fender dello stesso periodo per quello che riguarda il rapporto qualità/prezzo.
La mia opinione è che nell'occidente  messo alle corde dalla ben nota crisi petrolifera del Settembre del '73 si cercava in tutti i modi qualsiasi stratagemma che portasse a una riduzione dei costi a discapito della qualità, allo stesso tempo nell'oriente emergente la qualità della scuola delle imitazioni giapponesi si evolveva a ottimi livelli per la conquista di fette di mercato a discapito dei grossi produttori americani.

Se vi dovesse capitare per le mani uno strumento di questo tipo non lasciatevelo scappare perché, con una relativa bassa spesa, si possono avere degli strumenti davvero ben fatti che ben poco hanno da invidiare ai grossi brand. Chi vi scrive ha avuto modo di esaminare attentamente almeno una ventina di chitarre di produzione giapponese di quel periodo e vi può assicurare che non si tratta di pezzi da collezionare ma di ottime chitarre da suonare.

chitarre elettriche sr500 yamaha
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