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Intervista a Bruno Biriaco
Intervista a Bruno Biriaco
di [user #39141] - pubblicato il

Se pensiamo a un batterista capace di evolversi dallo strumento alla composizione, sino a diventare direttore d’orchestra di una propria big band, allora stiamo parlando senz’altro di Bruno Biriaco.
Se pensiamo a un batterista capace di evolversi dallo strumento alla composizione, sino a diventare direttore d’orchestra di una propria big band, allora stiamo parlando senz’altro di Bruno Biriaco.

Classe 1949, da giovanissimo inizia a studiare piano e composizione per poi passare alla batteria .
Nei primi anni ’70 con il contrabbasista Giovanni Tommaso, il pianista Franco d’Andrea e il sassofonista Claudio Fasoli, forma una band chiamata Perigeo, registrando con la stessa sei album per l’etichetta RCA
.
Grazie a questa militanza diviene uno dei maggiori esponenti del drumming jazz rock italiano, al pari di altri batteristi del calibro di Giulio Capiozzo (AREA) e Franz di Cioccio (PFM).

Dopo quest’esperienza, verso la fine degli anni ’70 e primi anni ’80, inizia la sua carriera di arrangiatore formando il gruppo dei Saxes Machine composto da cinque sassofoni e una sezione ritmica. Sempre negli anni ’80 ricopre il ruolo di direzione d’orchestra in svariati programmi televisivi della RAI. 
Attualmente dirige la Galaxy Big Band orchestra da lui fondata. Similare - nell’organico - a grandi orchestre del passato come quelle di Duke Ellington, Woody Herman e Count Basie.
Gli abbiamo rivolto qualche domanda per meglio approfondire la sua conoscenza.

Rosario Abramo: Hai iniziato a studiare musica prendendo lezioni private di pianoforte e composizione, ma so che la tua passione batteristica comincia prima. Puoi confermare questa cosa?
Bruno Biriaco: Sì, all'età di nove anni ho cominciato a prendere le mie prime lezioni di pianoforte manifestando subito anche grande interesse per la batteria. I miei primi tamburi sono stati le scatole di biscotti sulle quali accompagnavo mio papà quando suonava il pianoforte nei suoi momenti di relax. In seguito arrivò la prima vera batteria: una Aloy (una buona marca artigianale romana degli anni '50-'60).

RA: Successivamente hai studiato batteria con il maestro Sergio Conti che in quel periodo suonava nell’orchestra della Rai di Roma. Parlaci di quest’esperienza e in genere della tua formazione.
BB: All'inizio degli anni '60, cominciai ad avvicinarmi al Jazz e volendo approfondire con maggiore serietà l'aspetto tecnico e professionale della batteria, mi misi alla ricerca di un vero maestro di questo strumento e aiutato dalla mia famiglia che mi ha sempre assecondato nelle mie scelte, ebbi la fortuna di conoscere Sergio Conti, grande batterista dell'orchestra della Televisione di Roma.

Fu un incontro importantissimo perché con lui scoprii l'aspetto più professionale della batteria, dove si legge la musica a prima vista e la si suona bene come se si fosse provato per giorni! Questo fu davvero uno shock. Da dilettante non avevo lontanamente immaginato che si potesse scrivere musica anche per la batteria. Sono stato davvero fortunato a conoscere Sergio, mi portava in RAI facendomi assistere alle sedute di registrazione di "Studio Uno" con il maestro Canfora e di "Teatro 10" con il maestro Ferrio. E' stata per me una grande scuola, fondamentale per la mia formazione musicale. Non ho sentito nessuno in Italia suonare la batteria in orchestra come Sergio Conti e non a caso Armando Trovajoli lo scelse come batterista della sua orchestra.

Intervista a Bruno Biriaco

RA: Uno dei momenti focali della tua carriera batteristica si colloca nei primi anni '70 grazie al jazz -rock che hai suonato con i Perigeo.Vuoi parlaci di quest'esperienza?
BB: Un momento indimenticabile del mio cammino artistico. A quei tempi il Jazz cercava nuove strade espressive con l'esigenza di "liberarsi" di tutto quello che, sul piano formale, era stato detto con il be-bop. C'era il free-jazz con Ornette Coleman, Don Cherry e altri importanti musicisti, più determinato nella "rottura" dei vecchi schemi (tempo, armonie e improvvisazione sul giro armonico) e poi negli anni'70 arrivò, quasi come naturale conseguenza, Miles Davis con "Bitches Brew" (1970) considerato come il documento ufficiale di un nuovo stile nel jazz: il rock-jazz.

In Italia non furono molti i musicisti che vollero fare questa esperienza, un po' anche per la paura di "contaminarsi" con un genere troppo commerciale. Cominciavano infatti i grandi raduni negli stadi e nei grandi festival rock che avrebbero portato il jazz a contatto con migliaia di spettatori, a differenza di prima dove a malapena erano qualche centinaio. Come dicevo, non furono in molti a capire questo nuovo stile, specialmente tra i batteristi ai quali era richiesta una diversa "solidità" nell'accompagnamento. Con i Perigeo sono stato fortunato perché oltre a suonare con grandissimi nomi, ho anche cambiato, maturando, il mio modo di suonare. Questo ci ha poi permesso di suonare molto non solo in Italia, ma anche all'estero e in compagnia di grandissimi artisti come i Weather Report, con i quali nel '75 facemmo un memorabile Tour.

RA: Con questa formazione hai avuto modo di suonare con musicisti del calibro di Giovanni Tommaso, Franco D'andrea e Claudio Fasoli. Cosa ci puoi dire in merito a questa collaborazione?
BB: Un grande privilegio, sicuramente. Li conoscevo tutti già molto tempo prima della formazione della Band. Giovanni, negli anni '60/70, era il musicista più richiesto nei concerti di Jazz; l'ho sentito suonare con Dexter Gordon, Johnny Griffin, e altri grandi nomi. Giovanni è sempre stato il migliore dei nostri bassisti. Che dire di Franco D'Andrea? Il primo in Italia ad aver capito e realizzato come suonare il pianoforte con un linguaggio più moderno sia sul piano armonico che solistico. Con questi due nomi il jazz italiano esce da quella connotazione quasi "dopolavoristica" che lo aveva caratterizzato negli anni '50, diventando una realtà di grande livello espressa da artisti, da questo momento, apprezzatissimi anche all'estero.

Claudio Fasoli ricordo di averlo sentito per la prima volta nel febbraio del 1970 in occasione di un festival del jazz organizzato a Milano al Teatro dell'Arte, lo notai subito per la sua sensibilità e per il suo linguaggio. Non ebbi dubbi a suggerirlo a Giovanni Tommaso per il suo inserimento all'interno dei Perigeo. Per la sua attività artistica piena di importanti progetti, Claudio è sicuramente oggi uno dei più rappresentativi musicisti di jazz in Italia e non solo.

RA: Con i Perigeo hai inciso sei album. Ci puoi dire quali tra questi, ti hanno maggiormente arricchito sotto il profilo batteristico e compositivo?
BB: Per l'aspetto compositivo direi sicuramente "La Valle dei Templi", un mio brano che darà il titolo all'album e nel quale suono anche la parte introduttiva al pianoforte.
Un brano in due parti con atmosfere differenti, la prima dal sapore un po' arcaico e la seconda decisamente più attuale e moderna. Sul piano batteristico direi l'ultimo: "Non è poi così lontano". In questo album amplio i tom e i timpani della batteria e, per niente penalizzato da questa modifica trovo che, sotto il profilo tecnico, la coesione ritmica in tutto l'album sia stata eccellente.

Intervista a Bruno Biriaco

RA: Il decennio 70/80 è stato un periodo ricco di fermenti musicali, hard rock, progressive, jazz-rock e molteplici sfumature di questi. Anche in Italia quest'atmosfera, intrisa di stimoli artistici e creativi, ha dato ispirazione a una talentuosa generazione di musicisti. Tra i batteristi, tu sei stato uno dei maggiori esponenti del drumming italiano di quell’epoca assieme ad altri eccellenti batteristi tra cui Giulio Capiozzo, Franz Di Cioccio , Tullio De Piscopo, Agostino Marangolo, Michi dei Rossi. Cosa ci puoi dire a riguardo e se puoi darci un tuo personale ricordo di Giulio Capiozzo?
BB: Sì gli anni '70 sono stati, forse, gli anni d'oro della musica in generale. C'erano tanti progetti, idee e molti coraggiosi produttori che permettevano, in ambito discografico, la realizzazione di importanti lavori. Basti pensare cosa è rappresentata la RCA italiana (la famosa casa discografica vicino a via Tiburtina a Roma, oggi un grande magazzino di scarpe!) a quei tempi.

Parallelamente ai grandi guadagni che la discografia commerciale del tempo permetteva (con i dischi di Morandi, Endrigo, Patty Pravo, Battisti, ecc.), si reinvestivano risorse su progetti musicalmente anche più impegnati, come ad esempio il Perigeo. Ci vollero ben tre dischi prima che la casa discografica si accorgesse del nostro potenziale e ci sostenesse con maggiore convinzione. E come è stato per noi fu lo stesso per Claudio Baglioni, Antonello Venditti, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia, Angelo Branduardi, Renato Zero, Lucio Dalla, tanto per citare alcuni dei nomi più importanti dell'epoca. Come non ricordare la stessa situazione a Milano con importanti esponenti come PFM e Area. Giulio Capiozzo lo conobbi a Milano in occasione di un concerto fatto al Capolinea (il famoso Jazz Club di Giorgio Vanni). Ne apprezzai subito il livello musicale e tecnico che giustamente lo portarono a essere considerato uno di migliori batteristi dell'area milanese del momento. Molto preparato sul piano strumentale, lo ricordo per il suo suono possente, mai pesante e comunque sempre attento a una dinamica musicale di grande e sensibile qualità. Ci è capitato forse due volte a noi dei Perigeo, di suonare nello stesso Festival Rock con gli Area e mi ricordo Giulio sempre disponibile e sorridente quando, prima o dopo i concerti, si parlava della musica, dei musicisti e dei loro problemi. Indubbiamente, con la sua scomparsa, ha lasciato un grande vuoto non solo tra gli amici, ma anche tra chi lo ha sempre seguito apprezzandone le indiscutibili doti di musicista.

RA: Molti di questi grandi batteristi, dopo questo periodo, hanno proseguito la loro carriera come turnisti assieme ai vari artisti della musica leggera. Tu invece ti sei dedicato alla composizione e all'arrangiamento prima con i Saxes Machine e successivamente con le varie direzioni d'orchestra alla Rai. Un ruolo prestigioso e stimolante che però ti ha distanziato dal suonare la batteria. Perché questa scelta? Forse sentivi il bisogno di vivere la musica in maniera più totale rispetto a ciò che condividevi dallo sgabello di una batteria?

BB: E' stato tutto molto graduale e - sotto certi aspetti - anche imprevisto. Contemporaneamente ai miei studi musicali che facevo da privatista, mi sono avvicinato al jazz che seguivo sempre alla radio quando c'era la "Coppa del Jazz" negli anni '60. Qui fui letteralmente affascinato dalla batteria che volli approfondire prima da autodidatta e in seguito con importanti musicisti come Sergio Conti per la parte orchestrale e professionale. Successivamente Gegè Munari per la parte più jazzistica.

Come batterista ho avuto grandi soddisfazioni.Mi è capitato di suonare con i più importanti nomi del jazz italiano (Franco D'Andrea, Nunzio Rotondo, Giovanni Tommaso, Giorgio Gaslini, Gianni Basso, Oscar Valdambrini, Dino Piana, ecc.) e anche d'oltre Oceano (Chet Baker, Geogre Coleman, Slide Hampton, Johnny Griffin, Pat la Barbera, Bob Berg, ecc.).
Con lo scioglimento dei Perigeo nel 1977, cominciai a manifestare un certo disagio per come il jazz - in alcuni casi - veniva gestito artisticamente. Capitava spesso di suonare a un festival con prove fatte addirittura poche ore prima del concerto. Venendo fuori da un'esperienza come quella dei Perigeo, vero progetto con prove regolari e una notevole attività concertistica, questo cominciò a crearmi non pochi problemi.

Intervista a Bruno Biriaco

Mi avvicinai però agli arrangiamenti e all'orchestra prima, nel 1973 quando, partecipando con i Perigeo alla prima edizione di Umbria Jazz, ascoltai la Big Band di Thad Jones e Mel Lewis che già conoscevo dai dischi. Rimasi letteralmente folgorato a sentire quel sound e quegli arrangiamenti così moderni e che non avevo mai sentito da nessuno prima di allora. Mi misi così a studiare per approfondire la materia fino alla stesura, nel 1976 di "St. Thomas" (S. Rollins), il primo arrangiamento dei "Saxes Machine", un gruppo ispirato alle Big Band che avrebbe ricevuto notevoli consensi di critica e di pubblico e non solo in Italia.

Il gruppo era composto, oltre me, dalla sezione sax dell'orchestra della Radio di Roma (Baldo Maestri, Gianni Oddi, Salvatore Genovese, Beppe Carrieri, Carlo Metallo) più la ritmica (inizialmente con Franco D'Andrea e Giovanni Tommaso, presenti nel disco Nouami del 1978 e successivamente con altri come Enrico Pieranunzi e Massimo Moriconi). Il passaggio all'orchestra è stato più veloce. Dopo lo scioglimento dei "Saxes Machine" avvenuto nel 1983, curai un corso di pratica d'Orchestra per conto della scuola del "Centro Jazz St. Louis di Roma" e cominciai a scrivere i primi arrangiamenti per Big Band. Dal 1983 inizia la collaborazione con la Televisione come maestro, curando le colonne musicali di alcune tra le più importanti produzioni della RAI: "Domenica In" (84/85), "Proffimamente non stop 3" (Rai Uno 87), "Piacere Raiuno" (89, 90, 91),  "Domenica In" (93/94), "Luna Park" (94, 95, 96) e tante altre. Come si può vedere, un cammino artistico per nulla premeditato, ma molto naturale nella sua evoluzione.

RA: E' mia personale convinzione credere che un musicista raggiunga la sua maturità quando si mette in gioco sviluppando le proprie idee, la propria creatività da solo o con altri in una band. Tu che hai sacrificato molto del tuo essere batterista percorrendo questa strada, cosa senti di dire a quei musicisti, soprattutto batteristi, che sono restii a intraprendere un'esperienza del genere. Ho amici che temono, facendo questo, di perdere la propria identità di strumentista.
BB: Credo che una band non sia poi così necessaria per identificare la maturità di un musicista, anche se comunque apprezzabile all'interno di un percorso artistico che si realizza in maniera assolutamente personale e - a volte- imprevedibile. La storia di molti batteristi (Elvin Jones, Tony Williams, Billy Cobham), dimostra che la loro fama di maestri ha superato di gran lunga quella di band-leader, spesso inferiore alla statura espressa allo strumento all'interno dei grandi gruppi che tutti abbiamo conosciuto (J. Coltrane, Miles Davis, Mahavishnu Orchestra).
Penso che il modo migliore per valutare la maturità di un artista, sia la sua sintesi e la capacità di emozionare e questo vale pure per i batteristi. Miles Davis ce lo ha insegnato bene. Gli bastavano pochissime note per arrivare dritto al cuore!

RA: Andiamo al presente. Parlaci della tua Galaxy Big Band. Quali sono i progetti più immediati?
BB: Questo è un progetto a cui tengo tantissimo e che vuole contribuire a colmare un grave lacuna che esiste nel nostro paese: la quasi totale assenza delle orchestre nei vari "cartelloni artistici". Il jazz non è solo espressione di piccoli organici, non è solamente virtuosismo e improvvisazione: è musica e progetto. L'orchestra è il modo migliore per esprimerlo, la sintesi di un lavoro di gruppo dove le diverse individualità, con la necessaria capacità e sensibilità, si mettono al servizio di un disegno unitario: la partitura.

Purtroppo la formazione delle Big Band (composta essenzialmente da ottoni e sezione ritmica) è sempre stato un grande problema. Da una parte la difficoltà di trovare un certo numero di musicisti disponibili (dai 12 ai 19) e preparati per questo tipo di genere musicale (buona lettura accompagnata da qualità solistiche), dall'altra trovare chi vi si dedichi continuativamente con la scrittura di un repertorio che non sia solo quello degli "scores" americani acquistati su internet.

La Galaxy è operativa dal 2004 e si è sempre mossa facendo più una scelta di qualità che non di quantità dei concerti, anche perché i suoi musicisti sono tutte stelle di prima grandezza dell'attuale scena musicale, a cominciare da Gianni Oddi con il quale ho condiviso importanti progetti come quello dei Saxes Machine. Il suo repertorio ha musica per circa sette ore di concerto, da me interamente scritto, e si compone di brani originali e "standards" di importanti autori quali G. Miller, G. Gershwin, C. Porter, R. Rodgers. Oltreché proiettarsi su di un fronte concertistico, la Galaxy Big Band ha un potenziale fortissimo: quello di essere una struttura disponibile a inserirsi in situazioni musicali che non siano esclusivamente jazzistiche.

Importante per questo è stata la sua recente collocazione all'interno del "cartellone" di Ravello-Estate 2013, dove si è realizzato un concerto-tributo a C. A. Bixio (l'autore di "Mamma", ecc.) molto apprezzato dalla critica e dal pubblico. Quest'ultimo aspetto mi interessa particolarmente perché in questi contesti una vera Big Band, con i suoi musicisti e il suo stile, può dare un valido contributo facendo spesso la differenza in termini di qualità.

RA: C’è un argomento che m’incuriosisce: come Bruno Biriaco sceglie un batterista? Qual’è la prima cosa che osservi? Preferisci sia uno stretto esecutore oppure gradisci sfumature creative nel suo drumming?
BB: Bisogna dire che all'interno di una Big Band, molte devono essere le qualità di un ottimo batterista. La prima è la sua musicalità. Anche se in orchestra la batteria legge la sua parte è fondamentale, stando all'interno di un contesto jazzistico, che il musicista sappia quando essere al servizio della collettività, cioè le sezioni d'orchestra, seguendone le dinamiche con un timing solido e preciso e quando avere più libertà e permettersi maggiori interazioni con il solista.

La seconda è la conoscenza di quegli stili di alcuni importanti batteristi che hanno caratterizzato i vari momenti del linguaggio Big Band. Questo aiuta tantissimo quando si deve riprodurre, per esigenze di arrangiamento, quell'atmosfera legata a un particolare periodo in cui la batteria suonava diversamente da oggi (peres. il Charleston, ecc.). Spesso si adoperano anche i nomi dei band-leader per identificare un precisa e tipica atmosfera (es. suonare alla Basie).

La terza è il gusto musicale. Quello che aggiunge un pizzico di personalità a quanto già scritto nella parte, come per esempio nei lanci d'orchestra, dove spesso il batterista deve sapere dove riempire con i fill per essere d'ulteriore aiuto all'orchestra.

Il quarto è l'aspetto tecnico. Come avete notato l'ho messo per ultimo proprio perché la tecnica strumentale, in orchestra, non è l'aspetto più importante. E' un valore aggiunto che va comunque messo al servizio della musica. Quindi, per concludere, apprezzo molto di più un batterista dalle sfumature creative più di un tecnico travolgente che, alle volte e se non è veramente bravo, può fare dei danni incalcolabili.

RA: In genere, cosa non ti piace vedere o sentire di un batterista?
BB: Un uso della tecnica fine a se stessa e che rasenti un plateale esibizionismo. Non si deve mai dimenticare che la batteria è uno strumento musicale a tutti gli effetti. Il jazz, con i suoi grandi batteristi (Kenny Clarke, Philly Joe Jones, Max Roach, ecc.) ha poi portato il fraseggio anche in questo strumento facendogli fare, così, un grande salto di qualità sul piano espressivo e di cui bisogna sempre tener conto, anche oggi.

RA: Hai avuto esperienze d'insegnamento? Come giudichi l'insegnamento della batteria in Italia?
BB: In Italia ci sono molte scuole di musica, ora finalmente anche nei Conservatori, che vantano ottimi insegnanti di batteria, alcuni provenienti dall'ambito jazzistico e altri da quello professionale-discografico. Tutto questo è molto importante.
Io cominciai con Siena Jazz alla fine degli anni '70 e ho collaborato per dieci anni con quella importante struttura. Sono sempre però convinto che l'insegnante debba fornire il più possibile informazioni affinché l'allievo sia poi in grado di saper gestire, in proprio e a seconda delle esigenze, la sua preparazione e il suo studio. Il Jazz è una musica troppo in "prima persona" da permettere deleghe a terzi. Pur se importante la presenza di un buon insegnante, si deve sempre pensare che il fattore espressivo, le idee e il fraseggio, sono elementi che dipendono esclusivamente dalla nostra creatività.

RA: Trovi ancora il tempo per suonare la batteria?
BB: Certo!, il primo amore non si scorda mai! Ovviamente il tutto all'interno di una disponibilità di tempo che oggi deve contemplare anche altri impegni. Devo dire che sono diventato più selettivo nella scelta dei contesti perché - quando suono - mi devo prima di tutto divertire.

RA: Cosa ne pensi dei panorama musicale italiano - a mio parere - sempre più povero di qualità e opportunità (rispetto al passato)? Troppo egemonizzato dai cosiddetti talent-show e da chi lucra sugli stessi ?
BB: E' vero, non mi pare particolarmente esaltante. Povero di idee e progetti, cerca di aggrapparsi a quelle poche opportunità che gli vengono ancora offerte e che sono Sanremo e qualche altro talent, ormai in fase calante sul piano dell'interesse. Uno di questi sintomi evidenti è la crisi della discografia che in Italia ha costretto alla chiusura diverse importanti case discografiche come la RCA.
Purtroppo momenti di depressione come questo, vedono sempre sorgere come funghi, figure musicali abbastanza mediocri che finiscono per essere considerate, dai cosiddetti esperti, grandi talenti se non addirittura dei geni. Anche nel jazz in Italia sta succedendo lo stesso, con la presenza in scena di artisti che con questo linguaggio spesso non hanno che una lontanissima parentela. Ovviamente poi c'è l'aspetto speculativo, che fa muovere l'interesse di certi organizzatori solo nei confronti di chi si è riuscito a guadagnare quella visibilità che, indipendentemente dalla qualità espressa, riesce a far garantire certi incassi. Certo tutto questo finisce per penalizzare chi ha dei progetti interessanti, che avrà così pochissime possibilità a guadagnarsi un spazio e un pubblico che lo segua.

RA: Concludo con una domanda che ha del personale: un consiglio, una raccomandazione a quelli che come me hanno intrapreso un percorso compositivo e creativo abbinato alla funzione di strumentista .

BB: Sarà banale, ma credeteci fino in fondo. Il cammino di un musicista è lungo e impegnativo.  Spesso ci si sente incompresi, quindi la fiducia in sé stessi è la prima qualità che si deve avere oltre a quella determinazione che ci aiuterà nel nostro percorso e farà da valido supporto.

Ricordiamoci sempre che alla fine con la nostra musica, o da strumentista, o da compositore, si deve comunicare con un pubblico che ci trovi poi delle affinità, sia sul piano emozionale che musicale, condividendone scelte e percorsi. Tutto ciò deve avvenire con la massima sincerità senza artifizi di alcun genere che rischiano solo di essere di facciata e non di sostanza e questo il pubblico lo avverte bene.

Con la musica si esprimono dei concetti, delle emozioni e come avviene in qualsiasi altro campo della comunicazione, si possono dire cose bellissime o le stupidaggini più imbarazzanti. Ovviamente questo riguarda anche settori differenti dal jazz, come la musica commerciale o la musica classica. Alla fine il tutto deve realizzarsi con una personalità netta da parte dell'artista che lo qualificherà inconfondibilmente dagli altri.

Non mi sono dimenticato della preparazione tecnica che deve essere un tramite e non un fine per comunicare nel migliore dei modi. Fate sempre che la tecnica sia al servizio della espressività e della musica, qualunque essa sia. I migliori musicisti sono sempre stati quelli che hanno messo la tecnica al servizio della musica e hanno realizzato le cose più belle. Miles Davis insegna!

Buon lavoro e tante soddisfazioni a tutti!
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