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Intervista a Roberto Gualdi
di [user #16140] - pubblicato il

Roberto Gualdi, un nome una garanzia. Leggere il suo nome tra i credits di un disco richiama immediatamente un'innegabile qualità esecutiva e un trasporto che pochi batteristi possono vantare. Tra le sue collaborazioni troviamo: PFM, Roberto Vecchioni, XFactor, Zelig, Lucio Dalla, Dolcenera, Piero Pelù, Enzo Jannaci, Nek, Elio E Le Storie Tese, Paola Turci, Samuele Bersani, Demo Morselli Big Band e tantissimi altri.

Il Set-up
Roberto, endorser Tama, utilizza kit provenienti dalle serie Superstare e Omni-Tune composti come segue. Tre rack tom da 8", 10" e 12" (disposti nella sequenza 10, 12 e 8), un floor tom da 16" e cassa da 22" x 18". A seconda dell'occasione alterna quattro rullanti: 14” x 8” Snare Drum Metalworks, 14” x 6.5” Steel Snare Lars Ulrich, 12” x 3” Snare Metalworks e 10” x 5.5 Bill Bruford. I fusti sono dotati di pelli Evans. Nello specifico EQ4 per la pelle battente della cassa ed EMAD Reso per quella risonante. Sul rullante Genera Dry / HD Dry per la pelle battente e Snare Side Clear 300 per quella risonante. Onyx per la pelle battente dei tom e Resonant Black per quella risonante.

Piatti e bacchette sono Zildjian, altro marchio per il quale è endorser. La configurazione dei piatti prevede: 10” Trashformer + 6” Zil bell, 8” Trashformer + 6” Zil bell, 6” Zil bell, 14” K Hi Hat, 16” Crash A Custom Rezo, 18” Crash A Custom Rezo, 13” Hybrid Hi Hat, 16” Crash A Custom + 14” Trashformer e 20” K Dry Ride.

Gabriele Bianco - Come hai sviluppato la versatilità che ti permette di essere assolutamente credibile sia in progetti estremi, e diciamo di nicchia come questi, che in cose decisamente pop e mainstream? Ti senti a tuo agio in entrambe le situazioni?
Roberto Gualdi
- Credo veramente che sia tutta questione di ascoltare attentamente il brano e cercare, con onestà, di suonare solo le cose che lo renderanno al meglio. Nella sua umiltà e saggezza Steve Gadd rispose alla stessa domanda in questo modo:
“Ho solo ascoltato la musica e cercato di suonare qualcosa di adatto e che potesse funzionare”.
Credo veramente che il segreto dei segreti sia questo. Ascoltare e suonare qualcosa di pertinente. Bisogna però conoscere e aver ascoltato veramente tanta musica di tutti i generi.
Credo che l’ascolto debba essere considerato pratica quotidiana come i rudimenti. Forse entrare nei vari stili in punta di piedi non ti farà prendere il 10 mai, ma il 7 lo porti a casa sempre!

GB - Sia con gli Strings24 che ora con Sfogli, ti trovi ad accompagnare chitarrismi estremi. Qual è la formula per accompagnare sezioni strumentali solistiche molto lunghe senza annoiare, ma senza nemmeno invadere gli spazi di chi in quel momento sta improvvisando?
RG
- Vale un pochino il discorso di prima. Tra tutte le soluzioni possibili cercare quella che funziona meglio. È come parlare con qualcuno, anche se, in questi tempi, è di moda soprattutto in televisione, parlarsi addosso urlando e senza fermarsi mai ad ascoltare. Non credo sia il modo migliore per comunicare. All’inizio cerco il minimalismo. Quali sono le tre note fondamentali che reggono tutto? Cerco sempre di togliere. Poi s’inizia a parlare, ascolto, propongo. Penso sia molto importante lasciare spazio. Anche la scelta timbrica è importante, se c’è un solo di basso, forse il timpano non è il posto migliore dove stare.
Con lo svolgimento del pezzo, è anche importante dare un senso strutturale al tutto, aggiungendo o variando timbricamente sezione per sezione.
Spesso sento batteristi che partono già con il top del tutto, ma dopo l’ammirazione iniziale, il risultato è che non accade nulla per i rimanenti minuti.

GB - Ci parli del tuo progetto Il Diavolo E L'Acqua Santa?
RG - Come sono felice di questo progetto! Nel 2002 Stefano Bagnoli è entrato nella Mogar Family. Non conoscendolo bene, mi dava l’impressione del batterista jazz serio e tradizionalista tutto spazzole e swing. Un giorno ci siamo trovati a suonare a Lugano per il compleanno di un ricco banchiere. Quest’ultimo, per intrattenere gli ospiti, aveva organizzato nel suo giardino il concerto di Dalla, con me, il concerto della Montecarlo Night Big Band, con Stefano e un intrattenimento con Giorgio Panariello. Sono letteralmente impazzito per come ha suonato, dimostrando una grinta e un tiro pazzeschi poi, in camerino, ho scoperto in lui una persona divertentissima. Gli ho proposto per scherzo una cosa tipo Don Camillo e Peppone e abbiamo iniziato a vederci. Il concetto del seminario è vedere la storia della batteria rimbalzando nei vari decenni tra eroi del Jazz e del Rock e soprattutto fare capire che la storia è una e non ci sono divisioni. Abbiamo costruito vari brani e la cosa più bella è che negli ultimi anni suoniamo insieme nella band di Paolo Jannacci, fissi a Zelig ma non solo. Soprattutto ho trovato un nuovo meraviglioso fratello.


foto di Gordon Chiari

GB - Gianni Rojatti, anche lui dimostratore Mogar come endorser Ibanez, mi ha raccontato una cosa di te molto divertente. Le volte che eravate in auto insieme per andare in studio a registrare dei video promozionali per Mogar o a suonare in qualche fiera, era stupito che un rocckettaro come te amasse ascoltare anche musica classica... e la tua spiegazione del perché l'ho trovata geniale!
RG - E' vero, negli ultimi anni mi sta piacendo sempre di più la musica classica. Con la classica torno a essere ascoltatore puro senza coinvolgimenti professionali. Non essendoci la batteria non esistono fill, suoni del rullante, groove, riesco invece a godermi appieno la musica. Ovviamente sono un ascoltatore naif e senza orientamento. Mi piacciono determinate cose tipo Debussy, Stravinsky, Grieg e conosco veramente poco di tutto il resto, ma piano piano... A Milano ascolto sempre radio classica e ogni tanto scopro qualcosa.
L’ultima scoperta è stata la Sinfonia n 3 di Gorecki, la musica più triste del mondo, fantastica!
Ovviamente non sono riuscito a tenere tamburi e bacchette completamente al di fuori da questo Hobby. Nel mondo classico ho conosciuto poi Evelyn Glennie e mi ha steso. Evelyn oltre a essere una percussionista meravigliosa, ha perso l’udito intorno ai 12 anni ma con una forza d’animo e una tenacia infinita, è diventata una delle più celebri e quotate soliste al mondo. La sua biografia è una grande ispirazione, tiene seminari e conferenze in tutto il mondo. Consiglio a tutti di conoscere un po’ di più la sua opera. Successivamente mi è venuta voglia di studiare un po’ di tamburo sinfonico e ho iniziato a vedermi con il grande Elio Marchesini, percussionista della Scala. Purtroppo tra impegni vari come studente ho una frequenza di lezioni penosa.

GB - I due estremi del tuo percorso, vedono da un lato un batterista che accompagna un'orchestra di liscio, dall'altra uno dei batteristi più apprezzati e richiesti del batterismo italiano. Cosa c'è tra i due estremi?
RG - In verità ho cercato sempre di dare il massimo rispetto a tutta la musica che ho suonato nella mia vita. Andando oltre a qualsiasi classificazione o preconcetto il tutto si riduce a brani, con una stesura da imparare, obbligati da prendere, velocità giuste da prendere e tenere costanti, portamenti da gestire, interazioni appropriate con gli altri musicisti e scelta dei suoni migliori. Visto da questo punto di vista una brano di liscio, uno di Vecchioni, uno della PFM o uno Metal sono parenti. Ovviamente questo non vuol dire che un brano di liscio o uno della PFM mi piacciano in egual maniera o richiedano lo stesso tempo di preparazione. Dal mio punto di vista il concetto è cercare di puntare sempre al massimo ottenibile. A questo riguardo ricordo come rispose Omar Hakim alla domanda su come si ponesse in modo pertinente in così tanti stili diversi. La sua meravigliosa risposta fu: "l’importante e arrendersi alla musica senza interporre il proprio ego tra noi e lei".

GB - Qual'è il tuo approccio all'insegnamento dello strumento?
RG - Didatticamente credo molto nei Top 5 Argomenti:

  1. Meccanica, Movimento e Suono
  2. Lettura ed Interpretazioni
  3. Rudimenti del Rullante e Fraseggio
  4. Coordinazione e Groove
  5. Studio Dei Linguaggi

Potremmo riassumere in “solide basi generali in modo da essere poi in grado di andare a cercare lo specifico necessario di volta in volta.” Insegno prevalentemente al Centro Professione Musica di Milano e il mio obbiettivo è che i ragazzi dopo aver frequentato uno dei corsi CPM abbiano le idee chiare su come funziona lo strumento in modo globale, abbiano la cultura della storia della batteria e conoscano i dischi fondamentali e i protagonisti dei vari stili ed epoche.
Lo sforzo che, con Franco Mussida e lo staff del CPM si sta facendo, è di andare oltre il solo insegnamento della grammatica, peraltro fondamentale, ma di affiancare a questo stimoli di vario tipo come: laboratori legati allo studio dei linguaggi, laboratori di creatività, ascolto e analisi, storia della musica. L’ obbiettivo è lavorare oltre che sul come comunicare qualcosa, sul perché e sul cosa comunicare.


foto di Orazio Truglio

GB - La tua militanza da endorser con i marchi Tama e Zildjian è ormai storica. Cosa ti ha avvicinato e convinto a restar fedele ai due marchi nel tempo?
RG - Confesso che tutte le scelte importanti della mia vita sono state fatte a istinto e con poco calcolo. Quando ero adolescente, nei favolosi anni ‘80, mi ricordo che nella sala prove, dove andavo con il mio gruppo a Savona, c’era un calendario della Tama.
Tutti i miei eroi erano su quel calendario: Stewart Copeland, Simon Phillips, Billy Cobham, Neil Peart, Bill Bruford, idem con Zildjian. Ovviamente volevo anch’io Tama e Zildjian.
Non sto certo a dirti che sono gli strumenti migliori ma senz’altro lo sono per me. Ho sempre pensato che il suono per un musicista sia uno degli aspetti più importanti da curare, determina la personalità del musicista più di tanti fill. Una volta trovata la tua voce perché cambiare se di mestiere non fai l’imitatore?
Permettimi di aggiungere che a questi marchi, da poco tempo ho aggiunto la collaborazione con le pelli Evans. In realtà è solo stata resa ufficiale ma in fondo su rullante e cassa uso Evans da tanti anni.

GB - In parallelo si è sviluppato il rapporto con Mogar Music, distrubutore di entrambi i marchi. Come ti trovi?
RG - Sia nella mia vita privata, sia per quanto riguarda la carriera ho sempre privilegiato rapporti duraturi, che si possano evolvere nel tempo. Ho iniziato la collaborazione con Mogar nel 1996, con il CPM nel 1990, prima allievo, poi assistente poi sostituto e poi insegnante. Con i Four Tiles siamo insieme da 12 anni ecc. Mogar è sicuramente un altro dei motivi della mia lunga collaborazione con Tama e Zildjian. Il loro supporto è fantastico. Devi anche tenere presente che alcuni dei miei migliori amici lavorano in Mogar e che i Four Tiles, il mio gruppo con Cesareo, chitarrista di Elio e Le Storie Tese, Stefano Sebo Xotta alla chitarra e Guido Block basso e voce è nato proprio per la Mogar per una fiera 12 anni fa.
Anche il sodalizio con mio “fratello” Stefano Bagnoli è nato in ambito Mogar e dura ormai da 10 anni.
Con Mogar posso lavorare tranquillo sapendo che per qualsiasi necessità o inconveniente possa capitarmi, chiamo e si trova una soluzione adeguata.
Parlando di rapporti duraturi non posso non nominare Dario Mollo. Chitarrista, produttore autore e arrangiatore, nonché caro amico, anche con lui sono ormai 12 anni di collaborazione. In questi anni sono nati :dischi con Tony Martin, dischi con Glenn Hughes, il tour europeo con l’ex Rainbow con Graham Bonnet, il progetto NoiZe Machine ecc.

GB - E per quanto riguarda il progetto Neon Karma?
RG - Anche per quanto riguarda Neon Karma in fondo è un progetto nato in casa Mogar. Con Lorenzo ci conosciamo da anni ed, essendo lui uomo Ibanez, è capitato di suonare insieme nelle fiere. Ci siamo sempre divertiti e la voglia latente di fare qualcosa insieme c’è sempre stata.
Merito suo di aver pensato di lavorare insieme a Marco e di aver spinto affinché il tutto avvenisse. Abbiamo realizzato il video del brano inedito Enemy Gate e un video di omaggio ai grandi del Prog. Il brano s’intitola Frankenprog ed è un medley di 6.30 min con King Crimson, EL&P, Rush, Genesis ecc. Ci siamo veramente divertiti molto e siccome siamo stati molto bene, anche alla sera a cena abbiamo deciso di fare un gruppo vero e stiamo lavorando per uscire con un disco e conseguenti serate.

GB - Vista la mole di generi nei quali ti devi districare, come affini la tua tecnica? Ti focalizzi su di un genere ben preciso a seconda dell'impegno, o tendi a mantenre una preparazione generica?
RG - Faccio una premessa. Non mi sento uno specialista in nessuno stile. Ascolto e ho ascoltato tantissima musica, conosco le regole grammaticali dei vari stili, ho studiato dal punto di vista culturale le epoche della musica Popolare moderna, ovvero Pop, Rock, Jazz, Funk e tutto quello che è successo dai primi del secolo a oggi, ma non sono specializzato in niente. Cerco dei vari linguaggi i musicisti che mi siano più comprensibili e quello diventa il mio approccio. Se è latin penso a Gadd e non a Horatio Hernandez, geniale ma molto distante stilisticamente dalla mia comprensione grammaticale. Se è Jazz penso all’approccio di Jimmy Cobb e Gadd e non a De Johnette, per quanto lo adori.
Se è big band piuttosto che a Buddy Rich penso a Gadd (quindi penso sempre a Gadd...).
Nel pop e rock Jeff Porcaro per me è stato il massimo, ma anche il sottostimato Ringo Starr ha scritto pagine bellissime. Ho sempre amato musicisti trasversali come Stewart Copeland, Manu Katchè, Simon Phillips, Terry Bozzio, Bill Bruford che hanno sempre vissuto in una terra di mezzo stilistica con funzionalità e personalità.
Per quanto riguarda lo studio posso dire che attualmente mi muovo in tre direzioni:

  1. La ginnastica tecnica, polsi, dita, piedi ecc.. giusto per rimanere in forma.
  2. Argomenti che mi servono in un preciso periodo lavorativo.
  3. Stimoli vari, tipo tamburo sinfonico o standard jazz o ensemble percussionistici africani od orientali. Questi sono tutti argomenti che magari, non necessariamente, mi servono nel quotidiano, ma che alla fine mi fanno migliorare il controllo qualsiasi cosa debba suonare.

A questo punto della mia vita in verità, lo stimolo che preferisco per imparare cose nuove mi viene quando ci si trova a cazzeggiare con amici quali Stefano Bagnoli, Maxx Furian o Giovanni Giorgi. Sono sempre momenti bellissimi in cui si scopre un nuovo cd, un modo di orchestrare un rudimento, ma soprattutto si sta insieme a un amico che condivide con te la passione più grande.


foto di Lorenza Bacchieri

GB - Cosa ti piacerebbe migliorare del tuo drumming?
RG - Guarda, potrei dirti senza ombra di falsa umiltà… tutto! Basta guardarsi in giro e vedi musicisti meravigliosi anche giovanissimi. Vorrei avere più tecnica, vorrei conoscere il repertorio classico, quello jazz, vorrei migliorare l’interpretazione Big Band, vorrei suonare il pianoforte, vorrei conoscere meglio la musica africana, quella indiana, vorrei studiare le tabla… ti basta?
Con la maturità arriva anche però una presa di coscienza diversa di te stesso. Impari a capire che hai sicuramente dei difetti ma anche dei pregi e che, grazie a Dio, ogni musicista è diverso dagli altri perché è una persona diversa e questo deve essere una ricchezza. A questo punto della mia vita l’obbiettivo è cercare di essere il miglior me stesso che posso. Comunque, semplificando, sicuramente un po’ più di virtuosismo nel senso di tecnica mani, piedi e mobilità sul set non guasterebbe.


foto di Orazio Truglio

GB - Quali sono le differenze, dal punto di vista tecnico/batteristico, nel suonare dal vivo su un palco, in una trasmissione televisiva o in studio?
RG - Dunque, vediamo. In tour bisogna avere molta pazienza. In studio bisogna avere molta pazienza mentre in una trasmissione televisiva bisogna avere molta pazienza. Scherzi a parte non direi che ci siano differenze tecniche o di approccio batteristico tra live, studio e tv show. Non è che in studio bisogna essere precisi mentre in tv o live no. Anche le dinamiche sono le stesse, cambiano secondo me le sollecitazioni psicologiche e le finalità.
Diciamo creatività e velocità in studio, lucidità e sicurezza in televisione e affidabilità e costanza live.
In studio bisogna evitare di sentirsi sotto esame e bisogna invece cercare di godere del momento creativo, scegliere un piatto chiodato piuttosto che un ride o rullante piuttosto che un altro, sono dettagli che fanno la differenza. Bisogna imparare a non prendersela se eventuali nostre proposte vengono bocciate. Cerchiamo sempre di lavorare come produttori ritmici pensando al risultato finale. È importante non farsi dire tre volte la stessa cosa, concentrarsi e non far perdere tempo in generale.
In tour è importante la solidità sotto tutti i punti di vista. È vietato cambiare tutti i fill perché è venuto a sentirti il tuo amico batterista o per la bionda in prima fila. È vietato cambiare le velocità in base all’umore. In tour si passano molte ore insieme e non solo sul palco. Viaggio, hotel, ristoranti, aeroporti, è molto importante rispettare gli spazi altrui e creare meno problemi possibili. Il concetto non è di non rompere perché si viene licenziati, il concetto è di non rompere perché rompere i coglioni al prossimo dovrebbe essere vietato per legge.
In televisione è tutto un pochino più complicato perché si alternano ore d’attesa nelle prove, poi di colpo tocca al’orchestra e via da 0 a 100. Altro aspetto entusiasmante, gli autori affinano continuamente la loro arte e cambiano brani, stesure, stop ecc. fino all’ultimo momento. Scrivere tutto e guai a sbagliare versione. Altro aspetto importante mai avere dubbi su entrate, stop, velocità, finali ecc. Penso che l’obbiettivo finale sia fare in modo che tutti gli elementi dell’orchestra suonino sereni e guidati con chiarezza attraverso le varie sezioni dei brani.
Personalmente credo che, studio, live o TV, sia fondamentale suonare i brani alla velocità giusta. La velocità giusta non è un valore assoluto ma sia la melodia del cantante sia eventuali coreografie dei ballerini non è detto che funzioni altrettanto bene a velocità diverse da quella originale.

GB - Hai avuto modo di suonare tanto in Italia, quanto all'estero. Trovi che a livello professionale ci siano delle differenze, o ancora ce la caviamo?
RG - in verità penso che in questo momento in Italia, per quanto riguarda la serie A, ci siano tanti musicisti che non hanno niente da invidiare ai colleghi stranieri e lo stesso discorso valga per i tecnici, sound engineers, light designers. È vero anche però che in Italia c’è un grande numero d’improvvisati e mediocri che, forse per i mercati più grandi, forse per una maggiore selezione o per una seria organizzazione professionale di categoria, all’estero fanno più fatica a esistere. Poi in verità estero vuol dire tutto e niente, parliamo di Germania, Inghilterra, stati Uniti, Giappone, paesi dove il mestiere della musica, in tutti i suoi aspetti è serio e organizzato.

GB -  Si dice che oltre definire la linea ritmica del disco di Dolcenera, le hai pure dovuto fare da insegnate. E' una diceria, o è una cosa vera?
RG - Mah.. in verità vista la distanza, lei vive a Firenze e io a Milano il tutto si è limitato a qualche dritta sparsa. C’è da dire che Dolcenera è molto dotata musicalmente e sicuramente portata anche per la batteria. Lei è così, vede una cosa, le piace, la impara e la ingloba subito nel suo fare musica.


foto di Orazio Truglio

GB - Quali sono state le tue prime impressioni sul kit Yes1 realizzato da Mark Drum?
RG - Pur essendo io principalmente un batterista acustico, devo confessare di essere rimasto affascinato dalla collaborazione con Mark Drum. Credo che il concetto sia di considerare un set come questo non una sostituzione al set tradizionale, ma una possibilità in più. Esattamente come accade tra un pianoforte acustico e una tastiera.
Yes1 è un kit compatto, maneggevole, ben studiato e con una sensazione di “suonabilità” bellissima.
Mi ha molto motivato il fatto che la realizzazione, sin da subito, è stata fatta prestando la massima attenzione alle esigenze e ai suggerimenti dei musicisti. Io per esempio ho collaborato con il team per la realizzazione del preset kit rock “Heavy Artist”.
Sono andato in studio con la mia Tama, il mio rullante preferito, i miei piatti Zildjian preferiti, proprio quelli che uso tutti, i giorni e ho realizzato direttamente i campioni per il preset.

GB - In quali circostanze usi questo kit elettronico?
RG - Sicuramente il primo utilizzo che ne ho fatto è stato per studiare o insegnare a casa. Avere la sensazione di suonare veramente la batteria e lavorando in cuffie non rompere l’anima a nessuno e a tutte le ore, non è poco.
Altro utilizzo è la possibilità di suonare in un club decisamente piccolo. Finché si tratta di jazz o acustico ok set e spazzole, ma con un repertorio pop o Rock diventa impossibile. Con Mark Drum si posso avere i Power suoni anche a volumi minimi.
Ovviamente affiancare al set acustico pad e centralina, permette di allargare notevolmente la possibilità espressiva.
La possibilità di avere suoni a disposizione è molto intrigante anche per il Diavolo & L’ Acqua Santa, infatti con Stefano stiamo vedendo di organizzare i nostri pezzi usando tutti i suoni a disposizione. 

GB - Hai avuto la fortuna e l'onore di lavorarci: ci lasci un tuo ricordo di Lucio Dalla?
RG - Credo che in questo caso le parole fortuna e onore siano perfette. Ho iniziato a collaborare con Dalla nel 1996 per la promozione mondiale di Canzone. Il link è stato Ricky Portera con il quale suonavo da anni. A fine 1999 sono entrato nella band, per vari anni in pianta stabile e poi a fasi alterne. Con lui ho registrato due dischi, fatto la trasmissione “La Bella & La Bestia” con Sabrina Ferilli, vari tour e viaggi in tutto il mondo. Praticamente tutta la mia carriera è iniziata con lui, ho passato anni bellissimi. Quando ho registrato i dischi sono stato a casa sua alle Tremiti anche un mese di fila, abbiamo parlato tanto e ho ricordi sparsi veramente belli. Artisticamente forse la cosa che ho imparato da lui è stato il gusto della contaminazione estrema e la non ostentazione intellettuale in arte.

Lucio era un uomo di grande cultura, leggeva tantissimo, conosceva il cinema e l’arte, ma odiava che in musica si ostentasse la conoscenza o si facessero esercizi di stile. Il suo credo era la contaminazione e il gioco con tutti i linguaggi. Se un brano prendeva una connotazione funky la voce successiva non erano i fiati, ovviamente, ma una frase d’archi che sembrava uscita dalla colonna sonora di un film di Fellini o un tema di mandolini nella miglior tradizione napoletana. A un certo punto ho smesso una collaborazione stabile solo perché suonavo sempre di più con PFM e per seguire altre strade, ma abbiamo continuato a sentirci.

Sicuramente aveva una forte personalità e qualcuno negli anni può aver avuto scontri con lui, ma se devo giudicare la mia esperienza personale, è stata ottima. Se lavoravi con lui ti faceva sentire della famiglia, ti ospitava a casa sua, in tour organizzava gita a vedere musei, chiese ecc. Era molto spontaneo, nel 2009, non stavo più suonando con lui da anni, ero a Sanremo con Dolcenera. Passeggiando per Sanremo lo vedo che sta facendo un intervista in un ristorante, mi vede, si alza, mi viene incontro mi abbraccia e mi dice “Robby, ti ho visto ieri sera, bravo, un groove bestiale.” Capisci? Non ero lì a suonare con lui, in quel momento non ero roba sua come molti cantanti considerano i musicisti, eravamo due persone e senza problemi di “classi” è saltato su per dirmi che gli era piaciuto come avevo suonato la sera prima. Dalla non se l’è mai “tirata”, poteva pranzare con un premio Oscar e un’ ora dopo essere a parlare con un pescatore. Amava la gente e la gente lo amava perché percepiva questa sincerità e infatti al suo funerale c’erano 50.000 persone a salutarlo
Aveva un talento enorme. Vocalmente e ritmicamente era sempre una spanna sopra a tutti, aveva un istinto allo spettacolo ed alla musica eccezionale. Fare un disco o le prove con lui era sempre una master class di creatività.
Se De Andrè è considerato il poeta della canzone italiana, forse Dalla è il surrealista. Parafrasando un celebre passo di Nuvolari: “Tre piu' tre per lui faceva sempre sette”.

Potete seguire Roberto Gualdi direttamente sul suo sito.

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Roberto Gualdi
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