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Hoyer: un canto dal lontano 1959
Hoyer: un canto dal lontano 1959
di [user #32554] - pubblicato il

Sentire un'archtop destinata al macero che torna a suonare dopo tanti anni è un piacere e un'occasione da non perdere. È quello che è successo incontrando una Hoyer del 1959 riportata alla vita grazie al restauro del suo affezionato proprietario.
In occasione di un live in quel di Savona, ho l'opportunità di mettere le mani (e le orecchie) su una Hoyer del 1959 restaurata dal suo attuale proprietario Edmondo Dibartolo, un ingegnere navale con una passione smisurata per le buche a effe.
L'occasione era troppo ghiotta. Una finestra di tempo di meno di un'ora, lo sfondo non è il mio studio dove con tutta calma ho l'opportunità di tirare fuori voce e colori delle amate sei corde, spero mi perdoneranno gli amici di Accordo per il déshabillé praticamente da spiaggia, ma armato dell'ormai fida Zoom Q8 equipaggiata con i microfoni condensatori stereo XY non mi sono fatto scappare l'occasione di farci quattro note.

L'azienda tedesca è nata nel 1874, ma vista l'epoca mi chiedo quali fossero i primi modelli commercializzati, informazione a cui purtroppo non riesco a risalire. Ora Hoyer è diventata Americana seguendo una produzione artigianale di alta qualità pari a una liuteria semi-industriale rifinita pregevolmente.

Hoyer: un canto dal lontano 1959

La chitarra si presenta in condizioni quasi perfette visto il restauro parziale del suo proprietario. Dico quasi perfette in quanto sono stati lasciati volutamente piccoli particolari che lasciano respirare i segni del tempo. Lo strumento è stato acquistato praticamente a pezzi, la cassa scollata e aperta come una scatoletta di tonno, impianto elettrico da ricollegare e in parte rifare. Le meccaniche, che presentano i segni del tempo con piccole tracce di ossidazione, fanno ancora il loro egregio lavoro. Il battipenna è stato completamente rifatto con una piccola tavola di ebano, la tavola superiore è stata re-incollata e riverniciata finemente con due strati di vernice alla nitro dopodiché è stata grattata con carta sempre più fine ultimando il tutto con una lucidatura tirata a mano. Il binding è stato re-incollato e aggiunto quello che accoppia il fondo alle fasce laterali.

Il manico è sicuramente la parte più eclettica e curata. Grosso come un paracarro, nonostante le dimensioni a dir poco eccezionali, una bella curva naturale mi fa sentire comodo. La tastiera presenta lo zero-fret, cioè un tastino è presente all'inizio del primo capotasto appena dopo l'osso, che curiosamente presenta una spaziatura assai bizzarra: le tre corde gravi hanno una distanza tra loro uguale alle tre acute, ma tra la terza e la quarta c'è circa un millimetro in più, come se fosse voluta una divisione tra le corde.
La tastiera è a compound variabile, cioè la curvatura in prima posizione è molto più accentuata rispetto allo scorrere sulla tastiera che fa percepire nettamente un appiattimento mano a mano che si sale verso i tasti più stretti.
I tasti i sono di dimensioni piccolissime, anche una volta lucidati presentano un colore leggermente ingiallito. L'approccio con l'action risulta faticoso e, anche se ben regolata, si presentano delle difficoltà proprio nei passaggi solistici, ma la chitarra risulta tutto sommato ben suonabile e gestibile.
Il tutto termina con un tailpiece sobrio e funzionale.

Hoyer: un canto dal lontano 1959

L'impianto elettrico presenta quattro potenziometri, un tono e volume per ogni pickup. Sulla mascherina sono presenti due pulsanti a slitta che semplicemente accendono il pickup desiderato, quindi si possono ottenere tre suoni differenti. La particolarità è che nel farli suonare insieme si ottiene un suono molto nasale tipicamente associabile al controfase, adatto per funky e sicuramente distante dalle sonorità jazzy.
Non sfugge all'occhio attento la paletta dalle dimensioni generose, con tre meccaniche per lato, comunque sobria e senza orpelli, fregiata del marchio Hoyer.

Hoyer: un canto dal lontano 1959

Indubbiamente il pickup al manico ha il suono jazz che ben si associa alle buche a effe, caldo, rotondo, ultra dinamico e sempre definito. La vecchietta si comporta egregiamente, a prescindere da una certa fatica nello far scorrere le dita sulla tastiera, vuoi per le dimensioni abbondanti del manico o per i tasti quasi microscopici, senza contare l'effetto ottico di non avere riferimenti sulla parte superiore del manico. Sono presenti stranamente solo due riferimenti sul quinto e settimo tasto con due intarsi in abalone di forma rettangolare che coprono quasi tutto il tasto.

Soloing e accompagnamenti escono scorrevoli, il pickup al ponte ha una perdita di volume considerevole. Lo ritengo nettamente sbilanciato rispetto a quello al manico, il suono sferza subito verso le frequenza acute sgonfiandosi di bassi e improntadosi su una voce pungente anche se non fastidiosa, mentre l'insieme dei due humbucker avvolti a mano e di produzione Hoyner produce una sonorità sicuramente all'avanguardia per l'epoca.


È sempre un gran piacere poter mettere le mani su pezzi di storia musicale. Indubbiamente mi piacerebbe possederla per suonarla, vista la voce originale e sicuramente di carattere. Edmondo, che ringrazio per l'opportunità, ha fatto un ottimo lavoro non solo restaurando ma letteralmente recuperando questa chitarra che con molte probabilità sarebbe finita senza note in qualche soffitta o cantina, dentro qualche armadio se non in discarica. Così potrà sicuramente suonare ancora per tanti anni regalando indubbie soddisfazioni al suo felice proprietario.
Una nota di assoluto piacere è l'averla provata amplificata da un magnifico Fender ProReverb del 1967 blackface, un vero piacere per le orecchie, semplicemente burro sotto le dita con un timbro caldo, trasparente e presente in ogni minima sfumatura.
Ancora una volta tanti sogni musicali da poter fare grazie a questa esperienza.
chitarre semiacustiche hoyer
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