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Album, la scappatella punk di Steve Vai
Album, la scappatella punk di Steve Vai
di [user #17404] - pubblicato il

Continuiamo la nostra guida all'ascolto di alcuni lavori di Steve Vai importantissimi ma poco conosciuti o dimenticati. E' la volta della folle collaborazione con l'ex cantante dei Sex Pistols, Jhonny Lydon. Questa diede vita a un disco, "Album" del 1986 contenente un singolo tra i più ballati e di successo di tutti gli anni '80, "Rise".
Sono pochi a sapere che in “Rise” uno dei più conosciuti e riusciti tormentoni pop degli anni ’80 le chitarre sono suonate da Steve Vai.
Infatti, tra le più incredibili collaborazioni della storia del rock c’è senz’altro ai primi posti quella che vede Jhonny Lydon e i suoi Public Image Ltd in studio di registrazione con Steve Vai. La collaborazione si concretizzò in un disco, Album, uscito nel 1986.
Lydon è conosciuto soprattutto per essere stato il cantante dei Sex Pistols band icona del punk e più rappresentativa in assoluto di quel movimento.
Davvero si fatica ad accostare due mondi musicalmente così lontani come quello del virtuosismo mistico e sfrenato di Steve Vai e quello del punk brutto, sporco e paranoico dei Sex Pistols.
Eppure il connubio funzionò alla grande soprattutto perché dopo che Lydon lasciò i Sex Pistols e fondò i P.I.L., si lanciò in azzardate sperimentazioni musicali con contaminazioni pop, elettronice e dance, fino ad arrivare a incidere un brano con gli Africa Bambata. La piattaforma su cui quindi la collaborazione Vai, Lydon prese piede, prevedeva scenari musicali molto più ampi e disinibiti di quanto si potesse prevedere dai precedenti di entrambi i musicisti. 
Per questo disco Lydon decise di non servirsi dei musicisti che fino ad allora avevano composto i P.I.L. Sentiva che la band era troppo inesperta per affrontare il nuovo materiale scritto e non era ancora in grado di suonare con la precisione necessaria. Decise così di assegnare al produttore Bill Laswell (Iggy Pop, Praxis, Herbie Hancock) il compito di assoldare dei musicisti, session man che arricchissero la forma delle canzoni con perizia strumentale senza però snaturarne la direzione.
La rosa dei musicisti convocati era stellare: Jonas Hellborg della The Mahavishnu Orchestra, al basso, il jazzista Tony Williams assieme Ginger Baker dei Cream alla batteria, le tastiere di Ryuichi Sakamoto degli Yellow Magic Orchestra e appunto Steve Vai alla chitarra.

Album, la scappatella punk di Steve Vai

Steve Vai in quel momento era in tour con l’heavy metal band degli Alcatrazz dove era entrato per sostituire addirittura Yngwie Malmsteen. Vai era già molto noto visto i suoi trascorsi con Zappa e il buon riscontro di critica riscosso del suo album solista Flex-able. Non era ancora però la rock star consacrata dalla collaborazione con David Lee Roth che sarebbe iniziata da lì a pochi mesi. Vero è, che se proprio in quei dischi di Lee Roth, “Eat Em Smile” e “Skyskraper” Vai si impone come il più moderno, tecnico e visionario chitarrista rock del mondo, tutti quei fraseggi stregati con i quali avrebbe fatto impallidire Van Halen, sono già presenti in questo disco dei P.I.L.. Nonostante Album sia un riuscito e fresco mix di pop e rock sperimentale, la chitarra di Vai si lancia nelle sue migliori acrobazie metal. Le ritmiche di “Bags” e “F.F.F” paiono uscite da Skyscraper. I numeri impossibili di leva e armonici di “Round”, “Bangs” e “Fishing” sembrano servire per finire il rodaggio al Floyd Rose di Vai prima del massacrante, sublime lavoro dei dischi di Lee Roth.
Le frustate di tapping e pennata alternata nel finale di “Ease” mostrano uno Steve Vai all’apice del suo virtuosismo più irriverente. Il capolavoro chitarristico del disco è però il sospeso e impalpabile arpeggio pulito di “Rise” singolo dell’album. Vai è un istrione camaleontico e in questo brano si cala in maniera geniale nei panni del chitarrista pop celebrale e raffinato e confeziona delle chitarre perfette che cesellano uno dei più grandi successi pop degli anni ’80.


Steve Vai annovera Album tra i suoi migliori lavori. Si disse conquistato dalla maniera di lavorare di Bill Lasweel che letteralmente lo catapultò nelle registrazioni senza nemmeno avergli fatto sentire precedentemente il materiale. Vai registrò tutte le chitarre in due soli giorni di lavoro, incidendo agli Electric Lady Studios di New York. Lydon rimase totalmente folgorato dal lavoro di Steve Vai che realizzò al meglio esattamente quanto Lydon voleva per quei brani. Per un periodo si ventilò addirittura la possibilità di una super band composta da Lydon, Steve Vai, Ginger Backer e Lasweel. Progetto che sfortunatamente non andò mai in porto.

steve vai the story of light
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