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Batteria: 50 dischi fondamentali. Miles Smiles di Miles Davis
Batteria: 50 dischi fondamentali. Miles Smiles di Miles Davis
di [user #46516] - pubblicato il

Miles Smiles è il secondo disco che Miles Davis realizza assieme a una delle formazioni più brillanti di sempre con Wayne Shorter al sax tenore, un giovane Herbie Hancock al pianoforte e Ron Carter al contrabbasso. Alla batteria c'è, appena ventunenne, Tony Williams che nella sua biografia, Davis descriverà così: "Si sentiva immediatamente che quello stava per diventare di sicuro uno dei peggiori bastardi che avesse suonato la batteria ”.
Titolo: Miles Smiles
Autore: Miles Davis
Etichetta: Columbia Records
Anno: 1967

Secondo i critici del settore, nella seconda metà degli anni 60’ ci fu la piena fioritura della carriera di Davis, sia sotto il profilo monetario, visto il contratto ormai assodato con Columbia Records, sia sotto il profilo creativo. In questo periodo Miles Davis è accompagnato da una leggendaria formazione che comprende Wayne Shorter al sax tenore, un giovane Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso e un ventunenne Tony Williams alla batteria. Con questo quintetto acustico Davis realizzerà, nel 1967,  uno dei dischi più apprezzati nella storia della musica jazz.

Batteria: 50 dischi fondamentali. Miles Smiles di Miles Davis

Già dalle sessioni di prove che precedono le registrazioni si intuisce che qualcosa di magico sta per succedere: Davis è una persona dal carattere spigoloso, rigido nello sbilanciarsi sul giudizio verso l’operato dei suoi colleghi. Il musicista passa tre giorni di prove appartato in un altra stanza, distaccandosi volutamente dalla band, Ma quando si ricongiunge al resto del gruppo spesnde parole di apprezzamento incredibili verso i suoi colleghi: mai nella sua vita fu così munifico di complimenti!
Circondato dalla sezione ritmica più brillante di sempre, Davis entra in studio di registrazione nell’ottobre del 1966. Nel gennaio del 1967 Miles Smiles viene pubblicato.

Batteria: 50 dischi fondamentali. Miles Smiles di Miles Davis

Questo capolavoro musicale richiede attenzione  nell'ascolto perchè non prende mai percorsi prevedili o soluzioni facili. La scelta ritmica che contraddistingue il respiro del disco è non scandire il tempo inflessibilmente ma cercare di integrare la pulsazione nella melodia, liberando il basso e la batteria dal restrittivo ruolo di accompagnamento.  Miles Smiles decreta la nascita del Freebop; un Bebop moderno, suggestionato dalla voglia di sperimentare del free jazz, con una proponsione a manovrare la forma tradizionale del genere al fine di esaltare nuove potenzialità espressive.
Tony Williams in queste sei tracce non dimostra la sua giovane età anagrafica; suona con una padronanza e una fluidità invidiabili. Creativo e nitido nel suo drumming ha anche un ruolo dinamico e decisivo nell'economia della band e pressa gli altri musicisti dall' inizio alla fine  di ogni brano, spingendo le performance al limite.
Williams è stato uno dei più rappresentativi batteristi jazz del XX secolo. Statunitense, iniziò da giovanissimo a studiare con il mitico Alan Dawson (creatore dell’ Alan Dawson Ritual, famosissimo metodo di studio dei rudimenti per tamburo) e la sua carriera decollò a circa diciassette anni quando si unì alla formazione di Miles Davis.
 
Batteria: 50 dischi fondamentali. Miles Smiles di Miles Davis
 
Influenzato da batteristi come Max Roach, Art Blakey e Joe Jones, Tony Williams ha trasformato il modo di suonare la batteria. Le sue peculiarità restano la straordinaria naturalezza delle performance e il grande spazio concesso a molte improvvisazioni, contraddistinte sempre da scelte poco scontate. Williams è un maestro della dinamica, capace, come nessun altro, di creare tensione nei collegamenti tra le varie parti di un'esecuzione. Soprattutto Williams resterà un genio nella modulazione metrica che creava unendo poliritmicamente pattern di gruppi di note dando così, letteralmente, vita a un nuovo tempo.
Miles Smiles è un disco perfetto, una fonte di ispirazione ancora attuale per più generazioni di musicisti; un disco che non si può non amare e, probabilmente,  il più studiato dai jazzisti che vogliono esplorare  il concetto di quintetto e interplay tra musicisti.

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