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Quattro chiacchiere con l'Alieno: intervista a Steve Vai
Quattro chiacchiere con l'Alieno: intervista a Steve Vai
di [user #16167] - pubblicato il

Ve l’avevamo promesso: un’intervista con l’alieno Steve Vai per addentrarci nei segreti del nuovo album, ma soprattutto per avere l’occasione di sentire aneddoti e racconti sui momenti salienti della sua carriera.
In una stanza del castello di Vigevano, trasformata in un ufficio dall’aria posticcia, abbiamo avuto l’occasione di intervistare Steve Vai, a meno di un’ora dell’inizio del suo live al G3 dello scorso 22 luglio.
Inutile dire quanto una chiacchierata con Steve Vai possa risultare interessante. In un attimo, con due tre domande ci si ritrova a parlare di alcuni degli album e dei personaggi che hanno fatto la storia del rock e del chitarristmo moderno, accorgendosi subito dopo che i racconti sono vissuti in prima persona. In fondo all’articolo un estratto del video originale per chi mastica l’inglese ed ecco qui invece la trascrizione integrale. Attenzione, contenuti non adatti ai deboli di cuore!

Denis Buratto: Iniziamo parlando del tuo nuovissimo album, come sono nate queste dodici canzoni?
Steve Vai: Il concept è proprio una storia che ho deciso di scrivere, davvero molto interessante, difficile da spiegare. Ci sono molti personaggi, molte scene e molte cose che succedono. Molti di questi avvenimenti sono raccontati dalle canzoni, ma queste non sono in ordine cronologico all’interno degli album. Questo rende il tutto non molto facile da seguire, ma l’ho fatto a posta, perché voglio che la cosa si estenda su più album. L’idea è quella di farne tre, completati da un quarto che li raccolga tutti, nell’ordine corretto. Avrà tutte le canzoni ma ce ne saranno di nuove, con altri pezzi strumentali, altri che racconteranno con i loro testi la storia. Sarà più facile capire l’intero progetto. The Story Of Light è quindi il secondo capitolo di questa avventura, chiamata The Real Illusion Trilogy.

DB: Puoi raccontarci invece qualcosa di “John The Revelator”? È un brano davvero particolare all’interno dell’album.
SV: L’idea originaria è stata ispirata da una versione di "John The Revelator", che in origine era un canto gospel tradizionale. Era suonata da Blind Willie Johnson ed è stato il primo incontro con questa canzone. Sono rimasto colpito dall’energia di questo arrangiamento, c’erano delle chitarre fantastiche, il canto energico di un coro gospel. “The Book Of The Seventh Seals” che viene subito dopo nell’album è il proseguimento. In realtà la canzone è una sola, ma l’ho tagliata in due parti. Questa seconda parte è molto diversa, è nata dal profondo della mia mente, era una cosa che sentivo di dover fare così, e quindi l’ho fatta.


DB: Sei sempre stato all’avanguardia per l’uso della tecnologia musicale. In questo album ha avuto un ruolo fondamentale?
SV: La Music Technology penso sia fondamentale in qualsiasi album al giorno d’oggi, ma non penso di essere arrivato al punto di non ritorno. Cerco suoni ed effetti che vadano bene per me, per la mia musica e li incorporo nei brani. Per la maggior parte la mia musica è un miscuglio organico di idee melodiche e armoniche, ovviamente aggiungo diversi tipi di tecnologia per aiutare questo tipo di idee. Ovviamente non ho mai pensato di usarla come perno per una canzone come nella dub-step. La adoro, ho tutti i CD di Skrillex, ma l’uso che fanno della tecnologia è eccessivo, quello che ne faccio io non è così pesante.

DB: Hai sempre citato Page, Beck e Hendrix tra le tue influenze. Come è combinato questo background rock blues con il tuo stile moderno e completamente diverso?
SV: Penso che quando un giovane musicista sta crescendo affronti vari step, varie influenze. Qualsiasi cosa a cui viene esposto può avere un forte ascendente su di lui. Quando ero un teenager negli anni settanta c’erano grandi band come i Led Zeppelin, i Queen, Jimi Hendrix, Deep Purple, Emerson Lake and Palmer e tutti loro sono stati importantissimi per me. Il mio stile però nel corso degli anni è cambiato, man mano che ho incontrato generi che mi piacevano sempre di più. In qualche modo tutto dentro me si è miscelato, ma non ho mai voluto assomigliare a nessuno dei chitarristi che mi hanno ispirato. Prima di tutto peché mi sembrava che suonassero sempre meglio di me e secondo perché l’idea che mi eccitava di più era suonare in una maniera nuova, diversa da chiunque altro e non ho avuto problemi a farlo. La mia più grande fonte di ispirazione probabilmente è stata Joe Satriani, era il mio maestro, era un’icona quando ero giovane. Molto del feeling e dell’approccio alla chitarra che ho deriva dai suoi insegnamenti. In realtà non mi sono sforzato di trovare la mia strada, ho fatto solo quello che mi sembrava naturale e quella che ho preso era la più adatta a me.

DB: Recentemente Billy Sheehan ci ha detto che i Foo Fighters hanno vinto cinque Grammy perché il loro album è stato registrato quasi live come Eat’Em And Smile, sei d’accordo?
SV: Sono completamente d’accordo con Billy! Per me Eat’em And Smile è l’album più organico che io abbia mai fatto. Il modo in cui è stato registrato è completamente diverso dal come registro abitualmente. Il risultato però è stato un album potentissimo. Quindi sono d’accordissimo.
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DB: Pensi l’editing eccessivo e la music technology possano a volte soffocare la musica?
SV: Dipende come la usi. A volte riporta in vita la musica, Può succedere che ci sia una band in studio, pronta per registare, che ha memorizzato tutte le parti, suonano, registrano e il risultato è una merda. A questo punto però puoi trasformarla completamente semplicemente editandola. Prendi per esempio Good Vibration dei Beach Boys. L’hanno registrato in posti completamente diversi, scritto addirittura in tempi lontani, ma lo hanno messo assieme e nessuno può dire che quell’album sia stato distrutto dall’editing.

DB: Quando eri consacrato come chitarrista migliore al mondo hai deciso di registrare le chitarre per i PIL, contribuendo alla nascita di uno dei pezzi pop più importante degli anni ’90, “Rise”. È stato divertente lavorare con John Rotten?
SV: Lavorare su quell’album dei PIL è stato un regalo del cielo o qualcosa di simile. Sono stato completamente estraniato dalla nascita dell’album, ho realizzato solo ed esclusivamente le chitarre. L’approccio del produttore fu completamente diverso da tutti gli altri con cui ho lavorato. Per me è stata una doccia fredda e ha influenzato anche il mio modo di registrare gli album successivi.

DB: Sembri molto soddisfatto del tuo ultimo lavoro e che le cose stiano andando al meglio.
SV: Penso che le cose stiano andando meglio di quanto mi aspettassi. Sono davvero soddisfatto del mio nuovo album. Negli anni passati quando registravo mi sembrava ci fosse molto altro che potessi dire, mi sentivo come se stessi solo raschiando la superficie. Penso di essere andato oltre la superficie con The Story Of Light, c’è qualcosa di intimamente delicato nel modo in cui ho suonato, qualcosa che poteva arrivare solo ora a 52 anni, con tutto il mio bagaglio di esperienze. Sono davvero eccitato per i progetti su cui sto lavorando. Sto scrivendo brani per chitarra e orchestra, so che il mio prossimo album sarà davvero davvero diverso.

DB: Siamo curiosi di sentirlo!
SV: Anche io! Sono eccitato quanto te dalla voglia di sentirlo! (ride)

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