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La storia del PAF: l'etichetta da migliaia di dollari
La storia del PAF: l'etichetta da migliaia di dollari
di [user #6868] - pubblicato il

Un'aura mistica rende gli humbucker Gibson PAF un vero graal per i chitarristi elettrici. Bob Cillo racconta la storia dei pickup più quotati di sempre.
La sigla "PAF" designava il primo pickup a doppia bobina introdotto da Gibson negli anni '50, ma il mercato oggi offre un numero così sconcertante di riproduzioni, imitazioni e addirittura falsi che spesso questa dicitura è usata per indicare in maniera generica praticamente qualsiasi humbucker. Come conseguenza, oggi riesce difficile orientarsi con decisione e serenità all’acquisto di un pickup humbucker da installare su una Gibson vintage o riedizione. Vediamo allora di fare un po’ di chiarezza e ripercorrere i primi anni di produzione degli humbucker Gibson, cercando di capire per quale ragione i PAF propriamente detti godono di questa fama di "Santo Graal" tra i chitarristi appassionati di vintage.

A metà degli anni '50, il presidente della Gibson Ted McCarty commissiona al progettista Seth Lover la realizzazione di un pickup che possa filtrare i ronzii indesiderati indotti dalle interferenze elettro-magnetiche della rete elettrica in maniera analoga a quanto aveva fatto Ray Butts con i pickup Filtertron in uso sulle Gretsch. Lover lavora in stretta collaborazione con Walt Fuller, il progettista che nel 1946 aveva creato i pickup a bobina singola P90: l’obiettivo è preservare il timbro distintivo dei single coil di casa Gibson in uso fino ad allora. Seth Lover trae ispirazione dal principio di funzionamento dei dispositivi hum-canceling in uso nella sezione di alimentazione di alcuni amplificatori: nonostante questi precedenti, il suo progetto è abbastanza originale da sollecitare un brevetto, richiesto all’ufficio competente il 22 Giugno del 1955.
Tra la fine del 1956 e l’inizio del '57 la casa di Kalamazoo installa i primi pickup a doppia bobina in alcuni modelli di pedal steel e di chitarre tra cui, come noto, le Les Paul Model e Custom.

L'iter burocratico della pratica inoltrata all’ufficio brevetti procede a rilento e, in attesa del numero di registrazione, la Gibson verso la fine del 1957 comincia ad applicare sulla base del pickup una piccola decal nera che riportava la dicitura "Patent Applied For", un monito per far sapere alla concorrenza che il brevetto è stato regolarmente depositato ed è in corso di approvazione. Da questa etichetta deriva la sigla "PAF", ufficiosa denominazione con cui questi pickup sarebbero divenuti noti.

La storia del PAF: l'etichetta da migliaia di dollari

Le parti principali di cui si compone un PAF sono relativamente poche: all’interno di una copertura metallica saldata a una base troviamo due bobine con i relativi avvolgimenti e i set di pole-piece, uno dei quali regolabile in altezza, e un magnete identico a quelli in uso nei P90. Le bobine, entrambe di colore nero, sono in un materiale plastico comunemente noto come butyrate - dall’odore abbastanza sgradevole - e la copertura è in lega di Nickel definita Nickel-Silver. Gli avvolgimenti sono protetti con un giro di nastro isolante.

Il timbro dei PAF centra in pieno gli scopi prefissati e con ogni probabilità i risultati vanno anche ben oltre le più rosee aspettative di Ted McCarty.
Oggi, quando pensiamo a un humbucker, generalmente immaginiamo un suono d’impatto, caldo, grosso e diretto. Al contrario, sembra quasi che i PAF abbiano la chiarezza e la headroom di un single coil da Fender Telecacaster anni '50 con un plus in termini di robustezza, spessore e potenza. Questo significa che sono pickup estremamente reattivi alla dinamica del tocco: quando le corde vengono sfiorate con delicatezza sono molto dolci, e con una pennata vigorosa sferrano l’energia deflagrante di un attacco ringhioso e potente. La solistica può raggiungere picchi dagli alti penetranti ma mai striduli, le ritmiche sui bassi possono essere corpose ma mai gonfie, cupe o scomposte, gli accordi pieni risuonano sempre ricchi, presenti e incredibilmente definiti. Queste caratteristiche li rendono pickup estremamente versatili ed espressivi, praticamente l’antitesi del sound statico, spento e compresso di molti humbucker contemporanei.

Nella timbrica dei PAF si riconosce la stretta parentela con i P90, specie se si confrontano con soapbar cream cover dei primi anni '50. Rispetto a questi, l’hum-canceling determinato dall’interazione tra le due bobine produce l’effetto collaterale di scavare un po’ le medie frequenze creando un suono più fuzzy e meno ruggente in distorsione. La cremosità e la rotondità dei vecchi P90 in questo senso rimane insuperata. I PAF hanno però la loro rivincita in termini di apertura sulle alte frequenze, articolazione e ricchezza armonica e danno un’impressione di  maggiore tridimensionalità.
In sintesi, il suono dei PAF è quello che ha ispirato e scritto tante importanti pagine della storia del rock e che abbiamo ascoltato e amato in decine di dischi.  

La storia del PAF: l'etichetta da migliaia di dollari

Le caratteristiche timbriche di questi pickup però, specie nei primi anni di produzione, non sono del tutto costanti. Ciò che probabilmente più contraddistingue la prima generazione di PAF è la mancanza totale di omogeneità e di uniformità di materiali impiegati, di procedimento di assemblaggio e, conseguentemente, di sonorità.
Le prime differenze sono nell’avvolgimento: il numero di spire, la distribuzione e la tensione del filo plain enamel 0.42 intorno a ciascuna bobina variano sensibilmente.
Le macchine avvolgitrici dell’epoca avevano contagiri fragili e inaffidabili, per cui erano per lo più operate a mano e di conseguenza il risultato era del tutto a discrezione degli operatori.  Con l’aumentare degli avvolgimenti sulla bobina, il valore in Ohm della resistenza cresce, capita così di trovare PAF in un’ampia escursione di valori: da misure inferiori a 7.0 a valori anche ben superiori a 9.0 Kohm. A valori di resistenza maggiori, il pickup guadagna in potenza e in toni medi ma tende a impoverirsi sulle basse e le alte frequenze. I PAF non erano incerati o paraffinati quindi, dando una certa tensione all’avvolgimento, si rendeva la bobina più resistente al larsen. Se la tensione diventava eccessiva, si versava un tributo alla qualità del suono.

Queste differenze sono praticamente impercettibili nei single coil P90, ma nel caso di un humbucker le variabili vanno moltiplicate per le due bobine accopiate, creando una produzione molto eterogenea. In particolare, lo sfasamento tra i valori delle due bobine, definito “offset”, a seconda dei casi può esaltare alcune frequenze o soffocarne altre. I più esperti ritengono che questo sia un fattore d'importanza cardine per il sound della prima generazione di PAF. Se l’offset diviene eccessivo il suono risulta gonfio e cupo, se le due bobine hanno identico valore si ottiene il massimo effetto di cancellazione del ronzio ma il suono perde di corpo e si indebolisce sulle basse frequenze.
Bisogna aggiungere che la tensione e la resistenza dell’avvolgimento cambiavano anche a seconda delle diverse macchine avvolgitrici impiegate e in dipendenza della tolleranza di Ohm per metro del filo utilizzato.

Gli avvolgimenti e l’offset delle bobine non erano gli unici elementi di difformità nella produzione: nei PAF erano usati magneti in AlNiCo provenienti da almeno otto fornitori differenti. In maniera del tutto casuale venivano usate differenti tipi di leghe:  AlNiCo 2, 3, 4 e 5, delle quali l’AlNiCo 2 era adoperato con maggiore frequenza e l’Alnico 3 era adoperato più di rado.

La storia del PAF: l'etichetta da migliaia di dollari

La mancanza di uniformità è causa di grattacapi in un qualunque processo di produzione industriale e si può ben immaginare che fosse una spina nel fianco anche per la Gibson.
Tra l’inizio del 1959 e la metà del 1960, oltre alle solite bobine nere, vengono prodotte anche bobine di colore bianco-crema. Aprendo le cover dei PAF di quel periodo capita così di poter trovare humbucker di tre tipi diversi: bianchi, neri e cosiddetti "zebrati", con la bobina nera dalla parte dei pole-piece regolabili appaiata a una bianca. Questa ultriore variabile, apparentemente solo estetica, potrebbe in realtà nascondere un fattore di maggiore interesse.
Secondo la letteratura ufficiale e sulla base dei ricordi di chi all’epoca lavorava in Gibson, le bobine color crema apparvero a causa di una non meglio chiarita "carenza di plastica nera" e dunque i pickup venivano assemblati in modo del tutto casuale, senza badare al colore delle bobine. Questa versione ha però diversi punti deboli. In particolare non si spiega perché alcuni esperti riconoscano delle caratteristiche sonore comuni alle tre differenti tipologie di colore e il motivo per cui i PAF zebrati fossero assemblati in maniera rigorosa con la bobina nera dalla parte dei pole-pieces regolabili, salvo rarissimi errori. Molto più spesso, i "reverse zebra" sono il risultato di successive manomissioni. Sembra difficile credere che alla Gibson si perdesse tempo a giocare con il colore delle bobine, peraltro destinate a essere nascoste da una copertura permanentemente saldata.
Il mio caro amico Gianni Bucci, un esperto che aveva conoscenze uniche in materia, aveva elaborato una interessante teoria. Gianni aveva supposto che le tre tipologie di colore fossero dei codici per identificare le diverse macchine avvolgitrici impiegate, per poter effettuare un controllo di qualità sui pickup prodotti. In questo modo si sarebbe potuto risalire con assoluta certezza dal pickup alla linea di produzione con cui era stato assemblato.
Già diversi anni fa, nei tempi non sospetti in cui non abbondavano tutte le informazioni oggi disponibili su web, Bucci era convinto che il parametro più significativo per il suono di un PAF non fosse il valore in Ohm della resistemza, ma la misura in Henry dell’induttanza.

L’induttanza è determinata da diversi fattori, tra cui proprio la tecnica dell’avvolgimento e il tipo di magnete impiegato. Minore è il valore di induttanza, tanto più il suono del pickup risulterà chiaro e aperto sulle alte frequenze. Bucci aveva constatato che in media i PAF bianchi erano quelli con minore induttanza mentre quelli neri presentavano i valori di Henry più alti e risultano avere un suono generalmente più corposo e meno brillante. Questo avvalorerebbe l’ipotesi secondo cui le tipologie di colore identificano una determinata linea di avvolgimento rispetto a un'altra. In alternativa, l’espediente delle bobine bianche potrebbe essere servito a contraddistinguere le tre diverse tipologie di magneti prevalentemente impiegate per verificarne la resa sonora.
Tengo a sottolineare che queste teorie sono mere supposizioni senza alcun conforto di riscontri oggettivi. Tuttavia sono assolutamente plausibili nella logica di un processo industriale, nell’ottica di monitorare le specifiche delle diverse macchine avvolgitrici e uniformare il più possibile la produzione degli humbucker.

La storia del PAF: l'etichetta da migliaia di dollari

Dedico questo articolo alla memoria di Gianni Bucci: non siamo in molti a poter dire di aver avuto un grande maestro di chitarra che non sapesse suonare.
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Commenti
di xavier [user #9768] - commento del 02/12/2017 ore 11:15:38
Le ultime due righe mi hanno emozionato... grazie per aver condiviso il ricordo di un tuo amico.
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 02/12/2017 ore 12:51:2
Grazie Xavier!
Rispondi
di LordAxel [user #32439] - commento del 02/12/2017 ore 14:26:24
Articolo molto bello. Grazie.
Rispondi
di Oblio [user #43248] - commento del 02/12/2017 ore 14:40:48
Interessantissimo articolo ...complimenti !
Dalla denominazione PAF alla chicca sui colori dei zebra , credo di condividere con il tuo grande amico, proprio che i colori servissero a distinguere gli accoppiamenti proprio per ridurre l'offset giocando meglio sulle diverse tensioni del filo..
Oltre alla cronostoria un vero decalogo ..Grazie !!;)
Rispondi
di ENZ0 [user #37364] - commento del 02/12/2017 ore 23:52:26
Articolo molto imteressante, Grazie!
Rispondi
di franklinus [user #15063] - commento del 03/12/2017 ore 11:23:57
non vorrei spoetizzare l'"'affaire zebra",ma io ho letto più volte(su guitar player in primis)che l'unica causa della nascita dei zebra pick-up fu l'inaspettata carenza di plastica nera....certo,come recita una frase religiosa,bisogna credere per vedere e non vedere per credere ..
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 03/12/2017 ore 11:38:3
Certo Frank, come ho specificato nell'articolo, quella di cui parli è la versione ufficiale tuttora sostenuta dalla Gibson; tuttavia è una versione che ha molti punti deboli, a cominciare dal fatto che non ho mai sentito che la plastica nera (o meglio, il pigmento nero per colorare la plastica) possa esaurirsi in modo irreparabile fino alle specifiche e alle caratteristiche sonore riconosciute da chi ha studiato un gran numero di quelli esemplari. In questa chiave la teoria che servissero a favorire un controllo di qualità per uniformare la produzione mi sembra una spiegazione decisamente più plausibile - pur non confermata da nessuno.
Rispondi
di RedRaven [user #20706] - commento del 04/12/2017 ore 23:23:14
la parte interessante sarebbe capire se esistono anche i PAF originali "doppia crema": se fossero davvero a caso ce ne dovrebbero essere. Ma è vera la storia che vuole il PU "doppia crema" brevettato da DiMarzio?
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 05/12/2017 ore 03:54:1
Ciao Redraven, come speificato nell'articolo, le tipologie di colori erano tre: Double black, double cream e zebra, con bobina nera rigorosamente (e non casualmente) posizionata dalla parte dei pole-piece regolabili.
I double cream registrano i valori di impedenza più alti e di induttanza più bassi; sono i PAF preferiti da molti esperti
Sembra che in effetti nel 1981 Di Marzio sia riuscita a registrare le doppie bobine bianche, non so come abbiano potuto esserci riusciti né con quanto rigore venga applicata la legge; di sicuro gli OX4 che avevo erano con doppia bobina bianca e credo che produca double-cream anche la Wizz.
Rispondi
di KJ Midway [user #10754] - commento del 07/12/2017 ore 09:31:54
Wizz propone tutte le varianti di colore come opzione, double cream/black zebra e reverse il pickup ma è sempre il premium clone.
Io li ho presi double cream e sono spettacolari!
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 07/12/2017 ore 10:39:27
Si, non ho avuto la possibilità di testarli personalmente, ma ho sentito dei samples molto convincenti. Ne parlo nella terza parte dell'articolo, che credo uscirà a giorni...
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 05/12/2017 ore 04:25:06
A proposito del brevetto di Di Marzio ho trovato questo:A cancellation proceeding is pending at the Trademark Trial and Appeal Board. For further information, see TTABVUE on the Trademark Trial and Appeal Board web page.
Rispondi
di AlbertoDP [user #44112] - commento del 05/12/2017 ore 10:58:07
In effetti, Di Marzio ha un trademark sulla doppia bobina crema, non un brevetto. Questo perché i Di Marzio sono stati i primi pickup ad essere venduti con la doppia bobina crema senza cover (negli anni '70, se in una chitarra vedevi un humbucker tutto crema, sapevi che era un distortion Di Marzio). Su questo si basa il trademark: quel colore è identificato dagli acquirenti come il tipico "Di Marzio" (un po' come il rosso Ferrari).
Svariati produttori sono stati citati in giudizio da Di Marzio, per il fatto di avere in catalogo humbucker di quel tipo (e infatti, anche SD ha smesso di proporli, anche se lo faceva nascondendoli sotto una cover metallica non saldata). So di almeno una causa in corso, con un produttore americano (il trademark vale solo negli USA), magari viene da lì la richeista di cancellazione :)
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 05/12/2017 ore 13:11:46
Grazie delle informazioni precise Alberto. Questo spiega anche perché i produttori europei Wizz e OX4 offrano pick-up double cream senza problemi di ritorsioni legali.
Rispondi
di AlbertoDP [user #44112] - commento del 06/12/2017 ore 08:52:36
Credo che tutti i produttori europei e asiatici le offrano, senza nemmeno essersi mai posti il problema! Ah dimenticavo, bello l'articolo, grazie!
Rispondi
di KJ Midway [user #10754] - commento del 06/12/2017 ore 10:08:01
Grazie per l'articolo, stasera mi riapro il Beauty of the Burst e vado a rivedere cosa c'è scritto in merito ai zebra.
il discorso dell'induttanza è corretto, i produttori però continuano ad indicare la resistenza per ovvi motivi.
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 06/12/2017 ore 10:41:26
Grazie KJ! Bel libro Beauty & The Burst. fammi sapere se trovi qualcosa di particolarmente interessante.
Quando parli di "ovvi motivi", vuoi dire per non svelare troppo alla concorrenza?
Rispondi
di KJ Midway [user #10754] - commento del 06/12/2017 ore 17:17:19
Mah più che altro per pigrizia o il fatto che ormai la resistenza è il sistema di misura classico, non penso che i vari costruttori si facciano problemi ad acquistare PU di altri per testarli.
È comunque qualche mosca bianca c'è i-spira nella scheda tecnica include i valori di induttanza e risonanza oltre che la resistenza in cc.
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 06/12/2017 ore 23:22:17
Ah, ok, grazie.
Rispondi
di luvi [user #3191] - commento del 07/12/2017 ore 12:40:11
Grazie mille per aver notato questo particolare!!
L'induttanza è il parametro maggiormente indicativo per poter confrontare pickup differenti tra loro e per trarre indicazioni veritiere su come tendano a caratterizzare il timbro indipendentemente da ogni altro parametro di costruzione. Il valore della resistenza in cc è il più pubblicato perché facilmente misurabile da chiunque con un semplice tester da pochi euro, ma dice ben poco su come il prodotto si comporterà sul campo e funziona come termine di paragone soltanto tra pickup che seguano gli stessi standard, come le repliche Fender/Gibson.

Ottimo l'articolo sulla genesi dei PAF.
Corrisponde al 100% con le informazioni che io stesso raccolsi ed organizzai anni fa, dando vita ad un testo sullo stesso argomento! :)
Rispondi
di KJ Midway [user #10754] - commento del 07/12/2017 ore 13:09:11
Grazie a te per il tuo lavoro.
Già che ci sei ne approfitto, come mai il neodimio nella costruzione dei tuoi PU vintage? Mi aspettavo un alnico 2/4
Rispondi
di luvi [user #3191] - commento del 08/12/2017 ore 01:23:55
Forse ti riferisci al modello "Replica Vintage", che di vintage ha il comportamento, ma non il progetto, che fa invece parte delle mie serie originali... :)
Il magnete è solo uno degli ingredienti, funzionale all'equilibrio complessivo che mi interessa raggiungere con quel tipo di costruzione... utilizzo il ND da anni su molti modelli per chitarra e su gran parte di quelli per basso per ottenere attacco pronto, buona articolazione e risposta dinamica e caratterizzazione timbrica priva di artefatti, senza rinunciare ad un livello di output generoso... mantenendo queste caratteristiche ogni modello può essere calibrato su timbriche vintage o più moderne, a seconda delle necessità e delle intenzioni.
Per coerenza, invece, tutte le mie reissues vintage impiegano magneti in AlNiCo II, III, IV o V abbinati a materiali e procedure costruttive coerenti con le produzioni delle varie epoche e modelli di riferimento, al fine di riprodurne il più fedelmente possibile il comportamento, pregi e (a volte) difetti compresi! :-)
Rispondi
di KJ Midway [user #10754] - commento del 11/12/2017 ore 11:06:13
Ah ecco ora ho capito, a proposito di magnete, rileggendo un pò di cose sul "The Early Years of the Les Paul Legacy" ho letto una cosa interessante e cioè che il magnete perde gradualmente la sua cararatteristica (magnetizzazione) ad ogni cambio corde.
Confermi questo?
Rispondi
di luvi [user #3191] - commento del 11/12/2017 ore 18:19:18
Direi di no.
Fintanto che la struttura del pickup è integra, il sistema magnetico resta stabile, fatta salva la naturale tendenza dell'AlNiCo alla naturale smagnetizzazione, che è però una minima percentuale (circa il 4-5% del valore originario ogni 100 anni) che resta costante nel tempo in assenza di shock magnetici esterni.
Le corde intersecano il campo magnetico, ma in loro assenza quest'ultimo resta semplicemente in quiete. :-)
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 11/12/2017 ore 20:05:46
Sono assolutamente d'accordo, questa questione della smagnetizzazione dei pick-up mi sembra ampiamente sopravvalutata: i migliori pick-up che ho sono del 1952 e del 1953, per cui, direi che da questo punto di vista si può dormire sonni tranquilli. Ho anche un P90 dei primi anni '60 con livello di uscita di potenza devastante.
Rispondi
di KJ Midway [user #10754] - commento del 11/12/2017 ore 20:25:27
Grazie anche a luvi, mi suonava un po' strano, il passaggio comunque è quello di un'intervista a Walt Fuller del '75, per dovere di cronaca riporto il passaggio.
La parte finale della domanda era ...I don't really know if the coils deteriorate that much... Do they?
La risposta fu: no. The coils, if anything, about the only thimg that would be possibile ti change would be the magnets.
The magnets lose some of their flux density through their Age. Each time you put in a new set of strings, why, you magnetize the string from magnet. ...each time you throw those string away , you are throwing away dome of the magnetic force from in
Rispondi
di JFP73 [user #29480] - commento del 07/12/2017 ore 11:01:05
sarebbe interessante fare una panoramica delle repliche evidenziandone la fedeltà all'originale
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 07/12/2017 ore 11:13:15
L'articolo è stato suddiviso in tre parti che saranno pubblicate a breve, la terza parte parla delle repliche, anche se, certo, sarebbe interessante poterne testare di più di quanto abbia potuto fare io...
Rispondi
di KJ Midway [user #10754] - commento del 07/12/2017 ore 15:20:50
mi è vanuto in mente un articolo interessante che avevo letto, l'ho trovato vai al link
Rispondi
di bobchill [user #6868] - commento del 07/12/2017 ore 18:57:39
Certo, l'avevo letto, ottima fonte di informazioni corrette GuitarHq!
Rispondi
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